Archivio degli articoli con tag: Rambla

Immagine correlata Avete presente quando andiamo noi da loro, e agli Arrivi dell’aeroporto provano a chiamarci sia sulla scheda italiana che su quella spagnola? Poi l’italiana la togliamo di mezzo, ed eccoli a spendere una fortuna in sms, tipo “siamofuoritiaspettiamo”.

Insomma, quando vengono a trovarci i nostri premurosi e pazienti genitori abbiamo il dovere morale di risparmiargli tutta una serie di orrori da vita all’estero a cui noi, magari, siamo abituati. Per cui, ecco le cose da fare preventivamente:

  • scendere a patti con gli scarafaggi perché non si materializzino in 5 proprio mentre si alza papà per una pipì notturna (per certi residenti a Ciutat Vella);
  • scendere a patti col barista perché non sommerga il caffè con otto litri di latte (per chi vive lontano da un bar italiano);
  • scendere a patti con gli occupanti di turno dell’appartamento turistico accanto perché non mettano Despacito all’una di notte;
  • scendere a patti con eventuali coinquilini perché non improvvisino un festino alle due di notte, o almeno non si fidanzino proprio adesso.

Tranquilli, loro non capiranno mai come facciate a preferire una metropoli mediterranea al caro paesello in cui, a fine anno scolastico, tutti venivano a vedere i vostri voti esposti a scuola prima di quelli dei figli.

Magari capiranno Barcellona solo quando avranno modo di dire: “Ah, che bello, è pulita e tranquilla!”. Riuscirete nell’intento?

Vi butto lì una serie d’itinerari da sperimentare, nella speranza che a loro non facciano troppo male i piedi!

  • Le basi. Prima vi cavate il dente e meglio è. Il pellegrinaggio Gaudí (che li trasformerà in esperti di Modernismo), il Museo Picasso, la Fondazione Miró con annessa passeggiatina a Montjuïc , li faranno sentire personcine di una certa cultura. Così potranno andare a cuor leggero a farsi fare il 10% di sconto per gli stranieri al Corte Inglés. Sì, la Rambla è lì vicino. Sì, percorrendola tutta arrivate al Port Vell. Sì, attraversando tutto il Moll de la Fusta (che magari vedrete aprirsi per lasciar passare qualche barca) approdate al Mare Magnum. Che sì, se non ha i saldi ha qualche promozione che non sfuggirà all’occhio dei vostri ospiti. Coraggio, ci siamo passati tutti e siamo ancora qui a raccontarlo! E poi Santa Maria del Mar, se facciamo una puntatina anche al Fossar, è fantastica.
  • L’itinerario “locale”. Una volta mio padre, a passeggio in solitaria, chiese a un ragazzo nei pressi del mercato di Hostafrancs “cosa si mangiasse per spuntino da quelle parti”. Tornò a casa felicissimo col seguente carico: pizza ed empanada gallega. Tipico? Sì, dai. Come può esserlo il flamenco: per niente, se consideriamo che sia nato in Andalusia, oppure un pochino sì, se non dimentichiamo i concertini non turistici e le jam della nutrita comunità andalusa presente in città. Quindi cosa significa fare la “ruta local”? Be’, dipende dal quartiere e dalla zona. Anni fa mia madre, dopo giorni passati a subire la cucina locale del Raval (cioè, araba e pakistana!) si è sentita proprio bene all’Antic Forn, a mangiare canelons e pesce al forno. Da quando vivo nel Poble-Sec, invece, si è innamorata di una trattoria sotto casa frequentata da muratori. Posticini del genere esistono anche nel vostro barrio, ne sono sicura!
  • Mare, profumo di mare. Per me il giusto mezzo tra mangiare paella industriale a Barceloneta (che però ha angolini deliziosi e ristoranti degni) e andarsene in treno a Tossa de Mar o alla catalanissima Caldetes, è portarli al Poblenou. Fategli strabuzzare gli occhi davanti alla spiaggia “con opzione nudista” della Mar Bella. Se v’implorassero in ginocchio di andarsene da lì… Pronti! Avete una pinetina per famiglie alle spalle della spiaggia, e una bella rambla ancora non impossibilmente turistica (ci sta arrivando), per passeggiare e prendersi una rinfrescante orxata. Avventurandovi un po’ nei vicoletti lì intorno trovate ancora ristorantini tipci. Se poi non disdegnano di camminare, li trascinerei a Ca la Nuri Platja, poco dopo le torri di Vila Olimpica.
  • Nostalgia d’Italia. Dopo tre giorni a mangiare insalata di antipasto e riso in bianco di contorno, potrebbe arrivare la fatidica domanda: “Senti, ma una pizza/spaghettata/bistecca ai ferri dove possiamo farcela?”. E voi, pronti, chiedete: “Volete un ristorante-pizzeria, una trattoria o addirittura una pizza a portafoglio?”. Ma le opzioni sono tante, ormai. Magari spenderanno il doppio per mangiare lo stesso che a casa, ma 9 su 10 saranno contenti. Mistero della fede!
  • Come en casa. No, non c’è un errore di battitura, è proprio “mangia in casa” in spagnolo. Ma voi lo sapevate già, vero? Lo sa anche vostra madre, mi sa, che per una volta lascerete seduta sul divano mentre vi dedicherete a preparare un bel pranzetto. Che vogliate dare loro un assaggio semplice di cucina spagnola, anche estiva, o un’esibizione nella vostra cucina nativa, le materie prime ci sono tutte, ormai, trovate le migliori marche di pasta in supermercati notissimi alla comunità italiana. Poi, per una bella pizza, ci sono posti in cui (oltre a prendere da asporto roba da ristorante) potete comprare la pasta da stendere senza mattarello. Sì, dite pure che l’avete fatta voi. Vi crederanno.
  • Fuori porta! Dai, la gitarella ci può scappare! A me senza dover andare troppo lontano piace Sant Pol de Mar, con tanto di passeggiata sul lungomare per chi non vuole mettersi in costume, e paella sulla spiaggia. Sitges, invece, ha il vantaggio di unire il mare al paesello carino e a qualche locale ancora tipico (dai, spero proprio non siano un problema, eventuali addii al celibato di ragazzi gay!). Se volete un posto in cui, a sentire i miei amici, le nonne catalane portano i nipotini a fare il bagno, vedete la già menzionata Caldetes.

Insomma, l’unico rischio è che, con un piede già sull’aerobus, i vostri genitori vi dicano che torneranno prestissimo. Mi raccomando, se vi portano provviste tenetemi presente!

 

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da meteoweb.eu

da meteoweb.eu

Finora mi è piaciuto di più il 2009.

L’hanno organizzata anche quest’anno, eh, la manifestazione dell’8 marzo. Come sempre parte da Plaça Universitat, stavolta alle 19, e arriva in Plaça Sant Jaume. Andateci, se potete, è bello e confortante vedere quanti uomini partecipino.

Ma il 2009 per me fu impagabile.

Non mi sembrò vero, scendere per la Rambla. Stavo leggendo, per la tesi di dottorato, di operaie che avevano fatto lo stesso durante la Prima Guerra Mondiale, per il caroviveri e la scarsità di carbone. Roba che ai tempi la polizia di Barcellona ti massacrava pure se eri incinta. Come cambiano le cose, eh?

E allora queste ragazze che lungo la Rambla si palleggiavano il mondo, un mappamondo gigante, gonfiabile, mi divertirono più dei loro cartelli improbabili in tutte le lingue (con errori che li facevano più sfiziosi). Certo più delle austere custodi catalane della Transizione, che sfilavano coi loro caschetti sbarazzini di cinquantenni composte. Ma a quelle, come alle mie ’68ine, dovevo essere solo grata.

La Transizione l’aveva vista un po’ anche questa tipa, sul palco di Plaça Sant Jaume che è la sede del poder (maschile singolare anche qui). A un certo punto ha detto una frase che mi ha colpito molto:

– E ci perdoneremo per essere diventate padrone della nostra vita.

Cavolo, sì. Che grande concetto. Ora so che è anche multisfaccettato, perché gli esseri umani, indipendentemente dal genere, non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sugli altri, meglio se sul destino. Prendersi quella della propria vita è in effetti imperdonabile.

L’anno dopo fu magico per un altro motivo. Nevicò. E, quel che è peggio, cominciò che ero entrata da cinque minuti nell’Arxiu Nacional. A Sant Cugat, che se come me vi sentite lontani da casa a lasciare il centro si traduce culandia ulteriore. Scese apposta il direttore ad avvertire che chiudevano, facendo pure lo splendido a cacciarmi in italiano davanti a due impiegate ammirate.

Tanto, per me era il giorno dell’ottimismo. Stavo in crisi nera e la sera prima, seguendo il consiglio di certi amici nordici, avevo visto The Secret, che se non lo prendi con le molle è salutare quanto l’invasione di cavallette in Israele. E infatti avevo fatto la talebana dell’ottimismo tutto il giorno, ridendo della neve, della cacciata dal tempio della cultura catalana, degli stivali sfondati, della casa senza riscaldamento. Per poi rendermi conto, quella sera stessa, che a essere ottimisti a oltranza pure si fa una gran fatica. Infatti ero esausta. Come faranno i ‘mericani? Intanto, però, niente manifestazione.

L’anno dopo, ricordo quando spiegai al mio ex, pakistano del Kashmir, che quel pomeriggio sarei andata a una manifestazione per i diritti delle donne.

– I che…?
– Diritti delle donne.
– ?
Women’s rights?
Yo no sabe.

Però venne a riprendermi col telefonino, mentre scendendo di nuovo per la rambla reggevo uno striscione, Altraitalia credo, con qualcosa su “papi”, nipoti di Mubarak e affini.

Allora la mia vicina, una signora veneta, vide questo gigante di due metri che ci riprendeva ridendo tutto gasato, come se stessimo facendo una cosa divertentissima, e commentò:

– Un ammiratore?
– È il mio ragazzo.

Non sono sicura che il sorriso fosse proprio scevro da sorpresa. Ma quando lui tornò a lavorare (e ripensai a Mrs. Dalloway, il soldato impazzito perché lei potesse fare la splendida coi suoi rimpianti e vestiti anni ’20), ci fu un altro momento magico a Plaça Sant Jaume. Due ragazze italiane salirono sul palco, prima che si sciogliesse l’assemblea in una Barcellona ormai oscura e freddina. Si fece silenzio. E cantarono:

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
ci abbiamo delle belle e buone lingue
e ben ci difendiamo

La catalanissima piazza risuonò delle note di quell’antica canzone italiana. Che ci volete fare, mi emoziono facile.

Infatti la manifestazione scorsa, ancora un po’ fresca di indignados e di feministes indignades, per me non uguagliò quel momento nonostante la maggiore organizzazione, i cartelli fantasiosi con le tipiche forbici dei tagli, e i classici slogan: la 38 me aprieta el chocho (la 38 mi strizza la patana), e il mitico

non è che mi fa male la testa, è che non sai scopare!

Mo’, tralasciando la profondità del messaggio, ce la vedete, in Italia, una libertà sessuale così scanzonata?

Beati voi.

Vediamo quest’anno come va.

Lo so, non siamo sul blog di Hello Kitty, ma all’università ho scoperto l’angolo del cortile in cui vanno le ragazze a parlare d’amore.

Vicino al campetto chiuso, dove stanno le panchine in ferro battuto, che ti ci puoi stendere. Dove ho fatto la seconda intervista da napoletana a Barcellona per un giovane meridionalista.

Miii, ogni volta che mi siedo a leggere ci stanno due lì vicino, sempre diverse, che fanno discorsi da romanzo di Lyala.

Solo un po’ più moderni.

Il “lui” di turno, ad esempio, è sempre ambiguo, sentimentalmente incerto. Ma anche loro non scherzano.

Di solito ce n’è una esasperata e l’amica che le dà saggi consigli.

Tipo: parlagli chiaro, non fare lo zerbino ecc.

Il tutto in catalano, ovviamente, o in una buffa combinazione catalano/spagnolo che manda a farsi benedire la mia concentrazione. Specie se è un libro di storia da recensire.

L’ultima volta le ho lasciate al(le) loro pene e me ne sono andata un po’ in giro.

Sono approdata nel Born, al Carders Public House. E l’urlo belluino che proveniva da lì mi ha ricordato che il mio Manchester City si misurava col Liverpool, la squadra della città più schifata dai mancuniani (io me ne frego, ma mi piace sfotterli).

Ho acchiappato gli ultimi 10 minuti, mentre Andy Carroll entrava in campo per gli Scousers e il suo orribile codino mi rendeva più facile il compito di gufare. Ero pure in minoranza, i fan del Liverpool erano numerosi.

Si è affacciato un signore catalano e ha chiesto a quanto stessero. Gli ho risposto 2 a 2 e mi ha chiesto se avesse segnato il Barça. Ah, già, giocava pure quello. E dulcis in fundo, il Napoli. Se è così ogni domenica mi sparo. Chi non ha il cuore sparso in giro non può capire.

Per fortuna lì per lì i patemi sono durati il tempo di una clara, 2-2 e contenti tutti.

Il proprietario mi ha quasi riconosciuta.

L’ultima volta mi ha vista proprio lì all’uscita, alle 4 del mattino, con la custodia di un microfono e due tizi, uno che reggeva una cornamusa e un altro che teneva fermo il leggio.

Ero pure stata invitata a casa loro, da quello sbagliato.

Wrong bedroom, avevo sorriso in silenzio.

E sulla strada di casa, a un semaforo della Rambla, il passante accanto a me era stato agganciato da una prostituta.

– Stammi vicino – aveva implorato, scostandosi dall’orecchio una bocca bianco metallizzato (alle nigeriane sta da dio).

Non era la prima volta che salvavo qualcuno dalle prostitute sulla Rambla. Ma questo era siciliano.

– Sto qui da 4 anni. No, il catalano non lo parlo perché non mi piace e non mi serve, al lavoro. Ah, tu sei stata licenziata? Vabbe’, la situazione è tremenda, ma sempre meglio dell’Italia, no?

La mattina in facoltà potrei dirne anch’io, di cose, alle amiche innamorate della panchina accanto.

Ma la prossima volta mi porto un libro comico, magari mi concentro di più.

(omaggio all’amore, ma soprattutto a Manchester. E che San Morrissey ci perdoni!)

foto di Juan Novakosvky

L’ho vista una prima volta, io, Barcellona?

Perché mi sembra di star qui da sempre.

Ma devo averla pur vista una prima volta, dalla nave, quando scorsi quell’orrendo palazzo al porto che sarò l’unica in città a non sapere cosa sia.

Allora ce l’avevo alla mia destra, per la prima e unica volta. Quando sarei partita per Lo Sbarco non l’avrei notato, al buio, al cospetto di Montjuïc visto dal mare.

È che quando mi vengono a trovare, e guardano Barcellona con gli occhi di chi non ci vive, cerco di ricordare come la vedevo io, da turista.

Non mi piacque. Detectai in un momento tutte le cose che non mi sarebbero piaciute, tutte insieme. Il caos. La sporcizia. Il vuoto.

La sensazione che sia un grande scenario montato per i turisti, con quelli di qua che scappano lontano, defraudati della loro città ma troppo simili a quelli da cui fuggivo per compatirli davvero.

“In fuga” ci stavo più allora, in quell’albergo del Raval che non ho più identificato, circondato da signorine in minigonna.

La prima volta a Barcellona l’ho pure descritta per un compito di catalano, stile temino delle elementari. Ho parlato della Rambla che mi era sembrata da subito l’Inferno, di Gaudí che mi pareva un bambino che giocasse ancora col Lego (non lo scrissi così, che mi estradavano). Ma anche della Rambla del Mar, di quanto fosse bella, la sera, con poca gente, nonostante i miei tacchetti fini che s’impigliavano continuamente nelle tavole di legno. E di quanto mi mancasse, ora che ci andavo con scarpe rasoterra, il braccio che mi sosteneva. Il commento in rosso della prof fu “Ets una novel•lista!”. Be’, in effetti ci provo. “… Però amb errors”. La prof di ora è meno generosa: “Questo l’hai scritto tu? È bello. Strano”.

Invece le prime volte degli altri le so a memoria.

La bocca aperta davanti a Gaudí, che da qualche parte mi fa una linguaccia. La domanda al ristorante: “Ma dove sono i primi piatti?”.

I problemi con le presentazioni, con gli autoctoni pronti a dare due baci e gli italiani lì con la destra sospesa nel vuoto. I baci rubati, più o meno involontariamente, nell’operazione (noi partiamo dalla guancia destra, loro no).

La sorpresa (a volte il fastidio) davanti alle coppie gay mano nella mano. Le postegge notturne a qualsiasi bionda in abito corto e tacchi alti, prima di accorgersi che sono troppe per fermarle tutte.

O le sbirciatine all’interno coscia dei nudisti a Barceloneta, mentre spiego all’amica di turno che non si affezionasse troppo, 8 su 10 il chico è gay. Specie se è spettacolare. Ma restano meno sconvolte dei ragazzi di fronte al topless, fanno tanto gli spavaldi ma poi se stanno tutte con le poppe al vento “non si trovano”.

Tanto, anche se si trovassero…

Questo paese è noiosissimo, diceva una conterranea ieri, qua le ragazze quando dicono sì vogliono dire proprio sì, e quando dicono no, è no.

Forse è questa la cosa che mi mancherebbe di più di Barcellona.

Peccato che chi viene da fuori non la sa.

(Barcellona, vista da dei catalani)

Questo fine settimana, come sapete, è successo di tutto.

E mentre a Londra organizzavano un raduno a Trafalgar Square a poche ore dalla tragedia di Brindisi, nell’uggiosa Barcellona entravamo in un film dei Monty Python: il Fronte Popolare Giudeo gridava al terrorismo di stato, il Fronte Popolare di Giudea inveva contro le mafie, mentre i complottisti non hanno fatto in tempo a mettere insieme la solita cospirazione plutogiudaicomassonica, che però ricicleranno per il terremoto.

So che in Italia siete più fortunati, che fini strateghi e informatissimi storici del terrorismo sanno già chi è stato e dove esce la domenica.

Ma quando riusciamo ad accordarci per un raduno sulla Rambla, domenica 20 alle ore 18, noi brancolavamo ancora nel buio. E data l’incredibile affluenza (avevamo superato le 10 persone), l’abbiamo buttata a incontro di riflessione a casa di un volenteroso.

Dopo un’ora passata a discutere su cosa intendessimo per “attentato fascista”, mi alzo dal divano perché importanti affari di Stato mi chiamano: voglio accaparrarmi un posticino per Napoli-Juve allo Sports Bar.

La fine strategia era questa: vedersi il primo tempo in santa pace, mangiando roba buona e facendo caciara con avventori napoletani, e poi decidere se spostarsi o meno nell’omonimo Bar della Rambla, un pub gigante con maxischermi e paella surgelata, prescelto da alcuni napoletani per la capienza.

Sottovalutavo però un importante fattore: la mia accompagnatrice era paziente e rassegnata a sentirci urlare “Forza Napoli” almeno 45 minuti (d’altronde, la Torta Pan di Stelle della casa è un buon incentivo e una notevole consolazione). Ma era pur sempre catalana.

Infatti, dopo aver ceduto il posto in piedi a 4 juventine (rivelatesi incapaci di mangiare una pizza non biscottata), dopo aver inalato sconosciuti effluvi di mozzarella e basilico ed essersi sorbita i forbiti vicini alle spalle (tra commenti sul décolleté di Arisa e complimenti alle juventine di cui sopra), la mia amica si sente male. Quando ormai si è ripresa ed è sulla via di casa, la situazione dentro è insostenibile: l’andirivieni alle mie spalle di avventori di tipica stazza partenopea (non ci siamo mai segnalati per inappetenza) mi rinfresca la memoria su particolari anatomici maschili che nel loro caso dimenticherei volentieri, specie davanti a un Napoli con “possesso di palla al 52%” che però non segna.

Approfitto della fine del primo tempo per allontanarmi, salutando le juventine che, lasciato il cornicione, chiedono “che amari avete?”.
Oh, io ci provo. Lo Sports Bar della Rambla lo schifo, ma almeno è più vicino a casa e potrò respirare. Certo, non ricordo a che altezza stia, ma il problema è ovviato immediatamente da fragorosi scoppi da sciopero generale, seguiti da ululati in una lingua non indoeuropea e non assimilabile al basco.
Sono proprio arrivata: entusiasmo alle stelle, magliette azzurre a profusione, e Marco che riprende soddisfatto. Ma lo splendore del secondo tempo, il rigore di Cavani, il goal di Hamsik, l’uscita di scena di Del Piero e Lavezzi e l’ingloriosa espulsione di Quagliarella, me lo guasta il gruppetto di bipedi più o meno seduti davanti a me, che, evidentemente incerti su come usare una sedia e incapaci di divertirsi senza rovesciare hamburger e sparare petardi (peraltro elargiti dalle retrovie), riescono a far impazzire le cameriere e a far spostare la partita dallo schermo gigante a uno laterale, un istante prima di mettere in pratica la manifesta convinzione che l’uso più comune dei bicchieri sia buttarli a terra.

Consapevole della gravità del problema socio-antropologico, a questi cugini viaggiatori dei ragazzi del circoletto rivolgo le seguenti esternazioni, che tradurrò per comodità di chi legge:

– Ce avite rutto ‘o cazzo! (State mettendo in serio repentaglio la salute delle nostre gonadi)

– Turnate ‘ncopp’ all’avere! (Orsù, fate ritorno alle propaggini naturali frattaliformi da cui siete inopportunamente discesi)

– Site ‘na vrancata ‘e cuozze (Siete un consesso di giovinastri dal comportamento decisamente poco consono alle leggi dell’evoluzione)

Tutto ciò ha un lato positivo: non ho mai avuto così voglia di vedere tanti radical-chic tutti insieme! Corro pertanto al Bar Pastis, per un concertino che vede radunati tutti quelli del dibattito del pomeriggio, a cui do la lieta novella (salutata con reazioni diverse a seconda della fede calcistica).
Poi torno a casa pensando che la stagione sportiva, con sorprese e strascichi non sempre positivi per il mio stomaco, si chiude bella ma strana come è iniziata.

La prossima mi troverà pronta a prendere solo ciò che più amo della mia cultura. Magari scostando la foglia di basilico.