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Io che trovo una soluzione “pratica” al disordine in casa

Il fatto che scriva alle sette meno un quarto (e no, la bambina non ha vomitato) è indicativo del periodo che sto vivendo. Un’insonnia di qua, una citofonata imprevista di là, e va a finire che uno zombie riposa più di me.

I motivi? Tempo fa avrei cercato una spiegazione molto filosofica in questo mio ritorno a una vita da sola, o in una casa che tengo più o meno come Approdo del Re dopo la penultima puntata di Trono di Spade, dove passo le mie giornate a scrivere come se non ci fosse un domani. Tanto domani si ripete la stessa cosa, sempre che l’inquilino francese non mi ponga davanti all’importante busillis di voler cambiare il materasso, e di non sapere che farsene del vecchio.

Ma no, io non dormo così per i materassi dell’inquilino. Dopo un po’ che mi lambiccavo il cervello, mi sono messa a vedere a che ora sorge il sole: più o meno, appunto, alle sette meno un quarto. A che ora sorgeva il mese scorso? Alle otto meno un quarto. Fantastico, perché ho la persiana che lascerebbe filtrare il barlume di una lucciola che si fa i fatti suoi a Cadaquès, e sono molto, mooolto fotosensibile. Mistero risolto.

Non scarto le ipotesi precedenti sul mio stato d’animo: i cambiamenti sono quelli che sono. Però, tra tanto dibattere sulle questioni più disparate, mi sembra che a volte dimentichiamo quella componente “materiale”, pratica, dei perché. E non dico che spiega tutto, ma a non sottovalutarla capiamo molto meglio.

Volete vedere? Altri esempi che mi vengono in mente:

  • Anno Domini 2004, esame di Storia della Lingua: preparata ma non al meglio di me (vivo in due nazioni diverse), affermo che alla fine si è conservato “ficatum” rispetto a “hepar”,  o “bonellus” (bello) rispetto a “pulcher” perché, riassumendo, restano più impressi del latino letterario (sic). Il professore, magnanimo, mi concede pure l’ipotesi, ma poi mi fa notare: “Se erano chiuse le scuole che insegnavano ‘hepar’ e ‘pulcher’, ovvio che nessuno le usava più”. Risultato: 28, e mi ha trattata.
  • Quattordici anni e cinque titoli inutili dopo: devo metter su un volume accademico su amore romantico e relativa decostruzione. Posso infilarci in ordine sparso Disney, Judith Butler e le canzoni di Nek, ma la collega cilena mi annuncia che, quanto a lei, scriverà un articolo sul welfare. Sul welfare?! Certo, conferma: se il lavoro di cura è relegato del tutto alle donne, risparmiando bei soldi alle istituzioni, ovvio che conviene “vendere” l’amore come un sinonimo di abnegazione ed esclusività – da una parte sola almeno. In effetti, qualche mese prima avevo scoperto che, a Napoli, il lavoro a tempo pieno di una commessa di Calzedonia sarebbe pagato sui 4-500 al mese. Il che trasforma più che mai gli uomini in breadwinner e, senza nulla togliere alle questioni psicologiche legate alla coppia, mi spiega un pochetto anche le rime baciate di Alessio.
  • Già che siamo in argomento ammore, sono anni che leggo disquisizioni sulla disparità degli orgasmi tra uomini e donne, e spopola l’idea che queste ultime hanno bisogno di una connessione emotiva se no ti saluto, e comunque “l’organo più erotico è il cervello”. Ok, ma a ben vedere gli uomini traggono il massimo piacere da quello che in Arancia Meccanica viene chiamato “su e giù”, e le donne da una stimolazione che va sopratutto di sfregamenti, con mezzi assortiti. Indovinate intorno a quale tipo di piacere è costruito il rapporto sessuale etero! Almeno così com’è concepito oggi: cinque minuti di “preliminari” (?), cinque di su e giù (e vi ho trattati), sigarettina. Ce ne siamo convinti grazie ai porno o a Top Girl (scusate la ridondanza): se lei non viene, o è lui che non ci sa fare, o è un peccato, ma è nell’ordine naturale delle cose. Magari cambiare “l’ordine”, e non solo delle cose? Un articolo riassunto qui della American Association of University Women ha una soluzione praticissima: bisogna dare lo stesso valore a penetrazione e stimolazione clitoridea. Apriti cielo! “Eh, ma la biologia, i bambini si concepiscono con…”. Sì, vabbe’: piuttosto che procreare, la stragrande maggioranza degli uomini che conosco si metterebbe in modalità Theon Greyjoy con le sue stesse mani, e la biologia me la tirano fuori proprio adesso? Ma andate a fare in… Ah, no.
  • Già che sto citando molto Trono di Spade (no, non mi rassegno!): quante informazioni mi mancano per sapere cosa sia successo con quel pastrocchio di stagione finale? Magari trovo in quelle, se non una scusa, almeno una spiegazione, e qui adotto a fiducia quella di mio cugino ingegnere: “Alla fine è il problema di tutte le serie drammatiche ad alto budget, il cui numero di stagioni non è prefissato dall’inizio. Appena gli ascolti calano o gli stipendi degli attori non rendono più conveniente l’investimento, in automatico fanno un’ultima stagione arrabattata con un numero minore di puntate giusto per chiudere trame e sottotrame”. Come si vede che non l’ho pensato io, eh? Ha quasi senso!
  • L’ultimo esempio è triste: alla gggente non gliene frega niente delle morti in mare, o delle torture libiche. E non mi lambiccherei il cervello a cercare il perché: non succede a loro, quindi sticazzi. A cosa pensa gggente così? A trovare un lavoro per sé o per la prole, e ad avere il culo coperto (pensioni, sanità, ecc.). Io credo che le nullità che ci governano cadranno sull’incapacità di procurare questo, e su questo mi giocherei la battaglia. Tanto s’è capito che no, non restano umani.

Per il resto, sto cercando una spiegazione filosofica alla mia capacità di devastare un appartamento, che in confronto Drogon è una lucertola scazzata. Devo concludere che: non me ne tiene. O pago qualcuno per rigovernare al posto mio, o mi prendo un’infezione.

Forse la cosa più pratica è prendere mocho e secchio. Forse.

 

 

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Risultati immagini per mary poppin cleaning up In spagnolo e in catalano si dice “andare di culo” (“voy de culo”, “vaig de cul”) espressione emblematica di come ci sentiamo quando dovremmo stare già da cinque minuti nel posto in cui ci aspettano, o tra un minuto busseranno alla porta e casa nostra sembra quella post-tornado di Dorothy.

Non so voi ma, nonostante i miei amici siano abituati al mio proverbiale caos, quando tutto ciò mi succede entro in una pericolosa fase di apnea, di conseguenza non ragiono e, dulcis in fundo, scopro che le mie mani hanno perso ogni prensilità.

Ecco un assaggio di quello che un’imbranata come me, dunque, mette in atto per scongiurare disastri in corner.

  1. Prima di tutto… I movimenti giusti! Una volta ho ascoltato due persone in stazione parlare di un’amica che “non è che sia veloce, fa solo i movimenti giusti”. Mi si è aperto un mondo, l’ho preso come gioco: intanto che vado in cucina a prendermi la maionese, perché non mi porto dietro la tazzina vuota e la lavo pure? E già che ci sono, mentre passo in corridoio non posso fare una puntatina in credenza a prendere un asciugamani pulito per il bagno? Preso bene e in maniera non ossessiva diventa una sfida divertente, un’ottimizzazione di tempo e movimenti che mi permette di dedicare energie a quello che m’interessa davvero. E non avete idea di quanti minuti si risparmino!
  2. Metto il couscous nella vaporiera! No, davvero, avete cucinato meno del previsto? Avete veramente 15 minuti per mangiare? In vaporiera il couscous cuoce praticamente all’istante! Non fraintendetemi, di solito per prepararlo ci metto le tre ore della mamma del mio vecchio panettiere, ma quando il tempo stringe, signora Rashida, pensate a cosa chiamate pizza voi e lasciatemi sta’.
  3. Legumi secchi? Sì, anch’io mi scordo di metterli a bagno! Ok, se manca comunque qualche ora al pranzo li verso in acqua fredda, li porto a ebollizione per circa cinque minuti e poi spengo la fiamma, lasciandoli così almeno tre ore. Attenzione: cottura non ottimale, ma se il vostro pranzo dipendeva da quello, se po’ fa’.
  4. Buonanotte al secchio! A furia di cucinare per gli amici ci resta solo mezz’ora per rassettare? Prendiamo i secchi puliti e le bacinelle per i panni, riempiamoli di tutte le cianfrusaglie che non ci serviranno per la serata e dimentichiamoli per una notte in una stanza in cui entreremo solo noi. Di buono c’è anche che avremo tutta sta roba accumulata nello stesso posto, quando finalmente ci decideremo a metterla in ordine!
  5. Cocktail di candeggina! Siccome la mia incapacità cronica con le faccende domestiche sfiora la leggenda, mi sono sentita molto furba quando ho capito che a diluire acqua e candeggina direttamente in uno spruzzino risparmiavo tempo e soldi. Ideale per far sparire quelle macchie gialle in bagno e cucina che sembrano impronte aliene.
  6. Lavo il bagno con la doccia! Questo si può ribattezzare “metodo S.“, iniziale della coinquilina che mi ha inflitto questo sistema: questa folle saliva sulla vasca armata della manopola della doccia e irrorava l’intero bagno, mentre io nelle vicinanze raccoglievo l’acqua che cadeva. Ovviamente lo userei solo per le emergenze. Inoltre, spruzzando prima il composto di cui al punto 5, ci permette di restarcene almeno per qualche giorno lontani da scope e strofinacci.

A presto con un elenco di cose che faccio quando ho dieci nanosecondi per prepararmi a uscire.

Oh, se volete ritorno ai post seri!

Ah, mi pareva.