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Passo la scheda sulla lucetta rossa. Sul monitor alle mie spalle compare una mia foto (particolarmente azzeccata) e sul pc della reception escono i miei dati.

Ma la sbarra non gira. In compenso, il display mi ringrazia: t’ho agraïm. Cosa, il tentativo di uscire dalla mia palestra?
Allora una receptionista sconosciuta grida:
Hola, Maria!

La sbarra cede manco avesse detto apriti sesamo. Mi avvicno preoccupata al bancone. Lo sapevo, ho il conto in rosso. O la carta smagnetizzata. O magari mi dice che a uscire con questa tutina improvvisata, che mi doccio a casa col caldobagno, nun me se po’ vede. E invece mi chiede a bruciapelo:
– Rosso o blu?

Istintivamente rispondo blu, sperando non si parli di politica. Allora quella si avvicina a un armadietto, estrae una borraccia di plastica blu e me la porge dicendo:
– Sei una cliente di vecchia data. Grazie per la fedeltà!

Adoro la mia palestra.

Innanzitutto il tragitto per arrivarci: Rambla Raval percorsa a orari tranquilli, coi paki a godersi la Rambla scacciapensieri, come la chiamano, e visioni mistiche tipo: ex compagna di catalano che cammina dietro a un omone, entrambi col braccio destro fasciato; bambina tutta in rosa, pattini compresi, che tira la madre araba per il velo e strilla Quiero ir! Quiero ir! Quiero ir! .

Quasi sempre entro sorridendo. Prima tappa: lo spogliatoio, con la vecchietta che canta coplas. È un po’ che non la vedo, che scorrazza nuda tra le magrissime nuotatrici catalane grondanti acqua.

Ma alla piscina ho rinunciato da tempo, all’inizio ero uno spettacolo perché non mettevo la testa sott’acqua. Ahò, mi sentivo soffocare. Poi mi sono abituata, ma mi scocciavo di dividere la corsia. Anche se mi dicono che a Napoli l’avrei divisa con 10 persone. Già una mi rende nervosa, specie se si fa mille vasche al minuto.

Così vado nella sala attrezzi. 40 minuti cardio, poi petto o coscia, come al girarrosto, e 80 addominali.

Intanto, medito. Veramente. Del mio periodo zen mi è rimasta quest’ora, che qualcuno considera persa appresso a schermi ultrapiatti che trasmettono cattivo pop. Quando va bene, perché diciamocelo, mettere Radio Ga Ga mentre sto ai manubri è una mossa infame, All we hear is… clap clap… Radio Ga Ga. Ma meditare mentre butti il sangue sullo step è un’esperienza che consiglierei a qualsiasi bonzo: vatti a concentrare sulla respirazione quando sei sull’orlo di un attacco d’asma, soprattutto se sai che puoi anche lasciarci le penne, ma sullo step centrale farai sempre 99 scalini. Pure con l’accelerata finale. Il numero 100 l’ho visto solo due volte, e ancora non ricordo come ho fatto.

Poi c’è lui: il vogatore. Ce ne sono due, anzi, ma ho i vizi, mi trovo bene solo con quello a sinistra. Occupato 9 volte su 10 dai seguenti casi umani:

a) neoiscritto col fisico della tracchiulella che mi soffia il posto per 5 secondi, ma tanto ci resterà 5 minuti sbuffanti e sudati, mentre ormai sono passata al tapis roulant;

b) signora volenterosa che ci rimane 30 minuti, ma rema così piano che, se Maiorca dipendesse dalla sua barca per gli approvvigionamenti, morirebbero di fame prima che lei lasciasse Barceloneta.

c) signore anziano in mutandone ascellare che mi lascia il display in mode regata, che non so più come toglierlo e non capisco mai se ho vinto io o la barchetta sfidante, graficamente risalente ai tempi di Tetris.

Meno male che tra tanti bei ragazzi posso almeno rifarmi gli occhi. Non troppo, però: da una parte siamo la succursale del Gaixample, là le palestre costano care e distiamo 15 minuti come la Sanità dal Vomero; dall’altra, in caso di aitanti immigrati va considerato che la loro cultura è aperta e disinibita quanto la mia, non vedono una femmina in 3D dal Capodanno in Plaça Catalunya.

Furono loro a mandar via il mio vicino, Ángel, un razzista di quelli che “non lo sono, però…”. Adoro punzecchiarlo quando mi dice cose tipo:
– Sono durato tre giorni, in quella palestra… Sai, poi ho visto che aria tirava…
– Che aria tirava, Ángel?
– No, dico, che gente la frequentava…
– Che gente? Non capisco dove tu voglia arrivare.

Non me l’ha mai spiegato. Mi ha raccontato invece che per farsi ridare la quota d’iscrizione è andato lì alle 7, al momento dell’apertura, ed è salito sul bancone, restandoci finché non hanno chiamato la polizia. Allora ha spiegato le sue ragioni e i poliziotti hanno alzato le mani.

In fondo, che un razzista abbia ereditato una casa proprio nel Raval è già un esempio di giustizia divina.

(se mi rilasso collasso)

Tutto è cominciato con tre giganti sotto casa.

Appena usciti dall’Almazen, trasformato per l’occasione in un vero almacén (magazzino) di festoni e co. : il mio vicolo è letteralmente il cuore della Festa major del Raval 2012.

Ogni barrio ha la sua festa e stavolta tocca al mio.

E i gegants sono d’obbligo, come i castellers, e tutto l’ambaradan delle feste catalane.

Io li adoro, è come se al mio paese ci ritrovassimo improvvisamente tutto il mondo a passeggiare per il Corso e la festa del patrono continuasse invariata.
Ah, siete abituati a Capodanno a Times Square? Che ce frega, noi andiamo avanti con le nostre tradizioni.
Che di solito, non rievocandomi i ricordi d’infanzia delle mie amiche, mi annoiano anzichenó.

Ma il Raval non annoia mai. Siamo appena al secondo giorno e sulla Rambla Raval è già comparsa la denuncia degli indignados: il cineforum all’aperto non è stato autorizzato, perché “troppo rivoluzionario”. Un poliziotto di passaggio non avrebbe gradito le cariche della polizia rappresentate nell’ultimo film. Fonte non specificata e immancabile frecciatina alla Filmoteca de Catalunya, che semplificando “non dà niente al quartiere e fa aumentare gli affitti”.

Certo. Non vedo l’ora di rinunciare alla visita di Costa Gavras e alle rassegne su Berlanga per sedermi a terra a rivedere V for Vendetta. E il ragionamento “niente musei e filmoteche perché ci aumentano l’affitto” mi fa indignare con gli indignados.

Balliamoci su, va’, che alla cena catalana ho provato ad andare, ma mentre pregavo perché non fosse troppo nazional-popolare mi ritrovo Plaça dels Angels apparecchiata col servizio buono e tanti anziani in ghingheri (più 5 ragazzi di un coro) che aspettano di essere serviti da camerieri in nero.

È questa la Catalogna del Raval?, mi chiedo piazzandomi sotto al palco della rambla a ritmo di samba. Sembrerebbe di sì, se uno scherzoso “sisplau” del cantante brasiliano riesce a suscitare l’ilarità generale. Sono poche le mani che si alzano quando chiede se ci sono catalani e canta la storia della Montserrat, trasferitasi a Rio col fidanzato Jorginho Pandeiro. Poi però un rastone alle mie spalle lo chiama scherzosamente fill de puta e ricordo che la rappresentanza catalana tra i fricchettoni è decisamente alta.

Invece i pakibeer, stasera, fanno proprio casa e puteca, e mi urtano con l’Estrella fredda a un euro mentre uno strepitoso rapper brasiliano scende tra il pubblico a ballare anche lui.

Pure un pako verso l’ultima canzone, accompagnata un gruppetto di batucadores, fa roteare la cervesabeer in un rock acrobatico con un biondissimo spettatore.

Mentre gridiamo “bis” mi sento prendere per la spalla e baciare sulle guance.

– Hola, qué tal?

È lui, la cosa più vicina alla pedofilia capitatami (nel mio vecchio gruppo italiano, dai 5 anni di differenza in su si era tacciati scherzosamente di pedofilia). Cerco di calcolare se almeno ha raggiunto i 22 anni e di allontanarmi il più possibile, che gli amigos con derecho sarebbero una grande invenzione se non scordassero spesso di essere, appunto, amigos. E sparire nel nulla per più di un anno non lo chiamo amicizia.

– I musicisti sono amici miei – riesce a dirmi prima che riprendano le percussioni.

Già. Questo ragazzo che è un romanzo vivente solo per la sua storia (nonno architetto amico di Dalì, padre scampato a un attentato franchista a Parigi), vive più o meno a scrocco tra gli artisti a cui fa da manager.

E adesso col suo entusiasmo infantile abbraccia il rapper, che si è appena presentato a un gruppo di conterranee. Thiago.

Ma a me dice Tiago, quando gli faccio i complimenti. Perché io sono spagnola. Anzi, catalana.

Infatti domani parteciperò al Sopar Sabors del Món con un risotto a… Un risotto a…

… allo zafferano, suggerisce Andrea, incrociato sulla strada di casa.

Perfetto! Una napoletana che scambiano per spagnola e fa il risotto alla milanese.

– Se non lo mangia nessuno un piatto lo prendo io – promette Andrea prima di andare al concerto punk.

Rincuorata torno a casa, e scopro che sul palco montato sotto al cuore illuminato dell’Almazen raccontano fiabe ai bambini, ai Kalima, Ahmed e… Jordi che nominavano al microfono nel pomeriggio.

E c’è uno striscione rosso aranciato con caratteri in corsivo:

En aquest carrer tenim un cor gegant.

In questa strada abbiamo un cuore gigante.

Lo misuro col mio che in confronto mi sembra piccolo piccolo.

Non posso fare a meno di chiedermi se sarà all’altezza.

E siamo appena a metà festa.

(l’ultima festa maggiore, #beimomentipuntocom)

(chi me piglia pe’ francese, chi me piglia pe’ spagnola… e se fossi giapponese?)

L’altra sera ero nel cesso di un pub con una sposa scozzese.

O meglio, io ero fuori, a contarmi i morsi di zanzara allo specchio, e lei in bagno. Le era pure caduto non so cosa, non so dove, come cercava di spiegare alla damigella che aspettava con me. Per fortuna l’accento e il tasso alcolico non aiutavano a capire i dettagli.

Improvvisamente era esploso un suono di cornamuse.

– Oh my gosh, it’s for us! – e la sposa si era precipitata fuori, nella ressa del Carders Public House.

Insomma, le mie uscite estive sono iniziate sotto i migliori auspici.

Il fatto è che, come ho già spiegato, allo squallore che può assumere una notte di “fiesta” barcellonese avevo risposto per anni col mio consueto equilibrio: non uscendo più. Non la notte, almeno.

Credo mi chiamassero Cenerentola.

Ora che mi sono presa l’estate per riflettere, tradurre e studiare catalano, ho pensato che una seconda chance fosse d’obbligo.

Così una settimana prima ero uscita “solo per vedere la partita, eh, ragazzi”, e due ore dopo stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri. Gli avevo parlato del blog e dei progetti di scrittura, e lui:

– Naturalmente includerai un capitolo in cui incontri un uomo meraviglioso e affascinante di nome Mario.
Mi ero girata.
– Chi? – avevo chiesto all’avambraccio.
E una voce dall’alto:
– Mario. C’est moi.
Stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri di nome Mario.

L’avevo pure cercato, eh, nella zona dance del locale di Rambla Raval in cui eravamo finiti col gruppo, ma stava baciando una ragazza semiubriaca, che poi si era messa a ballare con due ragazzi con ciuffo e barbetta, che poi si erano messi a strusciarsi tra loro, prima che il più alto, a fine serata, baciasse la stessa tipa che aveva baciato l’altro all’inizio.
Mi ero detta: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala.

La sera della cornamusa, invece, andavo solo al concerto del tizio che sul palco, “soffiava” a pieni polmoni una melodia che il suo coinquilino non mi voleva insegnare a ballare.
– Non so come si balla, e comunque uomini e donne da noi ballano separati.
– Questo spiega molte cose.

Tanto aspettavo che lo showman suonasse il kazoo.

L’ha fatto a fine serata, in un P.K.P. (Private Kazoo Party) che a un certo punto mi ha vista indossare una parrucca rosa (prossimamente su facebook, ne sono sicura).

La seconda parte era rimandata al giorno dopo, sul loro terrazzo. “Tranquilla, è solo un barbecue tra coinquilini”.
Seh. L’Onu al gran completo. Uno di Derby ha pure dichiarato che parlavo inglese come questa.
Il resto era lì per il Sonar.
Mi ci sono volute almeno due claras per dichiarare che lo schifavo cordialmente.

Il che non ha impedito di darci appuntamento tutti insieme il giorno dopo, domenica, prima in spiaggia e poi a guardare l’ennesima partita, con un’amica new entry che se ne fregava del calcio e aspettava solo il terzo tempo del P. K. P.

Disputato nella casa del barbecue, con un ospite d’eccezione: un castoro di peluche. In realtà le ospiti eravamo noi, il castoro mi aveva spaventato la sera prima, appollaiato sul televisore, e adesso ammaliava al primo sguardo la giovane artista, che lo spupazzava suonando le più improbabili melodie kazoo.

È una martora, precisò il suo padrone la sera dopo.

Sì, perché, indovinate un po’, ero uscita ancora. Avevamo visto la partita in un locale con due sale e due schermi separati solo da un vetro: così mi giravo dalla mia stanzetta secondaria, consacrata all’Italia, e nella pausa tra i due goal osservavo il nutrito gruppo di spagnoli e filoispanici in attesa della svolta tardiva.

Poco prima del fischio d’inizio, le mie amiche mi avevano chiamata apposta “per togliersi un dubbio”:
– Scusa, ma abbiamo visto la lista invitati su facebook…
– E allora?
– Allora, viene anche…
– Lo so.
– E tu sei sicura di voler andare lo stesso?

Io ci avevo pensato due minuti, ripassando la serie di scuse possibili per non andare: devo temperare la punta alle matite per gli occhi, lavare gli scogli della Barceloneta, pettinare i capelli alle Barbie…
Poi avevo riassunto tutti i libri di filosofia, le ore di yoga e le letture di self-help in una sola parola, una specie di mantra purificatore dell’umanità:
– Sticazzi, ragazze.
– Amen – avevano risposto.

Ora festeggiavamo tutti insieme il mancato biscotto nel bar in cui lavorava la donna-kazoo, che ormai in pausa ripensava con nostalgia al peluche. Ah già, ridevo io, ahah, che idea tenersi sulla tv di casa quella sottospecie di castoro semovente…

È una martora, aveva ribadito il fan del Celtic, stavolta alquanto seccato. È un animale forte e coraggioso. Ed è il simbolo della mia squadra.

Gelo.

– Ma io la amo, la tua martora – aveva dichiarato infine la donna kazoo.

Ancora silenzio, poi il tifoso offeso l’aveva guardata con occhi nuovi:
– Ah, sì? Sei la prima che le si affeziona.

E con questa pace internazionale, potevo finalmente andare a dormire.
Perché in questa girandola di “notti magiche”, che finivano dalle 3 alle 5 del mattino, mi svegliavo comunque tra le 8 e le 10 e traducevo almeno fino all’una.
Non so perché, rimando sempre la correzione di quelle bozze lì.

(una canzone sulla depressione animale)

(Il cornamusaro quando non suona il kazoo):

(Adesso metterei il video di Come Undone di Robbie Williams in rappresentanza della “fiesta” media barcellonese, ma l’artista di cui sopra mi ammazzerebbe a colpi di cornamusa. Facendosi sgamare subito)

Non ci venite mai, nel Raval. È un posto pericolosissimo. Sporco. E brutto.

Spacciatori in ogni angolo, che al posto del fumo vi danno l’erba di casa loro.

Sì, perché in tutte le case del Raval, ovviamente fatiscenti, cresce l’erba in mezzo alla quale pascolano gli scarafaggi. Enormi. Ovviamente gli spacciatori che trovate sono part-time, lavorano quando non sono impegnati a derubare i turisti o i cittadini perbene. E a organizzare attentati con Al Qaeda, naturalmente.

Non sapevate che il nuovo leader di Al Qaeda si nasconde nel Raval? Sapevatelo! Entrate in un qualsiasi negozio di frutta tenuto da immigrati. Cosa ascoltate? “Calabacín para ti un euro al chilo”. Capito? Le zucchine sono un linguaggio in codice per bombe, e l’euro e il kilo simboleggiano precise coordinate cartografiche che non stiamo qui a spiegare. Le trovate su Internet insieme alla teoria sui terremoti autoindotti.

E le donne, ne vogliamo parlare? Un giornalista, mi hanno riferito, scrisse un articolo, “le donne invisibili del Raval”. Smascherando un’importante verità. Non è che gli immigrati lì siano soprattutto maschi scapoli che vivono in 10 in 50 mq. Nooo. Si sono portati appresso uno stuolo di donne in burqa mimetico che quelle poche volte che escono si mimetizzano coi graffiti sui muri. Sì, perché sul burqa hanno riprodotto pure i graffiti, hanno pensato a tutto. Ovviamente il 50% della popolazione femminile “ravalenca” è costituito da prostitute. Scusate la banalità, è che non tutti lo sanno. Voi a scanso di equivoci provate. Alcune si nascondono bene, per ingannare la polizia. Ma voi avvicinatevi con delicatezza alla prima che trovate e chiedetele “Scusa, quanto prendi?”. Se non capisce la vostra lingua, chiedeteglielo in varie, dialetti compresi. Se vi dà un manrovescio sui denti non disperate: è il loro segnale di riconoscimento perché la polizia non le sgami. Se poi lo chiedete a una tizia bassina e biondiccia con un look molto creativo e due buste della spesa in mano vi è andata male: sono io, e lo faccio ancora gratis e solo con chi mi sta molto simpatico. Per vostra fortuna, non sarà il vostro caso. Ve la caverete portandomi su le buste della spesa. Poi, quando mi sarò accertata che abbiate imparato la lezione, che il Raval è un posto pericolosissimo e da non frequentare, vi porterò a fare un giro.

Se è domenica vi porto su Rambla Raval, che i pakistani chiamano qualcosa come “Rambla scacciapensieri”, e vi offro un tè alla menta con baklavà al bar all’aperto del mercato. Però ci sediamo all’aperto, tra palme e pappagalli, ad aspettare che si faccia l’ora per ascoltare un po’ di musica al Big Bang o a Robadors 23. O preferite un po’ di poesia al Colmado? Se avete fame scegliete: a meno che non vogliate la cucina rustica di Romesco, il venerdì vi porto dal marocchino a vedere se avanza un po’ di cous cous (me lo dicevate prima, che sareste venuti, se prenoto un giorno prima ce ne fanno trovare in quantità), oppure da Shalimar su c. Carme, anche se i miei vicini di casa mi raccomandano quello vicino alle giostre, verso la Rambla. Sì, dai, andiamo là, che vicino c’è il Pastis. C’è un concertino quasi ogni sera. Così imparate la strada della prima libreria araba aperta in Spagna.

Una birretta in una terraza e ci salutiamo. Non prima che ripetiate con me: il Raval è un posto orribile. E passate parola, eh. Soprattutto ai vostri amici che vivono qua. E pure a quello che “non se la sentiva di parcheggiare giù da me” e se ne tornò nel suo barrio in culandia citeriore col coprifuoco alle 8.
Se invece volete tornare in questo barrio sporco, pericoloso, orribile, sapete dove trovarmi. Ma resti tra noi. Potrebbero venire troppi cittadini perbene.

Il Rai è buono e caro (solo metaforicamente), ma non è facile da trovare. Prima di tutto perché sta in una di quelle stradine del Born che cominciano con un altro nome, in questo caso illeggibile perché nascosto da un divieto di transito. Tu vai sempre dritto, finché non ti accorgi che i civici si ripetono. Allora impari a prendere come punto di riferimento la chiesetta all’angolo. Infine, se non ti fai distrarre dalle botti-tavolino del bar affianco (non entrarci mai, 7 euro una tortilla e una coca) arrivi a questa porticina che la mia del Raval, scassata e buona, salta più facile agli occhi anche senza quei 2-3 manifesti freak messi lì pro forma.

Quando arrivo il 6 giugno sera sono spariti pure quelli, perché la porticina è aperta. Ma c’è Eva, messa lì a rivelare alla gente che finalmente sono arrivati al cabaret di solidarietà con le vittime del terremoto in Italia.
L’ultima volta che l’ho vista suonava The Final Countdown con un kazoo e un maialino di plastica di nome Miró. Stavolta aveva avuto la mezza idea di fare Romagna mia almeno col kazoo, ma aveva intuito fosse di cattivo gusto.

Perfino per un cabaret presentato dal Banzo, personaggio mitologico della Barcellona italiana metà uomo e metà mutandoni di Pacman. Quando lo scorgo tra la gente che si affolla in zona bar, uno stanzone alla buona con saletta attigua, mi accorgo con disappunto che non li indossa ancora. In compenso mi annuncia che lo affiancherà una valletta spagnola vestita da Colombina.

‘nnamo bene. Nella saletta un gruppo sta suonando Zombie con strumenti ad arco. Ci metterò tempo a capire che lo spettacolo vero e proprio è nella sala grande, quella usata per le proiezioni e presentazioni come quella della settimana scorsa, quando al Banzo prese l’attacco di panico.

Andò così, ricordo pagando i 5 euro del biglietto e i 5 per il buffet de La piccola cucina italiana (pasta fresca, caponata e salsiccia e friarielli in dosi omeopatiche). Eravamo col Banzo e una coppia di amici alla presentazione di due libri sulla camorra (un’inchiesta giornalistica e una parodia tragicomica), quando il giornalista venne interrotto dall’ingresso di… Pulcinella. Mentre nascondevo la testa tra le mani, incerta se prendere a testate la sedia, Banzo si aggrappava spaventato alla fanciulla al suo fianco: per un secondo aveva creduto di stare a casa, vicino Ravenna, e che il grido con cui era entrato l’attore annunciasse il terremoto. Un flash spaventoso e dieci minuti di attacco di panico.

Dopo Pulcinella, rifletto mangiando (e commuovendomi per quanto sia buono) Colombina è d’obbligo. Anche perché fa la valletta pure alla prima parte dello spettacolo, presentata da una drag queen.

Ma io, per chi non l’avesse capito, voglio il Banzo su quel fottuto palco. Oh yeah. E seduta accanto a Eva modello groupie possiamo finalmente applaudirlo verso le 22, preannunciato dal tecnico-regista che parla di spettacolo di varietà, cabaret e danza del ventre. Danza indiana!, gridano da dentro (in realtà gridano il nome della danza, destinato a rimanere incomprensibile ai più).

Finalmente il nostro eroe, in mutandoni d’ordinanza, maglietta Odio il Brodo stile Skiantos e giacca da Bravo Presentatore, si siede sui gradini del palco a gambe larghe (mentre cerco disperatamente di fargli cenno di chiuderle) e legge una cosa in una lingua sconosciuta, che Colombina traduce in spagnolo. Mi spiegano che è modenese, o una cosa così.

Primo numero: -Danza del ventre!
Altra smentita da dietro al palco.
– Scusate, la mia pancia mi ha suggerito male – commenta il Banzo in spagnolo.

Parte la musica e comincia subito la parte più bella: quando i ballerini non appaiono. Diventa una specie di gag, il pubblico applaude e il tecnico va a controllare che siano ancora vivi. Sì. Aspettano la reincarnazione e l’inizio della canzone, dopo un intro lungo quanto una canzone dei Pink Floyd.

Tra un numero e l’altro messaggio un’amica catalana in dirittura d’arrivo: conoscendo i miei polli le comunico che lo spettacolo volge al termine e sono 5 euro, sicura? Prevedo che o mi aspetterà fuori o troverà il modo di entrare gratis.

Intanto una strepitosa sessuologa ci parla delle tecniche d’approccio degli uomini nella storia, ricordandomi che la più schietta della mia vita è stata fuori alla Biblioteca de Catalunya:
– Quieres polla?
Eva ha un infarto. Da dietro fanno ssst. Si gira: – Ma LEI mi fa ridere.

Come la comica milanese alle prese con la famiglia del fidanzato “locale”. Lei cerca di dare la mano al suocero, che cerca di baciarla alla spagnola, poi non si mettono d’accordo sulla guancia (si comincia a destra in Italia e a sinistra in Spagna). Anche qui ricordo quando, per lo stesso problema, stavo baciando sulla bocca Tonino Carotone

Fortuna che c’è la ballerina seria. E bravissima. L’avevo già vista fuori alla sala, con un trucco modello Misfits mentre si faceva un punto d’onore di allenarsi davanti a tutti, stendendo il piede flessuoso a qualche centimetro dalla mia salsiccia e friarielli. Stavolta entra in scena con una musica tragica e una catena in vita. Non riesco a reprimere un “Mamma d’ ‘o Carmene”.

Quando temiamo che si stia per suicidare, le luci si spengono. Applaudiamo risollevati ma è un falso allarme: la danza riprende. Ci caschiamo un’altra volta prima che la sua uscita di scena, risorta e senza catene, ci prepari al gran finale: la poesia antisismica.
Siccome l’ho ascoltata alla fine del primo spettacolo medito la fuga, poi resto e scopro cose che non avevo capito bene, in questa gustosa allegoria con excursus storici e papi striscianti per Milano “come preservativi dorati”.
La serata finisce con Banzo applaudito, per sua richiesta, come Justin Bieber davanti a un esercito di 16enni.

Missione compiuta: qualcosina di soldi s’è racimolata, noi ci siamo illusi per una sera di essere vicini all’Italia, e i romagnoli in sala si sentono meno in colpa (non so perché, ci si sente sempre in colpa a non soffrire quanto gli altri). Lo spettacolo improvvisato in pochi giorni è stato più che dignitoso, come mi conferma il sorriso dell’amica catalana, entrata gratis nell’ultima mezz’ora.

Tutto è bene quel che finisce bene, se non fosse per la Proposta. Sempre quella, innocua e fatale come i dadi della morte.
– Birretta?
Dici di no, dici di no, dici di no.
– Se è una cosa veloce…

Un chilometro più tardi, ci ritroviamo in 10 in Rambla Raval. Banzo, con la musica nelle orecchie, ci arriva dopo varie piroette metal, che mi distraggono dalla notizia che il mio ammore mancato partirà tra poco. Amen, penso, mentre sfogando la comune passione per il demenziale intoniamo T’appartengo di Ambra, e la parte fricchettona del gruppo siede a terra con la cerveza dei paki beer.

– Perché rifiutiamo sdegnosamente la sedia come simbolo della modernità che ha corrotto la natura umana primigggenia – cerco di parafrasarli in contumacia, con un accento alla Verdone, al tavolino del bar turco. Eva ride e illustra le nostre parole (e i loro capelli) sui tovagliolini, la catalana ci guarda sempre più perplessa, Banzo si accorge che non ha soldi, io mi accorgo invece che sta succedendo di nuovo.

Ho un attacco di acidità.

Non di stomaco, di capa. Da un mesetto a questa parte m’incazzo facile e non mi tengo un cece in bocca. A proposito, la lentezza del servizio mi porta dentro a trattare per un misto di tapas turche comprendenti non a caso hummus e uno yogurt acido.

Tornando al tavolo, un tizio che conta delle monete e che già aveva offerto un prestito al Banzo squattrinato, dichiara in italiano perfetto:
– Ciao, mi chiamo Samuel, sono negro e sono uno stronzo di merda.

– Tutti a te, capitano, sti incontri – sorride la catalana mentre cerca di farsi portare un piatto simile al mio.
Il cameriere chiede aiuto a un collega, che sentenzia che trattasi di “hummus” (in realtà ci sono 4 pietanze diverse), e quando arriva un piatto di solo hummus viene rispedito al mittente.

Poi il silenzio.

Poi esplodo.

Prendo la catalana, entro e cerco quello che ha servito me. Ci preparano un nuovo conto. Banzo capisce che ha tutto l’agio di andare a prelevare, sposarsi, andare in pensione e tornare.

La frangia catalana propone già un simpa quando arriva il piatto seguito da un terzo conto che include pure l’hummus rifiutato. Alla fine il cameriere con un gesto magnanimo “ce lo abbona”, io penso a quando per legge dovranno imparare pure il catalano, e la catalana si ripromette di tornare con petrolio, stracci e accendino.

Ci separiamo dagli altri sulle note di Spalman di Elio e lei dichiara:

– Uscire con gli italiani è strano, siete tutti normali finché uno non attacca una canzone e allora vi trasformate tutti. Come in un musical!

Sì. L’Italia è un musical.

Ma io sono in preda a un altro problema: il famoso hummus mi ha fatto contatto con la salsiccia e friarielli e i postumi dell’influenza. Mi trascino verso casa pallida e con lo stomaco in rivolta, e mentre salgo i cinque piani tra me e la salvezza cado in un vortice di pensieri ripido quanto le scale, fatto di mutande di Pacman, camerieri scemi, danzatrici incatenate e un tizio in partenza che finita tutta la birra in casa strimpellerà una chitarra di prima mattina.
Su questo degno epilogo mi riprometto che la prossima serata italiana la birretta si eviterà accuratamente.

Possibilmente, pure il terremoto.

(Precedente apparizione del Banzo featuring Pacman)

(Madrina morale della serata)

(Artista che ha declinato l’invito all’ultimo minuto)