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Per spiegarvi il nuovo romanzo, ve ne racconto uno che ancora devo scrivere.

Parla di una tizia che si è fatta un punto d’onore di trasformare tutte le sue sfighe in capolavori. È un po’ ossessionata con quella storia, sapete? La questione dei cocci giapponesi che si rimettono insieme con l’oro fuso. Un metodo di riparazione senz’altro spettacolare, che però, come suggeriscono in BoJack Horseman, non sembrerebbe particolarmente efficace. Ma la nostra eroina che non c’è (o non c’è ancora) è proprio ossessionata: non riesce ad accettare che, oh, le cose a volte vanno storte e basta. Accettarlo e passare oltre è la migliore delle riparazioni possibili.

Eppure. Questo libro mi prova che la mia protagonista inesistente un po’ ha ragione: quasi tre anni dopo aver scritto la prima bozza, mi rendo conto che da tutta quella faccenda complicata e a tratti angosciante ho ricavato “almeno” Una via dritta, che da ieri potete prenotare o, addirittura, trovare in libreria.

E la storia, mi sa, la conoscete: anzi, grazie ancora a chi mi contattava sui social per assicurarsi che fossi tutta intera! Il romanzo inizia quando Mariano Rajoy prende bene i preparativi per il nuovo referendum indipendentista (il terzo da quando sono a Barcellona, e all’inizio, mi dicevano, neanche il più votato al successo). Ai tempi nel porto barcellonese, decorata da una surreale effigie di Titti, era arrivata una nave carica carica di… polizia!

Sarebbero scesi, gli agenti? Avrebbero risposto con le manganellate a quell’insolita occupazione fuori stagione? Ero rimasta col dubbio fino al 30 settembre 2017, mentre osservavo le famiglie che riempivano di cartelli e tapitas da spizzicare le scuole e i centri culturali al cui interno, intanto, si preparavano le urne. Adesso, dalle parti della mia nuova casa fin troppo centrale, c’è un negozio che pretende di vendere ai turisti alcune di quelle scatole di plastica bianca, con sopra una bandiera catalana stilizzata: mi dicono che le originali, però, sono patrimonio dei centri che le hanno custodite, nascoste e, all’occorrenza, difese con la propria pelle.

Perché di questo si trattava: della pelle. Quel primo ottobre in cui io cominciavo la carriera di spettatrice perplessa di fatti che mi avrebbero sempre vista un po’ in disparte, gli agenti avevano abbandonato fin dalle prime ore notturne la “nave di Titti”. Anche a casa mia, qualcuno sarebbe sgusciato fuori qualche ora prima che uscisse il sole, con indosso il gilet fosforescente degli osservatori dei diritti umani.

L’unica scena che non inserisco nel libro, perché è solo mia, è proprio quella dell’abbraccio tra me e il… gilet di cui sopra, avvenuto a mezzogiorno fuori all’associazione in cui quel piccolo esercito pacifico e un po’ fluo faceva un rapporto pieno di speranza, ma anche di brutte notizie: un manifestante aveva perso un occhio (ancora proiettili ad aria compressa!). Inoltre, tra le immagini di feriti che circolavano in quelle ore c’era una signora anziana con la testa spaccata, parente lontana della Pepita del libro. E intanto, alcune testate internazionali più realiste del re provavano a dimostrare che quelle dei pestaggi erano immagini di repertorio, che meno persone di quelle dichiarate s’erano presentate in ospedale… Una blogger italiana, che aveva vissuto a Barcellona decenni fa, formulava giudizi molto seguiti su una città un po’ da cartolina, in cui non riconoscevo quella che abitavo io nel presente. A me tutto questo sembrava confuso e alienante.

Ma nei giorni successivi avevo assecondato un mio antico difetto: sorridevo a tutti, provavo a mediare. All’improvviso tanta gente, presa dall‘incertezza politica, dal clima di violenza e dall’esodo delle banche verso altri lidi, sembrava avere una gran voglia di litigare.

Quando m’ero ricordata che non si può sempre sorridere, avevo mandato un po’ tutti aff…, m’ero messa al computer e avevo inventato Irene, Marco e Tati. O meglio, li avevo assemblati come una sorta di Dottor Frankenstein interrotto a ogni piè sospinto da una telefonata in lacrime (“Esco dal gruppo!”, manco parlassero di una rock band), o da una rabbiosa incursione dal vivo (“Di’ ai tuoi amici italiani che sparano cazzate su Facebook…”).

Insomma, come già col primo romanzo, avevo preso delle angosce vere e le avevo fuse come oro “riparatore” per affidarle a tre corpi inventati, ma in movimento: quelli di Irene, Marco e Tati. Dove vanno i nostri eroi, il giorno del referendum? A salvare una vecchietta, solo che non lo sanno. In un romanzo più serio si direbbe che vanno incontro al loro destino. E in questo incrocio di destini, nella conciliazione impossibile e imperfetta che provoca, si è giocato quello che restava della mia sanità mentale. Troppo drammatico? Ok, facciamo “della mia lucidità“, allora. O anche solo “della voglia di fare”.

Per credere che ci potesse essere una pace non apparente, tra me e una Barcellona gentrificata e contraddittoria, ho dovuto cercare questa tregua tra le righe, tra le parole che il buon Andrea mi ha estorto di revisione in revisione, quando il papocchio iniziale era diventato una cosa seria, e toccava dare movimento a prime bozze troppo statiche, o drammatizzare situazioni di coppia che, chissà perché, non volevo esplorare fino in fondo.

Era paura, la mia? Forse. La paura del cambiamento, che tanto avviene lo stesso e, che ci piaccia o no, si lascia dietro un sacco di cocci rotti. Possiamo “ripararli” con tutto l’oro fuso del mondo, ma non funziona tutte le volte.

Raccogliere i cocci, però, è un buon esercizio.

Sono contenta che questo romanzo, che ora affido a voi in tutte le sue crepe nude, mi abbia aiutato nell’operazione.

Continua.

 

(Una canzone che all’epoca mi agghiacciava.)

Risultati immagini per cuppinoFamiliare in due sensi: mi riferisco, infatti, a quelle parole ormai di uso quotidiano nella nostra minifamiglia di due cuori e una caldaia (quella nuovissima guai-a-chi-la-tocca della padrona di casa). Ma ultimamente abbiamo avuto allarmi più urgenti del micidiale código A08: falta de presión.

E se chiamassi il tecnico, gli farei lo stesso elenco che propongo qui sotto a voi.

Prima, però, me la tiro un po’ con Tucidide:

L’ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l’accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò il valore d’impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera dolorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l’intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all’azione.

Da Storie, III, 82

Dalle ‘n faccia, Tuci’! Ehm, scusate il mio (magno)greco. Possiamo cominciare:

  1. Unionista: prima non era così diffuso, mi azzardo a dire che non era neanche una parola. Ora lo siamo diventati tutti i non indepe, che saremmo di default per l’unità di Spagna. Logicamente ci sta, ma stento a sentirmi patriottica nei confronti di un paese in cui non ho mai sentito di abitare. Se non altro perché Barcellona, come tante metropoli, fa un po’ patria a sé. Per questo ci vivo.
  2. Eppaña: la Spagna secondo i detrattori. Lo trovo razzista perché sfotte l’accento andaluso. Trovo fuorviante anche pensare, come un amico dell’indepe di casa, che “los andaluces somos los únicos que tenemos derecho”. Però è vero che l’ultima frase va letta senza le s.
  3. La nonna del Quimet: molto citata dal commosso indepe di casa (d’ora in avanti idc). Poco dopo la votazione per l’indipendenza, il suo amico Quimet (nome prestatomi dalla senyora Rodoreda) ha telefonato la nonna lì fuori al Parlament e le ha gridato: “Iaia, ja som república!”. Devo dire che commuove perfino me il legame tra i giovani e i loro vecchi che, come la Pepita del mio racconto, ogni giorno della loro vita dovevano cantare Cara al Sol, come questi sobri difensori della democrazia contro il referendum. A una manifestazione indipendentista in cui mi ero intrufolata c’era un bel giovanotto barbuto col cartello “Va per tu, avi”. È per te, nonno. Non che consideri sano capitalizzare politicamente i rancori di quarant’anni di dittatura, quarant’anni fa. Lo prendo come un monito del fatto che, chiunque abbia provato a portare la democrazia, purtroppo ha lasciato le cose a metà.
  4. Socialdemocratica: io, secondo l’idc.
  5. Riformista: sempre io. Però credo lo dica a chiunque non conceda alla lotta armata, anche quella nostrana, “le sue buone ragioni”.
  6. “Por España yo mato”: cantata dal finto Rajoy de Los Morancos, che El Jueves in esclusiva indica come prossimi anchormen di TV3. Questa frasetta rassicurante mi viene in mente ogni volta che l’idc esce per fare l’osservatore dei diritti umani. Credo che lui mi venderebbe ai servizi segreti russi, notoriamente dietro tutto il suo movimento, pur di non ascoltare più il tormentone. Allora, per farlo contento, intono direttamente la canzone originale. In fondo parla di poliamore tamarro.
  7. Bootyfler: quando booty incontra botifler, più o meno “unionista di merda” secondo gli indepe, ricambiati con catalufos. Simpatico scherzo che mi fa ogni tanto l’idc per nominare il mio botifler preferito. Considerato tale, suppongo, perché non sta fuori a una piazza con tre bandiere estelades intorno al collo a mo’ di mantello di Superman. Sta di fatto che è sempre più bello.
  8. Frangettanera: la donna per cui l’idc non dico che mi tradirà, perché “monogàmia és capitalisme” (sic), ma baratterà le nostre quattro mura con una simpatica cameretta piena di poster di Anna Gabriel. In realtà a lui piacerebbe che fosse proprio Anna Gabriel, ma, anche nella repubblica catalana, non proprio tot és possible. A volte gliela canto proprio: “Frangetta nera, bella cuppina…”. Il che ci rimanda al prossimo termine.
  9. Cuppino: l’idc in persona. Mia traduzione di cupaire, persona che sostiene la CUP. In napoletano, come avrete capito dall’immagine, significa mestolo. Lo so, mi diverto con poco. D’altronde sono una socialdemocratica democristiana riformista, tutto insieme.
  10. Fozza Napoli! : (sempre!) la mia risposta a qualsiasi slogan si reciti in casa mentre cucino. Sarò anche qualunquista? Nel dubbio, in questi casi, aggiungo al piatto quel chilo di sale in più che, secondo l’idc, avrei messo lo stesso. Volgari insinuazioni.

Ho già dichiarato che “Francesco! Francesco!” gridato in mezzo alla strada lo lascio a Nannarella, e a circostanze ben più tragiche. Al massimo mi affaccio alla finestra e urlo: “Sta ccà, purtatevillo!”.

Mancherebbe anche Io speriamo che me la cavo, ma quello è a prescindere.

 

Dopo giorni passati a parlarne in chat, via mail, sui social e perfino dal vivo, con amici che reputo intelligenti, provo a mettere nero su bianco la pelosa questione del “chi è più discriminato”.

Perché io mi lamento delle fratture che sta creando la situazione catalana nelle relazioni di ogni tipo, e il messaggio sottinteso di alcuni è: in Catalogna sono ricchi e si permettono pure di ribellarsi.

Che dovrebbero dire gli andalusi, o i napoletani. I miei compaesani sostengono molto quest’argomento, da difensori dei Sud del mondo. Alcuni post che ho letto definivano il popolo catalano come “antipatico”, o “attaccato ai soldi”, con generalizzazioni che in altri frangenti non ci permetteremmo.

In qualche caso di emigranti italiani a Barcellona sospetto che la ragione sia semplice: difficile perdonare a uno di essere nato nel posto in cui noi proviamo a farci strada a fatica, senza il supporto familiare, e i contatti, e la liquidità di cui potrebbero disporre i più fortunati di noi, se fossero rimasti a casa. Ci sono cascata anch’io all’inizio, e mi rimproverava spesso il mio ragazzo di allora, artista catalano di origini meridionali che al primo referendum avrebbe votato No, ma votato, anche perché la Falange voleva marciare sul suo paesello, dove c’erano le urne (ricordo ancora i fischi dei votanti davanti alla chiesa, e l’urlo quasi napoletano “Fora! Fora!”, mentre spiegavo a Carlos quanto la scena mi ricordasse un episodio di Per chi suona la campana).

Ora so che aveva ragione lui: inutile discutere su chi abbia il diritto o meno di ribellarsi.

E lo dico dalla posizione scomoda di chi non ha nessun ideale meraviglioso da difendere (non ci credo, io, in una repubblica catalana). Siamo un po’ alla deriva, noi che non manifestiamo per l’indipendenza e se andiamo alle manifestazioni “contro la repressione” veniamo presi per indipendentisti, a meno che non ci mettiamo la bandiera spagnola addosso, ma perché dovremmo farlo.

Il fatto però di non accorrere ad appelli tipo “irruzione della polizia alla CUP!”, “i fasci stanno ammazzando di botte i compagni a Gràcia!”, non significa che diventiamo improvvisamente ciechi e sordi e non vediamo cosa stia succedendo.

Una terra come la Catalogna è ricca nel contesto spagnolo, quindi relativizziamo: non c’è lo spettacolare tasso di disoccupazione andaluso (il 48,7% per i più giovani di 25 anni), ma butta via il 30% catalano, e (tra parentesi) prova a campare con lo stipendio medio catalano a Barcellona. Scrivo tutto questo dando per buono che i non ricchi di una terra ricca debbano comunque chiedere scusa a qualcuno, equivoco molto presente tra chi politicamente la pensa più o meno come me. Una terra ricca porta in sé grandi squilibri sociali, e ne sanno qualcosa i leader della sinistra indipendentista. In questa intervista, Anna Gabriel della CUP racconta la giovinezza nel suo paese di minatori, passata a caccia di borse di studio perché se no niente università. Curioso poi che la critica alla ricchezza venga dal nostro, di Sud, eterno bacino di voti dati al miglior offerente, di collusioni col governo centrale per assicurarsi un minimo di posto al sole.

Non vi riconoscete, in questa descrizione? Vi offende, vero? E allora perché infliggere lo stesso riduttivismo ad altri? Perché “sono del Nord”? Consulterò poi un vero brexiter su quanto siano “nordici” i catalani.

Insomma, gli indipendentisti catalani sono e resteranno, secondo la mia impressione, una minoranza. Ma una minoranza consistente e incredibilmente variegata al suo interno. Non c’è solo la signora col canillo che viene in pullman dal paesello l’11 settembre, e che invade i tre baretti squallor rimasti ad Arc de Triomf: quella mi lasciasse sempre liberi i ristoranti cinesi autentici, per mangiarsi la sua coca ai peperoni, e ci eviteremo felicemente ogni anno.

La questione è che ci sono anche questi qua che si riuniscono dai collettivi e dai movimenti ogni settimana nel mio quartiere e in tanti altri, questi che scendono in strada da anarchici a difendere un referendum, perché ritengono che a fronte di questo re e di questo primo ministro di cui il primo fa le veci (no, non ho sbagliato a scrivere), sia proprio il caso di separarsi e votare.

Hanno ragione? Proprio non si può sperare che dallo stato spagnolo sorga un movimento compatto di gente che mandi a cagare Corona e PP? Chi lo sa, io ci spero ancora.

E penso che in una Catalogna indipendente comanderebbero comunque i figli maschi delle signore col canillo che vengono a Barcellona l’11 settembre, anche se il plebiscito, devo ammetterlo, non l’hanno mai ottenuto.

Resta il fatto che non è così semplice come ci piace pensare.

Ma lo so, la semplicità è troppo affascinante per contrastarla con dati, ne sappiamo qualcosa quando proviamo a fare due conti su quanto costerebbe l’indipendenza e scopriamo che non sono i conti a far scendere la gente in strada, con buona pace degli ideali illuministici che difendiamo a singhiozzo.

Intanto, per farvi capire la situazione, quando ho visto questo brutto spot mi sono commossa lo stesso, o meglio, mi sono ritrovata a piangere per il nervoso, e per la paura.

Qualsiasi cosa ci succederà, nei prossimi giorni, al contrario di altri non ho nessun motivo nobile per correre il rischio di scoprirlo in prima persona.

Ho la voglia meno nobile di provare a complicare le cose. Qualcuno dovrà pur farlo.

Voi, per esempio. D’ora in poi. Vero?