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Da bimboinviaggio.com

Non è necessario cominciare col botto, eh. Rilassatevi, mangiate la fetta di pizza avanzata da ieri a pranzo e preparatevi con serenità al primo giorno dell’anno.

Il 2017 mi ha ricordato proprio questo: dietro ogni brindisi ci sono ore di lavoro in silenzio, con risultati spesso modesti, quasi mai spettacolari.

Ore passate su un foglio Word a cercare di raccontare cosa ti stia succedendo, mentre il mondo intorno sembra essere impazzito. Ore passate a preparare lezioni che credevi poche e invece non finiscono più, e magari l’idea era tenerle su altri argomenti, e in un’aula universitaria. Ma il gioco ormai funziona così: tu ti laurei, ti specializzi, e poi fai tutt’altro, e ringrazi pure che ci sei riuscita.

A volte sì che è un momento, invece: una notizia improvvisa e l’eterna scoperta, una volta di più, che sulla tua vita hai un controllo minimo, per quanto ti sbatta a lavorare e brindare. Se uno proclama l’indipendenza e vola in Belgio, poi sei tu a non vendere casa. Se ti rubano il portafogli a inizio vacanza, la vacanza cambierà. Ci sono cose che di solito si fanno in due, finché non scopri di essere rimasta sola, e ti arrangi.

Insomma, questo botto d’anno nuovo è apotropaico ma fuorviante, se si fa “perché lo fanno tutti”.

E se c’è un proposito da portare avanti nei prossimi 365 giorni mi sembra questo: smettere di fare le cose perché “così si è sempre fatto”.

Ci riusciremo?

Ce lo diciamo tra un anno.

Buon 2018!

 

 

 

 

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funny-fail-worker-pics   La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.

Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).

Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.

Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.

Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.

Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).

Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.

Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.

Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?

Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.

A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.

Lo so, era ora.

Come si dice, un po’ alla volta.

649df3b915237269533bdf2c928ca551  … O almeno spero!

Perché l’ultimo dell’anno ci invade una tale valanga di buoni propositi altrui, tra social e discorsi ubriachi a tavola, che quando andiamo a fare la prima pipì del primo gennaio ci passa davanti agli occhi tutto l’anno nuovo, come la nostra vita quando zia Drusilla ci taglia la quarta fetta di panettone, e ci diciamo: “Ua’, c’è da fare!”.

Ma io, che trascorro il 31 come una nonnetta e il giorno dopo sono già attiva alle 9 (si vede che non ho consegnato tutte le tesine del master?), in effetti non ho la salvifica incoscienza che accompagna i miei amici devastati, fino all’ora di rimettersi a tavola e affogare le loro inquietudini in altro alcool.

No, a me l’anno nuovo si presentava così, questo primo di gennaio: come un’enorme stanza piena di cianfrusaglie da mettere in ordine. Meglio degli anni che mi sono apparsi come una gigantesca casa vuota da arredare da cima a fondo (lo so, volete chiedermi cosa metta mio padre nello spumante).

Ma subito dopo il Mammarocarmene della prima impressione, mi sono fatta la domanda chiave:

– Ok, quest’anno devo vincere il Nobel per la Letteratura, guadagnarmi una cattedra a Harvard e mettere al mondo due gemelli. Ma oggi, che devo fare?

Risposta: pubblicare il post di Capodanno e rivedere la tesina.

E basta. Impegnativi per un giorno festivo, specie una tesina scritta in uno spagnolo che se la gioca con quello di Raffaella Carrà. Ma niente di trascendentale, su.

Passo dopo passo. Little by little. (A) poc a poc.

Basta fare i compiti ogni giorno. Anzi, dopo quelli viene ancora più voglia di lavorare.

Infatti ho sferruzzato per tre ore (davanti a terribili programmi TV seguiti da mia madre), ho abbozzato un inizio di romanzo, evidente parto mostruoso delle pizze avanzate il giorno prima, e mi sono fatta una mefitica maschera di argilla, prontamente rifiutata dai familiari invitati a “favorire”. Me ne sono pure messa troppa sulle labbra, finendo per fare indigestione di Olio di Tea Tree.

L’importante è aver fatto quello che dovevo, quei due compitini di cui sopra. È un segreto così scontato e facile da dimenticare, quello di dividere un progetto in tanti passaggi brevi…

O anche, per procrastinatori cronici, fare solo cinque minuti al giorno, ogni giorno, di quello che non ci va di fare, e aumentare gradualmente il tempo.

Non mettiamocelo solo in bacheca, il meme con la strada e la frase di Martin Luther King (e invece è Lao-Tzu): “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo”.

E l’ultimo che arriva passa Capodanno con me.