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Ariel si pettina con una forchetta | Film disney, La sirenetta Capirete che il momento più mondano della mia nuova vita è la videoconferenza in guruvisione per l’esercizio della settimana.

Ieri, le compagne e il guru parlavano di quello che per Miss Italia è la pace nel mondo, e che per un branco di anglofoni che possono lavorare da casa è “scegliere come reagire di fronte alle circostanze“.

Una delle più giovani in collegamento ha evidenziato che, tra le opportunità offerte dalla quarantena, c’era Disney + che approdava in Europa, in caso qualcuno non se ne fosse accorto dalla pubblicità martellante: lei aveva riscoperto l’esistenza di personaggi dalla valenza psicologica non scontata, ma che spesso erano trascurati a favore di bambini cresciuti nella giungla, o sirene filoterrestri (che, a dirla tutta, neanche vinceranno il Premio Sanità Mentale 2020).

Nell’entusiasmo generale di rivedere Ariel che sguazza pettinandosi con una forchetta, o Belle che cazzeggia per il villaggio, io pensavo che grazie a quel canale esisteva una nuova categoria di personaggi che pure si aggiravano, non so se cantando o meno, per il centro di Barcellona: il personale del call center. Tra loro c’era, indovinate un po’, il mio compagno di quarantena, prima che tornasse quel pomeriggio stesso armato di computer aziendale e cavo da cinque metri: entrambi erano necessari a collegarsi al router di casa e rispondere a nuove, entusiaste clienti come le mie compagne di scrittura.

Fino a ieri, dunque, chattava ancora dall’ufficio: doveva iniziare a lavorare da casa una settimana fa, ma non riuscivano a collegarlo al sistema, e comunque il suo training era finito da poco, e comunque ancora non era partito l’ordine dal manager…

Insomma, al lavoro non c’era tanta gente, ma c’era, e in molti erano italiani, che a quanto pare non avevano provato ad approfittare dell’ultima nave della Grimaldi Lines, come i venti lasciati a terra (e bersagliati via Facebook dalla nuova polizia dei balconi). Saranno rimasti anche perché, come ricorda il suddito britannico qua, se solo avessero aspettato una settimana di più a mandare il curriculum, si sarebbero trovati in immense difficoltà a trovare lavoro, ora che mezzo Stato spagnolo viene messo in cassa integrazione, e per evitare licenziamenti di massa deve intervenire il Governo.

Quindi, mentre ieri sentivo discettare online di tigri parlanti e streghe del mare, mi ricordavo con irritazione crescente che le opportunità di alcuni erano un lavoro per altri, oltre che un rischio di contagio per la sottoscritta. E stiamo parlando di operatori che in un’azienda meglio organizzata avrebbero lavorato da casa una settimana fa, non di colf rimaste senza mangiare, o di badanti costrette invece a lavorare, col ricatto di una denuncia.

Ma il mondo, si sa, è complicato: il Brit di casa ci andava volentieri, al lavoro, anche se vi era costretto. Certa gente, si diceva, ha proprio bisogno di lasciare la casa per un po’. Leggo che, in Italia, i genitori di figli autistici chiedono a gran voce un certificato per uscire (idea che caldeggio da giorni per altre categorie) e intanto si arrangiano esibendo al polso dei nastrini blu, per non ricevere insulti da chi accetta la proibizione dell’ora d’aria. Chi si preoccupa degli strascichi psichici che avrà la pandemia  si chiede se non sarebbe il caso rendere sicure poche, sporadiche uscite, invece di stigmatizzare una pratica che salva la nostra igiene mentale.

Io che ne so. Io, si diceva, ho il privilegio di star bene a casa, tra buone letture e scritture mediocri (ma miglioro), senza dovermi preoccupare del piatto a tavola. Volendo potrei concentrarmi anch’io sulle nevrosi della Sirenetta.

Ma, pandemia o no, questo mondo “fuori dal mar” che sognava Ariel si rivela così surreale, che una forchetta usata come spazzola per i capelli diventa il male minore.

Speriamo di non noverarla tra gli strascichi della reclusione!

Ok, non col piumone, ma la sua felpa è uguale!

Giuro che, quando ho visto il quaderno, mi sono quasi commossa.

L’aveva trovato alla tabaccheria dove compra le sigarette, già che si allungava verso il Veritas: il Coaliment di fronte alla nostra strada ha perfino la farina e il riso, ormai rari quanto l’araba fenice, ma è – era – un negozio per turisti, di qualità varia e prezzi maggiorati.

Va anche detto che, ieri, la sola lista della spesa sembrava un’improbabile battaglia navale Italia-Inghilterra, da disputarsi su qualche scogliera artificiale della Barceloneta, che rivedremo chissà quando: se andava al Coaliment, la pasta lunga doveva essere solo Barilla, e solo capellini, tra i pochi formati che tollero di quella marca… “Se non è Barilla, desisti”.

Lui scrutava la mia grafia sul retro della tovaglietta Sandwichez scovata tra le sue cianfrusaglie, visto che non ero disposta a cedere neanche un pezzetto di carta.

“E la trovo, questa marca al Veritas?” mi aveva chiesto infine.

“No! Al Veritas puoi prendere la pasta lunga che vuoi, magari non proprio quella che costa tre euro… però la qualità è superiore“.

“Ma sempre capellini? E poi che significa ‘passata di pomodoro’? Cos’è un pomodoro?”.

Gli stavo per fare un disegnino: se mi avessero detto che un giorno avrei difeso l’acquisto della Barilla, mi sarei messa a piangere. Ma le alternative al Coaliment sono la Gallo e poco altro, chi vive da queste parti sa e capisce. Avessi un po’ di semola di grano duro, altro che farina introvabile!

È finita che è tornato con le bavette Barilla, il latte d’avena e non di soia (ma la marca era Yosoy, che ne sapeva?), e i pomodori da pa amb tomàquet, ma lì è colpa mia: do per scontato che tutti li prendano di default del tipo che serve a fare le pellecchie. Poi, però, c’era il quaderno.

Io i racconti preferisco scriverli su carta. Se il racconto deve vincere per knock out, voglio pestare i quadretti con le mie penne a punta retrattile, finché le parole non fanno quello che dico io.

Sto facendo il classico errore di produrre cattiva letteratura su qualcosa che sta succedendo in questo preciso momento: roba che la gente non vuole leggere per anni, neanche se sfornata da grandi penne (non quelle lisce, dico in senso metaforico). Se Primo Levi non trovava un editore con il bel popò che gli era successo, figuriamoci io, che devo solo starmene a casa e ho il privilegio di starci pure bene, intenta come sono a leggere, scrivere e far di conto… o meglio, farmi due conti.

Non voglio cadere nell’errore di magnificare la vita che ho lasciato, ricordo che c’erano cose che volevo correggere ed ero in una fase di cambiamento. Certo che rimpiango l’uscita del pomeriggio, dopo la mattinata passata a scrivere, ma non al punto di magnificare il mio percorso ozioso tra Fnac e Cafè Costa, in cerca di un bar in cui prendere appunti su quanto avrei scritto il giorno dopo. Sono anche meno concentrata sulle ultime bozze del libro che doveva uscire ad aprile, e ora chissà.

Non importa. Ho ritrovato qualcosa che spesso si dimentica, quando si ha il privilegio di trasformare la propria passione in attività quotidiana: il perché. Come mai ci muove proprio quella passione? Quale piacere ci regalava prima dell’ansia, metti caso, di spostare quella virgola risolutiva? O prima dei dubbi su quanto le descrizioni – di cui non mi è mai fregata una ceppa neanche come lettrice – convinceranno l’editor, l’amica scrittrice, e tutto quello stuolo di gente che si può risentire se accosto due parole che iniziano uguale.

Anche questa può essere una distorsione di quanto accadesse prima: quando sarà tutto finito potrebbe tornare la mia ansia da prestazione, anzi, da descrizione. Ma se la realtà è diventata quest’alternarsi continuo di giornate, cos’è che ci definisce davvero? Forse, quello che nonostante tutto riusciamo ad amare, in tutte le sue rappresentazioni.

Fosse anche un quaderno dalla copertina verde transgenico, che a giudicare dalle dimensioni non mi basterà a scrivere la metà dei racconti che ho in mente.

Di buono c’era che si abbinava alla felpa di chi me l’aveva scovato: allora ho deciso che in tabaccheria l’aveva servito una commessa, annoiata come tante dipendenti che non possono permettersi di essere spaventate e basta. La ragazza aveva visto come gli stesse bene quel cappuccio verde ancora odoroso di lavanderia a gettoni, alzato sui riccioli rossi che si riprendono il loro spazio, e gli aveva scelto proprio quella copertina lì.

E invece, ho saputo poi, alla cassa c’era un tizio di mezza età, che gli ha sbattuto sul bancone il primo quaderno che ha trovato sullo scaffale.

Almeno mi sono ricordata perché mi piace inventare storie.

 

Un coltissimo utilizzatore finale del reperto in questione

Un po’ ve l’ho raccontata, la storia del mio sofà.

Però ci ho ripensato all’incontro di scrittura terapeutica, che come immaginerete sta proseguendo online, a partire da… ieri mattina.

Una mattina speciale, tra l’altro: un biglietto aereo datato 22 dicembre mi obbliga a ricordare che col mio compagno di quarantena festeggiamo… tre mesi, e non di quarantena. Lui ha onorato la ricorrenza spezzandosi con la forchetta i capellini nel piatto (vi giuro, se le ambulanze non servissero a ben altro…) e non cogliendo uno scherzo molto partenopeo sul fatto che, in caso mi contagiasse, gli apparirei in sogno per dargli tutti numeri sbagliati di una cifra. “Allora non mi resterebbe che correggerli per difetto!” ha concluso con aplomb, che è una parola che usa sul serio. Incredibile, vero? Quando in tre mesi si bruciano tappe che manco nei fitanzamenti in casa (e più in casa di così…), o in convivenze meno improvvisate: addirittura il fatidico “Non andiamo più da nessuna parte”, che le circostanze attuali rendono non un rimprovero, ma un’ovvia constatazione.

A dirla tutta, questa storia qui è cominciata proprio perché un divano ancora non ce l’avevo: ci si arrangiava su una poltrona senza braccioli, che potevo condividere solo in compagnia di ospiti con cui avevo confidenza, o con cui ne volevo avere. Con quello là, albionico per giunta, non si poteva stare ancora troppo vicini, così dal mio angolino ero stata sul punto di cadere: lui mi aveva afferrata per il braccio all’ultimo istante, ed era scattato un momento che definirei da Via col vento, se non fosse che lo schizzinoso odia l’accento americano.

E il sofà che c’entra, in tutto questo? Un momento, ci arrivo. L’esercizio di ieri, nel gruppo di scrittura, prevedeva di completare delle frasi sulle nostre emozioni (“Mi sento felice quando…”, “Mi sento ignorata quando…”) e trovare similitudini tra i pensieri così espressi: ne avevo concluso, come altri, che quasi tutte le situazioni per cui provavo rabbia o tristezza erano dovute a decisioni altrui, di cui avevo pagato le conseguenze. Le anglosassoni in videoconferenza avevano ripiegato sul loro mantra, piuttosto attuale peraltro: “A volte non possiamo decidere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come reagire“.

Io però avevo l’asso nella manica, cioè il divano che ha rimpiazzato nell’ultimo mese la poltrona “galeotta”, e che, senza volerlo, mi ha insegnato un’altra tecnica di SSM (Superamento Situazioni di Merda): provare a trasformarle in un trionfo.

E veniamo a dove ho preso ‘stu bellu mobile, e perché mi ha aiutato tanto.

Per la verità è stato un “regalino” dell’ex inquilino francese, anzi, l’esatto contrario di un regalo: in una discussione piuttosto sgradevole, avvenuta davanti all’ascensore già pieno delle sue cose, il tipo se l’era fatto scontare intero dall’ultimo affitto (e fortuna che erano “solo” 80 euro), anche se l’aveva comprato di sua iniziativa e l’idea era di fare a metà. Secondo lui, adesso che traslocava, i suoi quaranta euro me li doveva rimborsare l’ignara nuova inquilina, che per la verità avrebbe barattato volentieri quell’arnese ingombrante con una poltrona mia a dondolo.

Allora, invece di cimentarmi nel mio scarso turpiloquio in francese, e solo per recuperare quaranta euro, ho stipulato con l’inquilina un Patto Dash: io ti offro le due poltrone mie – ti raccomando quella senza braccioli – e tu, in cambio, mi cedi l’oggetto del contendere. Ok? Ok.

Senza saperlo, ho fatto la fortuna mia! Innanzitutto, le manovre di trasporto sono state esilaranti: alza qui, abbassa là, e ci passa per la porta? Tirate fuori il goniometro… Poi è finita a tarallucci e vino, per recuperare le forze perdute. Infine, ne ha guadagnato anche la casa: con la quarantena mi sono ritrovata un angolo in più per leggere e scrivere, ora che dobbiamo centellinare ogni metro, in attesa di poter invitare di nuovo ospiti il cui spazio vitale rispetterei con più facilità – e senza rischiare rovinose cadute.

Sono convinta che l’operazione divano – che consiste nel trasformare una disavventura in una cosa buona – sia estendibile a tante situazioni di merda che ci sono capitate, ma che, rispetto a certe tragedie sotto i nostri occhi, possono davvero trasformarsi in opportunità.

Non sempre, eh. La prossima forchetta che si abbatte su dei capellini innocenti verrà punita con una diretta integrale di Gigione.

A ben vedere, è un’opportunità anche quella.

 

(La scena di spostamento del divano.)

 

L'immagine può contenere: il seguente testo "Lávate las manos como si hubieras saludado a quien dice que "el feminismo es como el machismo pero al revés" Centro Estudios en Género"

Lavati le mani come se avessi salutato chi dice che “il femminismo è come il maschilismo al contrario”

Oggi mi ha svegliato mia zia, anche se è morta da anni.

No, non comincio ad avere le visioni: mi ha svegliato il ricordo della sua continua sorpresa davanti alle nudità femminili nella TV italiana. Ogni volta che le vedeva, insomma sempre, si chiedeva: “Ma queste come fanno, non hanno freddo? Forse ci sono i termosifoni in studio…”. La sua vita, come intuirete, era una continua meraviglia.

Anche io mi sorprendo davanti a cose che ho avuto una settimana di tempo per assimilare, fin da quando vedo le due zanzare ai lati del letto, principali indiziate per i puntini rossi che mi sforacchiano mani e viso. Come si mandano via, mi chiedo, in modo non cruento? Potrei comprare uno di quegli aggeggi elettronici, basta andare al negozio cines… Ah, già.

Vado in bagno: uh, i salvaslip sono quasi finiti, devo uscire a… Ah, già.

Era un po’ come l’ultima volta che sono tornata single, e andavo al supermercato: “Uh, la sua marca preferita di patatine bisunte, ora ne prendo un… Ah, già”.

Ora il mio compagno di quarantena è andato per me al Vegadiso, visto che era una deviazione minima rispetto al suo ufficio, e mi chiedo pure se sia un caso che sia tornato con il lievito nutrizionale più costoso, o se quello a tre euro fosse finito. Ma poi mi dico: ah, già, nell’indicare su Facebook i nuovi, ridottissimi orari, avevano augurato “buona fortuna al piccolo commercio, perché ne avremo bisogno”. Mangeremo lievito nutrizionale di lusso. Pure il Grasshopper , “per salvare posti di lavoro”, invitava a ordinare da mangiare su Uber Eats, e giù i commenti di gente che, come me, si rifiutava di usarlo: allora il ristorante, difendendo l’urgenza di non licenziare personale, avvisava comunque che consegnavano anche “in sede”. L’altra sera, allora, dopo la scappata in farmacia per prendere la vitamina D, ho fatto una corsa fino alla “sede abituale”, per accorgermi che, ah, già, era chiusa: dovevano riferirsi alla loro filiale che non sapevo esistesse, e preparava solo piatti da asporto. Dunque, visto che ero lì vicino, ho fatto per entrare nel Veritas su Laietana, con le saracinesche ormai mezzo abbassate: avevano tutti mascherine di quelle che, ahimè, non servono a un ca’. Il tizio alla cassa, vedendomi, ha alzato le mani, non senza esasperazione: chiuso. Chissà se stanno odiando i clienti. Ho visto meme creati dal personale della grande distribuzione: chiedono mascherine e guanti. Loro, con un cartello fuori al negozio, si limitavano a esigere il pagamento con carta di credito.

Al ritorno, sotto casa, cinque agenti circondavano un solo uomo in tuta, che aveva l’aria confusa e balbettava qualcosa in un accento non meglio identificato: gli chiedevano i documenti. Una volta su l’avevo raccontato al mio compagno di quarantena, e lui, che s’era trovato in situazioni del genere, prima aveva fatto per scendere, poi, convinto da me, era salito un momento sul tetto dell’edificio a vedere che stesse succedendo: la strada era deserta, di nuovo. Adesso che lui è tornato al mondo civilizzato, in cui lavorare in un call center è più dignitoso di vendere pensieri in strada, si ritrova i poliziotti schierati ogni giorno all’uscita dal lavoro: “Non state tutti così vicini, la prossima volta vi multiamo”. Certo, è la legge. Però nessuno multa l’azienda, che continua a bombardarmi di pubblicità per il suo nuovo canale, per il fatto che debbano essere ancora tutti lì, a imparare come s’interpreta lo stato d’animo di chi li chiamerà per abbonarsi a un mese di cartoni animati. Se il cliente sbraita perché non riesce ad accedere, il sentimento che prova è (segna la risposta giusta): 1. rabbia; 2. entusiasmo; 3. gioia; 4. speranza. E tu, cosa devi fare? 1. Prenderlo a parolacce; 2. trattarlo con condiscendenza; 3. concentrarti sulla soluzione al problema; 4. chiedere subito scusa a nome dell’azienda. Spoiler: l’ultima è sbagliata, perché potrebbe essere un errore del cliente e non della compagnia.

Per andare a imparare questo, si può lasciare la casa, tanto in queste ore viene persino multata gente per il fatto di non averne una. Però, se soffri di ansia, di stress post-traumatico o di claustrofobia, puoi uscire a ritirare i soldi a un bancomat, ma non puoi farti un giro da solo, neanche rispettando le distanze di sicurezza. E chi è rinchiuso con te deve sperare che non scleri.

Ah, già: andrà tutto bene.

Sperando che non sia così solo per chi potrà permetterselo.

Con gli inquilini ci siamo spartiti una lasagna.

La Fiera Vegana era stata cancellata, con i danni economici che immaginerete per chi la organizza (e non parliamo di magnati della produzione di avocado): quindi, prima che arrivasse l’ordine ufficiale di non circolare, avevamo beneficiato di un inedito servizio a domicilio.

Ho lasciato il ruoto (vedi sotto) accanto al modem nel corridoio, che è l’unica parte in condivisione della casa. Per scongelare bene dovevo tenerlo in forno un’ora e un quarto, ma in realtà m’ero scordata di spegnere, ed era incandescente. Quindi ho detto via WhatsApp a gente che viveva a due metri da me: tagliatela voi, io ho paura di fare disastri. Ho posato il mio miglior coltello accanto alla lasagna, e quando ho riaperto la porta l’ho trovata mutilata di due fette piuttosto piccole. Come si vede che non condivido l’appartamento con altri napoletani, mi è venuto da scherzare tra me.

In cambio, l’inquilino scozzese ha già detto che oggi va a fare la spesa, se ci serve qualcosa è a disposizione. Mi chiedo che faccia farebbe se gli chiedessi di passare in farmacia a comprarmi un test di gravidanza, ma non mi faccio illusioni, mi è chiarissimo che è lo stress. E poi, caro Masini, altro che “non sai se dirlo a lui”: mi sto lamentando con chiunque mi contatti via social che i cavalli del ciclo mi scalpitano sulla panza anche se ancora lontani, e in ritardo sulla tabella di marcia.

Saranno stati bloccati su via Laietana da una volante: la stessa che ha “invitato” ad alzarsi da una panchina solitaria il malcapitato che ora si trova semi-intrappolato con me in casa, per le prossime due settimane. “Semi”, perché al lavoro che ha incominciato da poco gli hanno chiesto di andare lo stesso, e gli pagano mezza giornata come una intera. Tanto si tratta di uno dei colossi mondiali, e Facebook comincia a proporre anche a me il prodotto che stanno per lanciare: per abbonarmi, basta chiamare lui e i ragazzi che in queste ore devono stare seduti a un metro e mezzo di distanza, davanti a tavoli disinfettati, e in due turni diversi per non affollare l’ufficio. Il loro spagnolo è spesso troppo scarso per decifrare i loro diritti, ricordati con solerzia dai sindacati del posto, e un part-time pagato a tempo pieno non si butta, in una città in cui metà stipendio se ne va per pagare l’affitto. Specie ora che tanti posti di lavoro sono a rischio.

Prima che arrivasse la notizia che si lavorava lo stesso, era finito su quella panchina come se stesse scappando da un incendio: rimanere in casa senza neanche uscire a correre è odioso di per sé, come ormai saprete, ma diventa un incubo per chi ha determinati problemi di salute, o alle case associa solo brutti ricordi. Purtroppo qualcuno, in circostanze simili, piuttosto “sceglie” di dormire all’addiaccio. E che fine faranno, quelli che per i casi della vita sono finiti in strada? In effetti, mentre leggevamo l’incipit di Casa Howard sul mio letto – che ormai è diventato un secondo salotto – ci chiedevamo come si chiamasse uno che un tetto sulla testa ce l’ha: chi non ce l’ha è un senzatetto, ma gli altri? “Contetto”, ipotizzavo in italiano, oppure facevo un terribile gioco di parole nella sua lingua, tra home-less e home-more

“No, Maria, io esco!” sarebbe stata una risposta accettabile.

Ma tanto, dove andava.

(Mettete un ruoto nella vostra vita!)