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“Buon Sant Jordi, dolcizza! (sic)

Grazi (sic) per il libro. Tu non troverai niente al risveglio, ma… in un luogo fresco, in cui a volte si conservano elastici e caramelle, scoprirai cose belle e rinfrescanti.”

Il frigorifero. La soluzione all’enigma inviato per WhatsApp era “il frigorifero”: ogni tanto, il compagno di quarantena ci nasconde le sorpresine più assurde. Certo, non uguaglierà mai il suo connazionale Kit Harington, che ha fatto trovare all’attuale moglie una testa mozzata, infilata tra un’arancia e il vasetto del burro. Ma quello era un pesce d’aprile, mentre oggi è Sant Jordi: dunque, oggi mi toccavano un libro e una rosa.

Mi spiace pure un po’: la rosa gli sarà costata più del libro (che già aveva, l’ho riconosciuto!), ma dev’essere sceso in fretta a comprarla stamane, quando ha visto che, sullo zaino con cui esce al mattino, gli avevo lasciato la versione inglese del Piccolo Principe. Chi minchia regala Il Piccolo Principe a un trentenne inglese? Appunto. L’ho fatto proprio perché voleva essere un simbolo, visto che lui mi aveva confessato di non aver mai letto l’opera: era giusto per non far passare inosservata la ricorrenza.

Già, perché questo è il secondo Sant Jordi “strano”: mai come quello dell’anno scorso, che si è tenuto a luglio, ma comunque… Vi ho già spiegato le mille variabili del vero San Valentino catalano: fanculo al libro per gli uomini e la rosa per le donne, facciamolo al contrario, anzi, facciamo entrambi i regali a chiunque! Oppure, fanculo alla leggenda di San Giorgio che ammazza il drago per liberare la principessa: in realtà è stata la principessa a stecchire ‘sto santo inopportuno, magari per salvare il povero draghetto. Anzi, Sant Jordi in realtà era Santa Jordina. Macché, facciamo così: stanca di principi azzurri stinti, la principessa si avvicinò al drago e gli chiese, “Hai da accendere?“. E vissero felici e mangiarono pernici… anzi, no, mangiarono ceci! La tipica rima iberica che conclude le fiabe è stata stravolta così, proprio oggi, da una pagina vegana.

Perché vivo in un posto in cui, nonostante gli alti e bassi e i problemi enormi, il finale si può sempre riscrivere. Buone notizie: è una caratteristica esportabile.

A proposito di pagine vegane, infatti, leggo solo oggi che Carlotta di Cucina Botanica, la mia spacciatrice di ricette vegetali in italiano, festeggia il mezzo milione di utenti che la seguono. Solo due anni fa, ricorda lei, la sfottevano in paranza per la sua scelta etica. Adesso, invece, è la più seguita in Italia nel suo genere! E, se ho capito bene, lei viene dal mondo della moda: che modo fantastico di riscriversi!

E voi, avete in mente qualche colpo di scena per la vostra vita? Magari uno che sia più felice di quelli imposti da una pandemia. Sant Jordi si è dovuto reinventare in continuazione: durante il franchismo è stato privato di libri in catalano, e il primo anno di pandemia è stato posticipato alla stagione delle ciliegie. Quest’anno festeggeremo in mascherina, ma il nostro santo preferito è ancora qui ad aspettare un’altra riscrittura, un nuovo finale. Mentre scrivo queste righe, là fuori stanno acquistando per l’ennesima volta il romanzo di Montse Roig che mi ha ispirato il personaggio di Pepita, e che racconta di quando le spagnole dovevano andare ad abortire a Londra. E noi lo leggiamo ancora, il 23 aprile del 2021, per assicurarci che non succeda mai più. Né in Catalogna, né in Italia. Ma non guardiamo solo alle cose brutte: qui vanno forte anche i libri di Noemí Casquet! Perfino a me, che sono monogama di fatto, sembra interessante valutare il poliamore come alternativa al ritrito “ancora non ho trovato la persona giusta“, specie se non ci viene spontaneo vivere una relazione senza abbuffare di corna il prossimo!

Ho intravisto anche un libro che mette a confronto l’indipendentismo catalano e quello scozzese, ma non oso regalarlo a nessuno, o alla prossima occasione mondana (prima o poi ce ne sarà pure una!) voleranno bicchieri di Brugal o di Macallan, che costa pure assai. Di fatto, però, questa e altre questioni sono sempre sul piatto, nella mia terra d’adozione: una terra, ripeto, in cui ho trovato lo stimolo costante a riscrivere la mia vita, a cambiarla quando mi è sembrato necessario. Senza le paure che avrei avuto altrove, dove i condizionamenti sociali sono più forti.

Riscriviamoci, dunque, se ci sembra utile e giusto. Rifiutiamo una volta per tutte di liquidare il cambiamento con un trito: si è sempre fatto così.

Sì, è vero, si è sempre fatto così. Fino al giorno in cui non si è fatto più.

bambolassassinaNo, vabbe’, sta cosa di raccontarvi la favola mi fa mettere un poco scuorno.

Do you understand, scuorno?

Comunque, c’era una principessa (lo so, che fantasia), a cui regalavano una bambola. Doveva essere una bambola di quelle che nei film horror cominciano a parlare lingue sconosciute e di lì a poco si siedono a tavola e mettono il parmigiano sull’impepata di cozze, perché la principessina era proprio spaventatissima.

Tant’è vero che un giorno la prese e la nascose in un’ala del castello (perché una principessa un monolocale proprio no) che col tempo era stata abbandonata.

Quella parte del maniero, ovviamente, la cominciò a schifare, come se le sue mura di pietra si fossero impregnate dell’orrore che le faceva la bambola. Crescendo, dimenticò perfino perché le facesse tanta paura, ma insomma, fatto sta che quell’ala del castello rimaneva disabitata, e cominciò anche a proibire alla corte di andarci.

Finché, un brutto giorno (che poi quando leggevo “un brutto giorno” pensavo sempre che piovesse), dei nemici del regno vicino vennero ad assiediare il castello.

La battaglia medievale immaginatevela voi, oh, mica so’ George R. R. Martin! Alla fine, alla principessa e alla corte non restava che una sola via di salvezza: rifugiarsi nell’ala proibita del castello e riorganizzare le difese.

Ma la principessa era riluttante. Quella parte era pericolosa, era peggio dell’incendio, peggio dei nemici, perché… Perché?

Non se lo ricordava, ma comunque nenanche a parlarne. La corte si tratteneva dallo sputarle in faccia, ma avevano pure un po’ di fretta, che la fama dei saccheggi non è esattamente gloriosa.

Finché, a malincuore, la Nostra non si decise: tutti all’ala proibita!

Ora ci starebbe bene un principe, ma a noi non piacciono le storie tradizionali e poi la Nostra, una volta varcata la soglia proibita di quest’ala del castello, cominciò a gasarsi. Quello, tutt’è dare il primo passo. Quando vide che non succedeva niente, ragni cazzimmosi a parte, organizzò efficientemente le difese e riuscì finalmente a mandare un piccione viaggiatore a… Al PRINCIPE! Dai, inseriamolo qua, se no si piglia collera, anche se prima dell’assedio, va detto, la pereta non se lo filava proprio.

E alla fine, nemici sconfitti, castello bruciacchiato ma ancora in piedi, tutti felici e contenti.

Un momento… Tutti? La principessa restava col dubbio: chi m’ha cecato a chiudere sta parte del castello? (Intuirete che la sua origine è incerta, forse scandinava)

Finché, mentre tutti andavano a festeggiare e il principe pure si appropinquava a mangiare una cosina prima d’invitarla a ballare, la Nostra prese coraggio e seguì il suo istinto. Che la guidò sugli antichi passi che aveva percorso da bambina, fino al corridoio che finiva nella scaletta a chiocciola, che terminava nel giardino pensile, che sfociava in uno scalone di pietra, che portava a un attico con travi a vista, e vista mare (sì, la Nostra aveva voluto proprio assicurarsi di non trovarla più, la bambola, e il castello l’aveva progettato Calatrava). Comunque, la bambola era lì.

Un po’ impolverata, con qualche cacchetta di piccione sul vestito, e sempre ‘o cesso.

Ma, appunto, era una bambola.

La principessa, per non ammettere la figura di merda, si limitò a ridere delle sue paure.

Perché, insomma, quelle che abbiamo sono spesso false paure. Ci distolgono dai saccheggi veri, ci rovinano la vita, e quando ci decidiamo ad affrontarle ci accorgiamo che non erano proprio niente. Le loro conseguenze sulla nostra vita erano ben peggiori.

E sì, tutta sta strunzata per dirvi questo.

Cose da fare a Sant Jordi:

documentarsi un po’: si festeggia il 23 aprile ed è una delle feste più amate dai catalani. Celebrano il loro patrono, San Giorgio, che per la gioia del WWF ammazzò un drago per salvare una principessa. Ci sono anche variazioni sul tema, come la principessa che si mangia il drago. Non so quanto tutto questo si concili con la Catalogna repubblicana e con la principessa Letizia, che andrebbe mangiata solo perché veste Mango, ma tant’è.

– visitare la Rambla e Plaça Catalunya piene di bancarelle di libri e rose, solo per lo sfizio di vederci, per una volta, dei catalani: li riconoscete perché non hanno la crema solare e i sandali, e perché sono gli unici a capire i titoli dei libri. Il mio primo Sant Jordi me lo passai sulla Rambla con le valigie in mano: traslocavo dal Gotico al Raval, non sapevo niente della festa e se il clima non avesse minacciato pioggia adesso sarei ancora là.

– regalare un libro e una rosa all’amato bene: tradizionalmente le donne regalavano un libro e gli uomini una rosa, ma in questo giorno quasi quasi i libri sono più economici delle rose (io comunque voglio il libro, e non sono la sola).

– andare da Mistral sulla Ronda di Sant Antoni e mangiarsi… un’emozione, sia come prezzo che come bontà. Il pa de Sant Jordi non so quanto sia tradizionale, ma per me è una delle gioie della festa. C’è sopra la bandiera catalana, il giallo è di formaggio e il rosso di sobrassada. Sì, l’assonanza con la soppressata calabrese non è casuale.

– mettersi in fila per farsi firmare un libro dall’autore. Li trovate (i libri e gli autori) sotto le tende della FNAC fuori al Triangle, in Plaça Catalunya. Mario Vaquerizo, marito famoso e star di un reality su MTV, ha più fan dell’Almudena Grandes de Le età di Lulù. C’è chi s’indigna. Io godo.

– diventare autori voi! Ci sono tremila concorsi letterari, con premi che vanno dall’iPad a un applauso. Io ho partecipato a quello della TMB, che proietterà sugli schermi delle vetture i migliori racconti ambientati sui suoi mezzi. In catalano, ovviamente. In spagnolo c’è quello di microracconti de La Vanguardia, via Twitter, 150 caratteri e l’obbligo di metterci la parola “drago”. Per quello ho adattato un vecchio slogan natalizio napoletano: “Pure ‘o drago tene ‘na mamma”. Sospetto che non vincerò.

– farvi un giro per il Raval. Ok, sono di parte, ma il mio barrio festeggia in modo originale. Ci sono ben due concerti, uno di fronte al MACBA organizzato dal Taller de Músics, e un altro in Rambla Raval. Che per l’occasione, accanto al solito mercatino freak per daltonici, si riempie di bancarelle interessanti, tra associazioni di volontariato e club di lettura. A vendere rose ci sono solo un pakistano e una zingara, che però si è attrezzata con bancarella e bandiera catalana. C’è anche l’ACESOP, l’associazione delle donne pakistane del Raval, definite “invisibili” da qualche giornalista che ignora l’immigrazione ravalenca (i paki sono soprattutto giovani maschi). Eccole lì, visibilissime, additate a seconda dell’interlocutore come piccole grandi rivoluzionarie o esibizioniste che fanno solo chiacchiere. Chissà se sanno tutte chi è Sant Jordi. Ricordo Tariq la prima volta che vide la statua della Mercè:

– Chi è quella?
– Si chiama Maria pure lei. È la madre di Gesù, il bambino che tiene in braccio.
– Gesù?

Allargai le braccia a simulare una croce. Aaah, quello.
Gli raccontai la storia dell’arcangelo Gabriele, che ascoltò con la smorfia di un adulto che si sorbisce una favola per bambini. Già, perché quella di Gabriele che fa il bis col tuo Profeta è molto più credibile, pensai. Ma me lo tenni per me.

Le compaesane di Tariq hanno dei manti che fanno molto Madonna, piercing al naso che ricordano l’omonima americana, e offrono corsi di tatuaggi all’henné e dépliant su quanto sia dannoso bere.

Mi piace l’ultima bancarella, con una scritta che prende in giro il classico Volem un barri digne (“vogliamo un barrio degno, decente”), messo in giro da vicini catalani che mal sopportano i turisti (e fin qui…) e magari gli immigrati. Ma sulla bancarella campeggia la scritta:

Visc en un barri digne.

Vivo in un barrio degno.

Inshallah.