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Broccoli lessi
Da casaecucina.it. Come si dice a Napoli: n’aggio scaurate ruoccole, ma tu jesce fore ‘a pignata.

Ssst, ho capito tutto.

L’ho capito alla fine di un pomeriggio in cui mi era sopraggiunto un problema burocratico frequente in tempi di covid, ma avevo dato la mia parola a un’amica, per aiutarla con un suo progetto letterario. A ben vedere, l’amica aveva ricevuto altre informazioni sul suo progetto e non aveva più bisogno di me, o non con urgenza. Allora mi ero trovata a questo bivio: tradire l’amica o tradire me? Lo so, sono un po’ melodrammatica quando mi rimangio gli impegni presi. Ma sul serio, a un certo punto era parso che l’aiuto che avevo promesso fosse ormai superfluo o posticipabile, per quanto l’amica insicura affermasse il contrario, mentre il mio problema, se non era proprio urgentissimo, mi preoccupava comunque un bel po’.

Poi avevo capito che la questione burocratica non si sarebbe risolta in un giorno, ed ero accorsa troppo tardi ad aiutare l’amica: ma quella intanto, come previsto, aveva fatto benissimo anche senza di me e in quel momento non poteva ricevermi. Visto che ero in strada, avevo avuto voglia di chiamare qualcuno per sfogarmi sul pomeriggio buttato, ma tutti i miei amici, man mano che facevo mente locale, si rivelavano troppo impegnati con problemi loro, o irraggiungibili, o inaccessibili in altri modi più creativi. Così alla fine m’ero ritrovata a peregrinare da sola, e con la ffp2 che mi costringe a tenere la bocca sempre aperta (sì, ho ancora l’allergia!).

Mi chiedevo: perché, a sette anni dalla mia crisi globbale totale, mi ritrovo ancora un parco amicizie sul disfunzionale andante? E dire che detesto lo sdoganamento della parola “disfunzionale”! Però insomma, tante persone che conosco e amo sono brillanti, intelligenti e buone come il pane, ma stanno più fuori di un balcone e mi succhiano un sacco di energie, in rapporti in cui mi trovo quasi sempre a dare di più di quanto ricevo. E non dev’essere il do ut des ultra-simmetrico che pretenderebbe qualche conoscenza locale, abituata a dividere fino all’ultimo centesimo anche il conto del caffè. Però, certo, non disdegnerei la possibilità di chiamare qualcuno per parlare un po’, dopo una giornata di merda, senza che l’altra persona sia troppo presa dai suoi problemi (o da sé e basta) per starmi a sentire.

Alla fine mi ha salvata un’allegra famigliola trapiantata a Torino, che in diretta WhatsApp è riuscita a intrattenere mezz’ora la bimba neonata che lottava con la dentizione, e a fare anche da babysitter a me! Poi dice che la tecnologia allontana le persone.

Resta in piedi la domanda: “Perché le persone che frequento si rivelano ancora più esaurite e impegnative del resto dell’umanità, che già di per sé è piuttosto folle?”.

E qui, vi dicevo, ho trovato la risposta.

Vado per punti. Innanzitutto c’è un equivoco di fondo: l’idea che “attiriamo”, soltanto noi nell’universo mondo, le cosiddette persone tossiche. Non è vero, quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio, ma alcune persone le scaricano subito e altre le lasciano entrare.

A questo punto, sorge la domanda: il problema è lasciarle entrare, o lasciare che restino? Adesso, io sono passata dai pesaturi manifesti a quelli in incognito: o meglio, a gente che a occhio e croce avrà pure dei problemi (“E chi non li ha!”), ma ha anche tanti pregi che, almeno all’inizio, sembrano compensare. Che so, l’amico più giovane che ti assume a modello di vita (e già questo la dice lunga…) è effettivamente un po’ confuso, ma parlarci è piacevolissimo. Oppure, il tipo sensibile e simpatico che per un po’ è stato “allo sbando”, come dice il TG, avrà pure diritto a una seconda possibilità!

Mi sento dire spesso che “effetto sorpresa” un par de ciufoli: ho fin dall’inizio tutti gli elementi per valutare se un qualsiasi vincolo che stabilisco sia potenzialmente nocivo o spompante. Sono io che mi ostino a ignorare i segnali. Ma io non credo sia così.

Perché, nel mio passaggio epocale dai disagiati manifesti a quelli in incognito, acquisisco solo in un secondo momento un sacco di informazioni a cui non potevo arrivare: magari il tipo della seconda opportunità ha le allucinazioni, o la nuova amica che vedo ogni tanto soffre di stress post-traumatico in seguito a uno stupro, e non la prende bene se mi fermo a litigare con un coglione che ci fischia dietro in strada… Sono fattori che potevo prevedere? Francamente, la mia più nera immaginazione non arriva a tanto, e informazioni del genere, specie con gli amici anglosassoni, possono giungermi dopo un bel po’ di tempo dall’inizio della frequentazione.

Ed ecco la mia conclusione:

  • il problema non sorge quando lascio entrare nella mia vita questa gente, che magari è bizzarra ma è all’apparenza innocua: se riduco tutto a quello, mi ritrovo anche a sminuire l’alacre lavoro con cui, a costo di peccare di allarmismo, ho lasciato fuori tantissime persone alla prima battuta non gradita;
  • il problema non sorge neanche quando, una volta venuti fuori gli elementi problematici e distruttivi per me, decido che i pregi e l’intesa creata prevalgono, e queste persone possono restare nella mia vita;
  • il problema vero è che, anche quando possiedo elementi che cambiano le carte in tavola, decido che il rapporto deve continuare come prima: come io mi aspettavo che sarebbe stato.

Ed è da quest’ultimo punto che mi è venuta la soluzione: non si tratta né di continuare come prima, né di recidere il vincolo se non voglio. Si tratta di cambiare la relazione: adattarla alle nuove premesse, visto che sono diverse dalle condizioni in cui era iniziato il legame.

Tutto qua. Erano mesi che mi chiedevo come trovare un equilibrio tra il pensare al proprio benessere emotivo (anche liberandosi di presenze inopportune) e l’odiosa tendenza, che mi dicono essere molto attuale, a buttare via un’amicizia o un amore appena si presentino delle difficoltà. E invece ho capito che mi aspetta un lavoro molto meno drastico, e perciò più faticoso: accettare il cambiamento. Quel fenomeno per cui un amore può diventare un’amicizia, un’amicizia un amore, e tutti e due possono diventare, se proprio la cosa è irrecuperabile, un numero bloccato sul cellulare.

Così, col senno di poi mi dico (ma a quanto pare ci voleva una pandemia per farmelo capire) che è meglio sostenere senza nessuna aspettativa, e perfino un po’ a distanza se possibile, il tipo che vuole una seconda opportunità dalla vita, ma non è in grado di rapportarsi ad altre persone: almeno finché non riuscirà a rialzarsi sul serio. Oppure l’amica nuova che vaga stralunata per il mondo va vista ogni tanto e con tutte le precauzioni del caso (mai affidarle l’organizzazione di una cena per dieci!).

Tutto questo dobbiamo adottarlo, va da sé, se per noi vale la pena continuare. Se no vale sempre il consiglio del mio migliore amico: fuje sempe tu.

Come ve lo traduco, per chi legge da fuori Napoli e non mastica l’idioma? Diciamo che è tipo l’urlo lacerante (“Run!”) che ascolterete nel video qui sotto:

Da http://www.siporcuba.it/mir-68.htm

A volte le parole hanno vita propria, e lo rispetto. Continuo a dire “ambaradan” nonostante il termine nasca da una strage in Etiopia, di quelle che gli italiani brava gente sono stati così veloci a dimenticare. Così come dico “in bocca al lupo” e, se lo augurano a me, rispondo “crepi”. Una napoletana non si fa fessa, sulle espressioni apotropaiche: l’Accademia della crusca mi ha confermato che il significato iniziale era scaramantico. Confesso che se finissi in bocca a un lupo mi ritroverei a desiderare, in effetti, che crepasse.

Però ci sono espressioni, tic linguistici, o anche solo modalità di formulazione delle frasi, che mi sembrano inopportune. Pazienza se il mondo le usa, io non lo farò.

Per esempio, ultimamente mi sono imbattuta in varie occasioni nel luogo comune per cui, per “rimorchiare” una ragazza di sinistra, devi citare questo o quel filosofo o, in epoche letterariamente più modeste, qualche cantante indie italiano. A un seminario, un giovane ricercatore greco spiegava che a fine anni ’60, tra l’opposizione studentesca alla Grecia dei colonnelli, si diceva che chi non avesse letto Marcuse non avrebbe mai conquistato una donna. Gli Hipster Democratici scrivevano una cosa simile sulla loro pagina a proposito di qualche complesso indie che mi sto disgraziatamente perdendo (mi bastano Pa-pa-pa-pamplona e le sue – sempre più scheletriche – ballerine).

A Savastano la perdono, la frase “S’acchiappa malamente con quest’indie”. Per il resto, invece, badate bene: anche in piena area “zecche”, che immagine emerge delle donne? Vagine ambulanti che devi attirare in una rete, come il lepidottero che evocano, con qualsiasi mezzo. Perfino la citazione filosofica, o musicale. A giudicare da un documentario che ho visto, se ne lamentavano le stesse lettrici di Marcuse negli anni ’60, quando intervistate dicevano: “Qua se non la dai a tutti sei una borghese retrograda”.

In tempi meno impegnati c’è sempre la carta “nipotino”. Uno degli esseri più infelici a cui mi sono accompagnata, ed è una gara degna di finire alle Olimpiadi, mi ripeteva come un mantra che quell’estate sarebbe andato ad “acchiappare” in spiaggia con suo nipote in braccio. Eravamo in quella linea d’ombra tra relazione stabile e scopamicizia che mi fa quasi riconsiderare i matrimoni combinati. Ed era uno scherzo, il suo, ma è curioso che si senta ancora l’esigenza di scherzare sulle donne come se fossero bambine da attirare con dei dolciumi.

Per non parlare di un motto che ho ascoltato nelle mie rare incursioni nella cosiddetta Napoli bene: “mai con la sorella di un amico”. Perché? Beh, per rispetto all’amico e alla sorella (in quest’ordine). D’altronde, “Salutame a soreta” è un insulto d’annata. Allora andare con una equivale a non rispettarla? Il sesso è ancora visto come un modo di degradare la donna? Le sorelle sono ancora “proprietà” dell’amico e baluardo del suo onore? Ma che davero?

Che vuoi farci, obietterete. Mezzo mondo usa queste espressioni, dal significato ben più evidente di “ambaradan” o “in bocca al lupo”, e magari con più leggerezza che convinzione. Non sarai tu a farle rimuovere, mi dirette.

Ok, ma non sarò neanche io a usarle. Non considererei mai un uomo come un cavallo da attirare con uno zuccherino, e se un uomo non facesse altrettanto con me non m’interesserebbe nemmeno. So che amore e sesso ci rendono incredibilmente insicuri, ma se guardiamo all’attrazione e al desiderio come appetiti da soddisfare a qualsiasi costo, li rendiamo sempre più “cari” e meno piacevoli.

Sarà che vivo in un posto che dà molto peso a tutti gli aspetti della questione di genere, linguaggio incluso, e su questo argomento sta facendo un lavoro fantastico.

Ma possiamo arrivarci anche noi, eccome se possiamo.