Archivio degli articoli con tag: Rai Art
Risultati immagini per succo detox

Da verosucco.it

Sia messo agli atti che io volevo andare da Maoz.

Anche se per raggiungerlo dovevamo tornare quasi sulla Rambla: è un guaio dover cercare qualcosa da mangiare nel Born, tra gli ultimi bar sozzi rilevati da cinesi e i nuovi locali hipster. Ero lì solo perché al Rai Art davano uno spettacolo di marionette con un biglietto da visita di tutto rispetto: i pupari si erano fatti qualche mese di galera per apologia del terrorismo (ovviamente erano innocenti).

All’uscita, però, il Cat Bar era pieno (che peccaaato), e il mio accompagnatore non voleva saperne di rischiare un felafel in piedi da Maoz. Allora mi aveva proposto quel locale lì, quello coi succhi in vetrina. Detox poco al disotto dei sei euro, cose così. Io avevo concesso il beneficio del dubbio una volta, e mi era bastata.

Intendiamoci: ci sto a pagare il doppio di un Bar Manolo per un piatto originale, con ingredienti di prima qualità. Ma in questi casi, molto di ciò che chiamano “cura dei dettagli” per me è fuffa. E poi pretendo, dico PRETENDO, di uscire sazia anche da un locale fighetto.

Ma mi ero rassegnata, avevo ordinato il mio Detox, e nella corsa in bagno per ben noti dolori avevo dribblato una coppia di avventori: lui con la barbetta alla moda, lei con le Dr. Martens originali e i calzerotti.

Al mio ritorno i due avevano già disturbato con continue domande il cameriere, che aveva provato a offrire loro un menù, e uscendo coi loro dolcetti da asporto avevano lasciato su un tavolino il bicchiere di Starbucks.

Stavo per tuffarmi nel mio minihamburger di rapa, quando la porta si era aperta di nuovo: che contrasto, con gli hipster appena usciti! Il tizio sulla quarantina aveva un vecchio giubbotto, coppola e sciarpa rossa, e l’aria infreddolita.

Aveva letteralmente dato i numeri, due cifre che il cameriere aveva capito subito e trasformato in altrettanti pacchetti da asporto. Allora, mi ero detta, era di quelli che ordinavano a distanza, con le nuove app che permettono questo servizio! Vedi che le apparenze ingannano? Poi, al di là delle file di succhi in vetrina, l’avevo visto caricare i pacchetti su una bici, in una sporta verdolina.

Glovo, vero?” avevo chiesto al mio accompagnatore, che dava le spalle alla scena.

Lui si era girato e aveva annuito.

Allora ho pensato all’amica che lavora in una clinica privata e riconosce subito le donatrici di ovuli dalle aspiranti madri, e non solo per l’età. Ricordo poi il terrore di una portiera del Quisisana di Capri davanti al mio vestitino della Onyx e a una giacchetta sotto le centomila lire, ed ero entrata solo per un’informazione! Non vi dico quando mi ero presentata alla festa chic della facoltà di Medicina con un abito “indiano” comprato al mercatino studentesco di Manchester. Insomma, ero sempre stata io la vittima di pregiudizi da parte di gente non sempre più ricca, ma certo più elegante, di me.

Adesso, pure se non ordino mai a domicilio (e volevo andare da Maoz!), mi sentivo Maria Antonietta circondata da pietanze troppo care, e quasi mi veniva da dire:

“Che bevano Detox!”.

Da un po’ sono ossessionata da Versailles e derivati, forse perché un amico di Maiorca mi ha informato che la gentrificazione c’est moi: straniera occidentale con casa di proprietà in centro. Ma confesso che io, più che alla dittatura del proletariato, aspirerei ad affitti bassi, stipendi più alti e al fallimento di ‘sti posti inutili che ti fanno pagare un succo quanto una cena completa da Gigino è sempre un amico.

Spero di star facendo qualcosa, nel mio piccolo, per dare una mano.

E la prossima volta si va da Maoz.

 

 

 

 

 

Annunci

omaggio-franca-rameNon c’è niente di eroico a organizzare in due giorni un omaggio a Franca Rame.

Però richiede lavoro. Sempre meglio che andare in miniera, ovviamente, e poi l’omaggiata merita. Ecco, se c’è una serie di questioni da chiarire prima di cimentarsi in simili imprese, la prima è che la gente non sarà lì per te. Verranno per lei. Se la cosa va bene, è merito suo, in caso contrario è colpa tua. E va bene così.

Un’altra cosa da capire è che risparmi tempo e fatica facendo solo quello che sai fare, quello che ti viene meglio. Io sono brava ad avviare le cose. Non so recitare, non so niente d’informatica, poco di comunicazione. So dare il mio tavolo all’esperto grafico di Altraitalia, convocato da me alle 11 di sabato mattina, il tempo di tornare io dalla biblioteca con le fotocopie dei testi in spagnolo (che il Rai, giustamente, non è l’Istituto italiano di cultura). So tagliare in due i pomodorini cherry da aggiungere agli spaghetti e al pesto industriale, mentre la locandina prende forma e l’attrice, accorsa pure lei, si legge il suo monologo (il primo in spagnolo) con 24 ore di preavviso.

So anche rendermi conto, come svegliandomi da un sonno, del caos in cui sto vivendo. Della lettiera della gatta rovesciata in balcone senza che riesca a prendere una scopa, della casa che cade a pezzi e io la guardo come a dirle aspetta, aspetta che mi rimetto in forze. Però le forze di metter su uno spettacolo ce le hai, sembra urlarmi il lavandino che vomita piatti. Eh, non è detto.

So infine che con l’attrice che verrà la sera, dopo il lavoro, dritta da me per il suo monologo condito da insalata, mi metterò a parlare di cose profonde, cose importanti. Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso…

– Ecco – commento, ritagliando i volantini da distribuire al concerto delle Questioni Meridionali – tu dimmi “ti do due giorni per metter su uno spettacolo”, e ci provo. Quello che non so fare è… Com’era? “Accettare le cose che non posso cambiare”. Sta cosa mi ammazza. Dimmi che ci devo lavorare due anni. Ma che non ci possa fare niente… Brrr.

L’attrice sorride, inclina un po’ la testa come quando salirà lei sul palco, la sera dopo, quando ormai il pubblico numeroso ci avrà fatto aggiungere altre quattro file di sedie, e la cuoca avrà cucinato, il presidente avrà presieduto, e il presentatore sarà arrivato mezz’ora prima a fare quello che sa fare meglio di tutti (insieme all’hummus), e l’offerta a piacere ci avrà tolto anche l’impaccio di dare il resto per l’angolo buffet.

E l’ultimo monologo, affidato all’autrice su uno schermo gigante, avrà strappato un applauso che dalla sala buffet mi avrà fatto alzare la testa un momento, per poi capire.

E l’abbraccio liberatorio ci avrà confermato che quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, presto e bene.

Restano le cose che non posso cambiare.

Come il tubo del lavandino che decide di staccarsi il giorno dopo, inondandomi la cucina di acqua e scorze di pomodoro, ma il tecnico venisse tardi, che prima devo andare a Barceloneta.

Ci vado sempre quando devo proprio riposarmi. E curarmi.

Infatti penso, le cose che non posso cambiare. Accettare le cose che non posso cambiare.

Finché non dico OK, e improvvisamente resta solo il mare.

primo maggioMetto in zaino i 4 kg di chorizo criollo, scostando gli 8 litri di vino. Sollevando il malloppo sospiro:

– Verrà la morte…

Passa un bel macellaio.

– … e avrà i tuoi occhi.

Ora, non so se Cesare Pavese si sia rivoltato nella tomba, a essere citato nel bel mezzo della Boqueria per una cosa così volgare, ma gli dei mi hanno punito: la damigiana di vino ha schiantato lo zaino proprio al centro della Plaça de la Catedral, tra turisti che si crogiolavano al primo sole della settimana.

E il Rai era ancora lontano. D’altronde martedì restava aperto almeno fino alle 15.30, per posare la spesa che facevo, aspettavo i co-organizzatori del pranzo sociale Altraitalia del primo maggio? Quelli disponibilissimi, sempre al telefono, pronti a dirmi quanta roba comprare e dove prendere la cansalada (che finalmente ho scoperto cos’è, bleah) ma quasi tutti con figli e lavoro d’ufficio, e a fare la spesa indovinate chi ci è andato? Gli zitelli che lavorano strano.

Ma ne è valsa la pena. Ne ho organizzate, eh, di iniziative così. A volte c’è qualcuno che si atteggia a lider máximo, e poi non sa neanche concordare le riunioni organizzative con le partite del Barça. Altre volte ti ritrovi con 20 kg di riso e due pelati per condirlo. Anni fa il mio ex si offrì di farci il riso palau per l’occasione, lo vidi versare un’intera bustina di spezie e non feci in tempo a fermarlo.

– Nooo, guarda che lo dobbiamo vendere a europei delicati di stomaco!
– Ah, allora ne metto una busta sola.

Non so se gli invitati a quella serata si stiano ancora ricostruendo l’apparato laringo-faringeo.

Ma dopo mercoledì so che il concetto veneto di amatriciana riesce a essere più viuuulento di quello romano: nella pignata accanto alla mia (che conteneva modeste zucchine per vegetariani) ho visto sparire salsicce, carote, parmigiano e pecorino insieme…

So anche che l’ingrediente segreto, in un’associazione, è l’affetto, per quanto la scoperta faccia un po’ Shirley Temple. Che sia il solo vero collante che porti la gente a organizzare catene di montaggio per portare i piatti, mentre quella quarantina d’invitati (tutti prenotati all’ultimo momento) affollano le panche di uno stanzone senz’aria (ma perché chiudono sempre il balcone?). Che porti tutti a sopportare i masticielli che vengono a sentenziare in cucina solo nella pausa sigaretta, ad accogliere con simpatica rassegnazione il ritardatario che doveva presentarsi un’ora prima con la sua parte di pappa, mentre tu ti stai già trasformando in Super Saiyan.

E nei fumi della stanchezza e di quella mezza birra bevuta tra due chiacchiere in napoletano (la Babele italica in cucina era totale, io chiedevo un cuppino, Paolo dei ciap… nonsocosa, che poi erano presine, e Max parlava friulano col tipo che cucinava prima di noi), tra sorrisi e schitarrate catalane e fisarmoniche calabresi e pentoloni di bis ti vengono ancora più pensieri cursi, cheesy e una parola in italiano non c’è, lezioso, forse, sdolcinato, non so.

Insomma, pensi che divertirti non ti stai divertendo tanto, organizzare è una responsabilità e sul cumannare è meglio ca fottere hai i tuoi dubbi, ma stai cucinando la pasta di cui hai chiesto due anni fa la ricetta. Nella tenuta che ti aveva messo in imbarazzo proprio lì, un anno fa, alla proiezione del documentario No-Tav e che adesso è una seconda pelle, l’unica battuta, quando ti offrono la presidenza, è “la prossima volta in tailleur”.

E stavolta ridi, di cuore.