Archivio degli articoli con tag: rabbia
Image result for angry bunny

“You what, mate?” (dichiarazioni a caldo del leader della band)

Del laboratorio di scrittura di ieri non vi dirò le cose belle, tante: gli esercizi a sorpresa, i confronti sulla struttura dei personaggi, gli abbracci finali e l’aperitivo improvvisato.

Vi dirò di quando a corso finito sono andata a fare pipì, e ho ricordato. Un annetto fa ero nella stessa posizione poco nobile, ma necessaria, e sempre nel bagno della Libreria italiana Le Nuvole. Solo che allora ero alla presentazione di un libro, ed ero scocciata perché avevo anche un altro impegno: gente che stimavo poco, nota anche al mio ex che già era in marcia, aveva organizzato un evento di beneficenza a cui avrebbero partecipato anche… chi avrebbe partecipato all’evento a cui ero condannata ad assistere?

“Il mio ex e le teste di cazzo!” riassunsi all’improvviso, alzando la voce come se fossi su uno scenario.

In quel momento capii che avevo creato il nome perfetto per una band. Immaginatevi, che so, Pippo Baudo – ormai a Sanremo sono tornati tutti – che dal palco dell’Ariston fa un grazioso preambolo su questo gruppo formatosi a Barcellona, dal nome italiano ma dallo spirito… boh, Pippo Baudo s’inventerà qualcosa di sicuro, e poi concluderà: “Un bell’applauso per… Il mio ex e le teste di cazzooo!”. In inglese poi suona benissimo, fa quasi rima: “My Ex and the Dickheads!”.

(In caso voleste formare davvero la band, non sottovalutate nei testi l’assonanza con xiquets, “ragazzuoli” in catalano…)

Tutta questa… minchiata per dirvi che la rabbia, ogni tanto, non genera mostri. E vi perdono se non siete entusiasti quanto me, dell’esito di quella visitina al bagno de Le Nuvole di un anno fa. Però, oh, almeno su questo mettiamoci d’accordo: capisco l’aspirazione a moderare i toni (ma sempre?), a rispettare le opinioni altrui (ma tutte?), tuttavia nel nostro paese, “piagato” in tutti i sensi, sottovalutiamo il potenziale della rabbia.

Qua in Catalogna, alle manifestazioni, cantano: “Chi semina miseria, raccoglie rabbia!”.

E a me sembra più che legittimo. Qualche giorno fa ho offerto tarallucci e vino agli inquilini, perché mi avevano aiutato a spostare un divano, e alla fine, visto che a ubriacarmi basta anche solo un ditale di rosso, ero talmente ciucca che ho fatto una cosa davvero blasfema, nel senso laico del termine: parlando di un libro che leggevo sull’inqualificabile SS Irma Grese, ne ho anagrammato per sbaglio il cognome e ne è venuto fuori “Irma Segre”! Roba che Fraulein Grese, ovviamente indegna di questo onore, non avrebbe aspettato il tribunale militare inglese e si sarebbe impiccata da sola, senza che il mondo piangesse troppo per questo.

Allora ho pensato a questo bellissimo intervento di Liliana Segre al Parlamento Europeo, che mi scuserete se non guardo di nuovo con voi, ma mi viene da piangere. Senza un reale “volemose bene”, e con il solo scopo di fare il suo perché non accada mai più, la senatrice della repubblica parla dell’unica cosa importante: non certo i suoi aguzzini, ma la voglia di vivere “nonostante tutto” che dobbiamo avere anche oggi, in questi tempi di mortificazioni e lavori umilianti.

Mi sembra perfetto. Ma trovo legittima anche un’altra reazione all’orrore: quella del superstite francese assunto da un giornalista per intervistare proprio Irma Grese, che invece di starsene buono a tradurre le spiegò per filo e per segno quello che pensava di lei, per poi chiederle “Perché l’hai fatto?”. E lei: “Perché era nostro dovere”. A questa personcina così ligia e compita, la sopravvissuta Batsheva Dagan dedicò poi una lettera aperta, pubblicata il 29 ottobre del 1945 su The Palestine Post (lassamme sta’). La missiva aveva poco a che vedere con inni alla vita nonostante tutto, e ne traduco un pezzettino:

Invochi le attenuanti ora che sei a giudizio. Gli occhi del mondo sono fissi su Lüneburg, in attesa della sentenza. Ma le tue vittime ti hanno già giudicata. Ti condanniamo a vivere e soffrire come noi, e non rivedere mai la luce della libertà.

Amen.

Concludo con una signora messicana che vi sfido a guardare negli occhi, prima di dirle che deve perdonare e rassegnarsi perché il Vangelo cos’. Anche a lei ingiungono di moderare i toni e non distruggere arredamento urbano per protestare, cosa che in linea di massima mi troverebbe anche d’accordo. Però, vedete, ha perso sua figlia, uccisa come altre, e sa che altre ne uccideranno: sarebbe auspicabile, dunque, unire la rabbia e canalizzarla in iniziative valide, per evitare che succeda di nuovo.

Se non tanto capite lo spagnolo messicano, sostituite “pinche” con “cazzo”, e più o meno vi fate un’idea.

 

(Questo è un bonus.)

 

  Oggi ci sono cascata: mi sono messa a commentare su facebook un paio di post che non mi trovavano d’accordo. Uno ridicolizzava una presunta esibizionista da spiaggia (la didascalia era “ben GLI sta”…) e un altro, a proposito di slut shaming, difendeva la lingua italiana da quelle contaminazioni terribili tipo leader oppure font, che suggeriva di sostituire con un pratico e funzionale “carattere tipografico”. Ho capito che a scuola avete imparato il francese, cari gendarmi della lingua (l’età media dei commentatori era alta), ma fatela finita, sì? Ecco, mentre facevo tutto ciò, mi è piombata addosso la punizione divina: mi è andato di traverso l’intruglione che per insondabili motivi digestivi mi faccio ogni due giorni (miscela mefitica di cannella, zenzero, miele e succo di limone) e, dopo averlo sputato in ogni dove manco stessi affogando nel Mar Morto, mi sento come al terzo giorno di mal di gola.

Ben GLI sta, commenterebbero quelli del primo post. Perché, dicevo, ci sono cascata: mi sono arrabbiata, e per niente. Per dire la mia a gente che non cambierà idea solo perché io non la penso uguale, e continuerà a rafforzare la sua identità attraverso il disprezzo di quelle altrui.

Lamentarsi serve a poco, purtroppo. Eppure è una forma di socializzazione che usiamo spesso. Come va? Eh, signora mia, questo calore non dà tregua. Tre mesi prima avevamo criticato il freddo, e se anche ci fossero dei gradevolissimi 20 gradi vireremmo la conversazione con questa semisconosciuta (a cui rivolgiamo la parola per cortesia) su qualche fonte di lamentela. È una formula collaudata, pratica. Si è subito complici, nel biasimare insieme qualcosa che non ci piace. Ci dà un argomento per parlare e uno strano piacere, quello di analizzare ciò che non ci garba, come unica maniera di controllarlo. Il sollievo con cui lo mettiamo da parte per dedicarci ad altro pure è un surrogato del piacere.

Una volta ho provato a non cadere nella trappola. Il che non significa, attenzione, pensare solo a cose buone e belle da dire: il pensiero positivo va bene finché non censura, nasconde, della rabbia che faremmo bene a (ri)conoscere. No. Ero a tavola col mio ragazzo e, invece di lamentarmi di come andasse l’associazione, dei nostri amici perdigiorno, dell’affitto troppo caro e delle condizioni della caldaia, ho provato a parlare d’altro. E ne sono venute fuori delle belle!

Progetti per il fine settimana, per l’estate, per la vita. Considerazioni piacevoli sul tempo e su quanto avessimo di buono, invece, in quella casa esosa con la caldaia che fa le bizze (il che non significa che alla prossima doccia fredda non vada a fare lo strascino alla padrona di casa, so’ ottimista, mica scema).

Insomma, se rifuggiamo dal piacere agrodolce a cui siamo abituati, quello di relazionarci attraverso le critiche, ci si apre sul serio un mondo. Forse è il modo più rapido ed economico per cambiarsi la vita. Ma sì, ragioniamo in termini di tempo: se mi sono lamentato mezz’ora di cose che non ho fatto altro per risolvere, a parte rimuginarci su, ho sottratto mezz’ora alla lezione da preparare che comunque mi aspetta più tardi, alla birretta dopolavoro da organizzare, perfino a una possibile soluzione al problema di cui mi lamentassi.

Quindi, non si tratta di essere sempre positivi e vedere le nuvolette rosa dappertutto. È questione di dire ciao alla spirale di pensieri che ci accoglie nella sua rassicurante nullafacenza, garantendoci zero soluzioni al prezzo di una piacevole mezz’ora a rovinarci il fegato.

E quanto ci piace, rovinarci il fegato.

Finché scopriamo quante cose deliziose possiamo assaporare se lo trattiamo bene.

 

tagliateglilatesta Ok, lo ammetto per chi mi sfotte e mi chiama piccola Buddha. Incazzarsi è facilissimo.

Basta sentirsi in un loop, ritrovarsi in una situazione in cui il nostro potere decisionale non gioca che un terzo della partita (tutte, in pratica) e non digerire l’impotenza.

Basta scoprire che il progetto a cui avevamo lavorato come pazzi non corrisponde alle nostre aspettative (e appartenendo queste alla fantasia e i risultati alla realtà, è un’altra cosa che succede sempre).

Insomma, la risposta più facile a tutto questo è incazzarsi, di brutto. E sapete come. A parte lo scatto d’ira singolo, che non può ripetersi troppo se no ci viene un infarto secco, esiste la rabbia sorda che monta piano piano. Come la  marea a Barceloneta, dopo che è passata una crociera: giunge a riva quella schiumetta radioattiva, piena di lattine e bottiglie con l’etichetta stinta.

Sì, l’avete riconosciuta. È la rabbia latente che porta la gente a fare commenti acidi su facebook, o a perdere di vista l’argomento su cui interviene e parlare solo di sé, del suo problema, delle sue paure, vomitando sugli altri la facile frustrazione dei giorni andati male.

Be’, niente di più facile, capita anche a me e più spesso di quanto vorrei.

Mi accorgo che mi sta succedendo quando comincio quel sarcasmo da due soldi, quell’amarezza costante sempre diretta a qualcun altro, un amico in ritardo o un’alunna difficile… Qualcun altro che, in definitiva, non è mai il problema.

Il vero problema è l’associazione che sonnecchia, ma me la prendo col singolo membro che non ha procurato l’altoparlante (esempio a caso, in realtà ne abbiamo ben due!). O l’irriducibile differenza di gusti con le persone che amo. O la constatazione che le ore di lavoro extra mi dimezzano, di fatto, entrate già magre.

E lo so, l’ideale sarebbe passare all’azione. Cercare di risvegliare l’associazione o accettarne il letargo per fare altro. Inventarsi un lavoro più fantasioso e remunerato. Crearmi un’agenda personale che complementi il vivi e lascia vivere che già adotto con chi amo. Esempio: se tu hai una serata partita/rutto libero, io vado a mangiarmi una pizza (altro esempio a caso, nella mia vita maschi alfa non pervenuti, per fortuna).

Ma no, a volte vogliamo solo sfogare, permetterci la battuta acida verso la cazzara che non ha portato il vino per la cena aziendale, le smorfie ai turisti lenti che scambiano i cunicoli della metro per il lungomare di Napoli.

Insomma, lo sfogo ci sta. Ma sul lungo termine, ci fa bene? Anche perché, si diceva, spesso a guidarlo è la paura generata dall’impotenza. O devo rassegnarmi al fatto che il tizio che mi diceva “gli immigrati vogliono ammazzarci tutti e lei sta qui a sottilizzare” sia semplicemente un idiota (possibile, eh).

Insomma, ecco la nostra amica paura, quella di non riuscire a venire a capo della situazione, solo perché non la controlliamo tutta. E fateci caso, questa paura è come le sabbie mobili. Più ce ne facciamo prendere, più difficilmente ne usciamo.

Dopo lo sfogo iniziale, quindi, proviamo a riacquistare fiducia in noi stessi. A capire che non fa niente se arriviamo un po’ tardi o se qualcuno ci insulta per strada: non siamo inadeguati noi, insulterebbero uguale un altro passante. A capire che la soluzione in tasca è un optional, quello che abbiamo di serie è la capacità di affrontare la situazione.

Ne riparleremo.