Archivio degli articoli con tag: razzismo

Image result for cartolina napoli Il ragazzo arriva che il gioco è già iniziato, così decidiamo che il prossimo ad andare sotto è lui.

Non se lo fa ripetere due volte. Siede al tavolo nel suo metro e settanta scarso, e ci rivolge un sorriso timido – in fondo siamo in dieci a guardarlo – che gli trasforma gli occhi in due virgole. O questa è l’impressione che ho io, e mi chiedo subito se non sia un paragone razzista. Anche la carnagione che sembra cotta dal sole è di quelle che ti fanno almeno capire, e mai giustificare, perché una volta si dicesse “pellerossa”.

Ci parla in catalano, perché il gioco è semplice: si tratta di indovinare la città da cui proviene ognuno, facendo una domanda a testa nella lingua che vogliamo perfezionare. Solo io, che coordino il tavolo, faccio un misto tra il catalano che dovrei ripetere e lo spagnolo che capiscono quasi tutti. A questo scambio linguistico in particolare, di solito o sono italiani o vengono per l’italiano.

“Nella tua città c’è il mare?” è una delle domande classiche del gioco, rivolta in molti modi, con tante sgrammaticature.

Il nuovo arrivato spiega di sì, e all’inizio dobbiamo pensare tutti a qualche posto sull’Atlantico, in America Latina. Qualche razzista su Youtube direbbe anzi che ha la “faccia da indio”, come fanno con Thalia (e allora la fan di turno protesta non mandandoli affanculo, ma affermando che la cantante sarebbe mestiza). Man mano che il gioco va avanti, però, le cose si complicano, e i conti non tornano più: i piatti tipici che il ragazzo descrive alla lontana, per non farci indovinare subito, fanno molto Mediterraneo. Quando ormai è il mio turno di fare congetture, lui afferma che nel suo paese ci sono molte regioni, venti, gli sembra. Gli altri sono ancora spaesati.

“Sei italiano” non chiedo, affermo.

Allora quello caccia un accento di Rimini come non ne ho mai sentiti prima. Poi si affretta a precisare che suo padre è cileno. Deve farlo spesso, come il collega nero con cui parlavo inglese da mezz’ora, a Manchester, prima che una supervisor ci rivelasse che eravamo connazionali, e subito lui: “Mia madre è giordana e mio padre del Ciad“. Più che rivendicare origini multiculturali, mi sembrava preso da una necessità di spiegare, che almeno io non sentivo.

Anche il coordinatore del gioco di cui sopra, passato un momento a curiosare al nostro tavolo, si accorge del nuovo arrivato e fa la battuta: “Tu hai l’aria di uno che è venuto a imparare l’italiano!”.

Ma il gioco non finisce lì. Adesso tocca a me. Devono indovinare la mia città.

E, come sempre in questi casi, la gente comincia a squadrarmi: biondiccia ma non alta, occhi chiari ma di colore incerto, non proprio le curve di Sofia Loren. Con me una volta si è sbilanciato solo un amico catalano, convinto di conoscere bene l’Italia: “Lei si vede lontano un miglio che è del Nord!”.

I connazionali intorno al tavolo giungono alla stessa conclusione, perché, quando comincio a parlare di “impasti d’acqua e farina” pensano a focacce e pani estrosi, e quando infine menziono il mare non hanno più dubbi: “È di Genova!”, bisbigliano tra loro.

Soprattutto il ragazzo di Rimini è proprio convinto, aspetta solo il suo turno per smascherarmi.

Vi racconto tutto questo perché dovremmo tenere a mente quello che mi disse un amico del Forum di Lettere, per consolarmi di una gaffe che avevo fatto con un collega gay che credevo etero: “Mai dare per scontato che non daremo qualcosa per scontato*.

Alla fine del gioco, col ragazzo ritardatario ci mettiamo a chiacchierare un po’: la genovese e il latino. Ci troviamo piuttosto simpatici.

(Ok, ve l’ho raccontato al presente, ma l’episodio è avvenuto un anno fa. Ci ho ripensato quando ho letto l’avventura di questa ragazza, che beccata a Roma senza biglietto insieme a mezzo autobus, al contrario degli altri si è vista chiedere il permesso di soggiorno. “Non ce l’ho”, ha dichiarato, e già la stavano portando in questura. “Non ce l’ho perché sono italiana” ha specificato poi. In un’altra occasione aveva scritto un commento sul corazziere nero e lo stupore generale che l’aveva accolto, e aveva concluso con uno scherzo su una pelliccia animalier. Quando un’amica nei commenti le aveva chiesto “dove potesse trovare la pelliccia”, lei aveva risposto: “T’ ‘a vuo’ accatta’, eh? Vrenzulooo’!”. Avevo dunque capito che eravamo conterrOnee.)

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Il baciamano

Mio nonno da bambina mi fece baciare la mano a un prete. In realtà quest’ultimo o non aveva preso ancora gli ordini o si spretò presto, non ricordo la storia, comunque lo trovammo fuori chiesa e il nonno (classe 1917) m’ingiunse: “Bacia la mano a don Vincenzo!”. Io eseguii un po’ stupita, ma convinta che, se me lo diceva il nonno, fosse cosa buona e giusta. I suoi tentativi di farmi baciare la mano di mamma durante qualche litigio erano stati scongiurati da mia madre stessa, con mio grande sollievo. Quello sì che mi sarebbe sembrato strano.

D’altronde il “libro Cuore” (che il nonno pronunciava con la “o” chiusa delle nostre parti), riportava non so che scazzo tra il protagonista Enrico e sua sorella, che poi gliene scriveva quattro sul diario. Lui rispondeva tipo: “Non sono degno di baciarti le mani”. Avrei anche provato a suscitare la stessa reazione in mio fratello, allora un vispo fanciullo in prima elementare, ma con ogni probabilità mi avrebbe sferrato un calcione e avrebbe continuato a tirarmi le pantofole da sotto al tavolo.

Insomma, il baciamano è una componente ormai folkloristica della mia cultura, che io stessa, nella prima giovinezza, ho adottato. All’inizio ne facevo una riappropriazione femminista: baciavo la mano a chi lo facesse con me nel tentativo, evidente e un po’ patetico, di arrivare a baciarmi qualcos’altro. Poi l’ho adottato apposta con chi credesse che femminismo significasse sfidarmi a una gara di rutti perché volevo “essere uomo”. Una volta, per scherzo, baciai la mano di un signore che ammiravo, e credo anche che molti baciamano si siano verificati all’inaugurazione di un’associazione, in paese, quando il vescovo in persona venne per la benedizione. Allora noi membri mangiapreti del collettivo (la maggioranza della truppa) avevamo visto spuntare un crocifisso sulla parete d’ingresso, nell’imminenza dell’arrivo del prelato. Perché sono sicura che in tanti abbiano baciato la mano al vescovo, anche se non ne ho memoria? Perché la mano si bacia ai “salvatori”, o ai loro rappresentanti in terra: insomma, a chi sembra in grado di toglierci le castagne dal fuoco, magari con la sola imposizione delle mani appena baciate.

Si è fatto tutto un parlare del tizio ad Afragola (paese vicino al mio) che ha espresso così la sua “devozione” a Salvini, nuovo salvatore di derelitti che ancora non capiscono in che guerra tra poveri si sono cacciati. Ho letto i commenti simpatici di quelli che insinuavano che il tipo (a quanto mi dicono, un morto di fame) avesse “la casa abusiva a Ischia“, o che avesse voluto fare un saluto mafioso. Immagino sostengano questo i furastieri che vengono a fare il “safari” a Napoli, per poi spiegarmi la mia città nel corso di una calçotada: gente senza speranza, senza futuro, però si mangia bene, eh, e il “fumo” costa poco. Hai ragione, approva qualche compaesana in visita che ha paura di andare a Napoli da sola, o qualcuno che, quando ci viveva, in centVo non scendeva quasi mai. Dove sei stato e per quanto tempo, chiedo allora all’illuminato furastiero. Una settimana ai Quartieri Spagnoli, è la risposta. E allora sorrido. Che altro posso fare?

Sorrido di chi si preoccupa di come si manifesti l’ammirazione per Salvini, se baciandogli la mano o leccandogli il culo, invece di chiedersi come mai, adesso, per mezza Italia è diventato un salvatore. Piuttosto, come si fa a chiarire l’equivoco e convincere tutti che non salverà… il resto di niente? Che pure è un’espressione tipica delle mie parti, e rende bene l’idea.

Ecco, forse è questo il problema del pezzo di terra in cui sono nata: rendiamo bene l’idea.

 

 

 

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Per chi si chiedeva come fosse andata ieri: sono stata l’unica a ordinare un tè.

Per chi non sa neanche di cosa stia parlando: ieri ci siamo incontrati in un bar, tra italiani a Barcellona, invitati da un connazionale che voleva farci un po’ di domande.

Eravamo una dozzina, tra i 25 e i 45 a occhio e croce, e non odiavamo tutti l’Italia, anzi. Qualcuno voleva pure tornarci.

Per me, dopo un po’ che giri, è Francia o Spagna purché se sta bene. E allora perfino l’Italia.

Eravamo d’accordo sul fatto che la deriva razzista e la chiusura non fossero solo un fenomeno nostro, ma una tendenza europea. E l’Europa, così com’è, non ha fatto granché per impedirlo.

Eravamo d’accordo sul fatto che l’Italia avesse paura, più della miseria che del cambiamento, e sul fatto che la sinistra italiana (scusate l’ossimoro) ci metterà tempo a risorgere.

La domanda è stata: “Come?”.

Un po’ di noi avevano fatto studi umanistici, o si occupavano di comunicazione. Insistevamo sulla narrazione, sul dare un obiettivo positivo e possibile a cui aggrapparsi, che accompagnasse il lavoro più serio e approfondito.

Io continuavo a pensare ai ‘mericani, che questo lo fanno bene: al “Vote Kennedy” che oggi sarebbe un hashtag, in risposta a un Nixon che parlava di tasse, e al #lovewins, quello sì un hashtag, di Obama.

E allora ho detto che se c’è una cosa che dovremmo esportare dalla Catalogna indipendentista, come immagine, è quella di un paese migliore, più equo, inclusivo, che si contrappone al conservatorismo di un re e della Chiesa che lo sostiene.

Insistevo sul fatto che, per portare avanti quest’idea, non ci fosse bisogno di battere sull’identità nazionale. Mi dispiace che sfugga sempre questo, delle cose di qua. Ci fermiamo all’idea indigesta di un nazionalismo a sinistra (che per i suoi perpetratori ovviamente non sussiste), senza vederne le complessità, che non condivido, ma che ammiro in molti sensi.

Perché questi che “lottano per una terra migliore” sono incredibilmente concreti: partecipano anche alle azioni antisgombero, si incontrano millemila volte a settimana, si chiamano per nome. Possiamo farlo anche noi senza essere un marchio registrato. Un ragazzo emiliano condivideva l’esperienza dei centri civici, e a me non era neppure chiaro che i centres cívics esistessero anche in Italia.

E se siamo la nazione del “tengo famiglia”, qualcuno al tavolo aveva partecipato a un congresso in India sulle nuove tecnologie, e si era reso conto che, a pensarci cinque anni fa e investirci il giusto, quella roba si sarebbe potuta fare anche in Italia. E allora… “Per i nostri figli!”, slogan perfetto per la nazione delle campagne sballate di fertilità.

A me è rimasto un dubbio: in questo mondo interconnesso, dalla crisi non ne usciamo soli. L’unico rimedio che mi è stato indicato è stato la decrescita, e, come si dice dalle mie parti, ce vo’ tiempo. Dunque, non c’è soluzione immediata e indolore. Questo come glielo spieghi, a milioni di persone? Specie a quelli che, più che votare “di pancia”, hanno detto “proviamo questi altri qua e vediamo che succede”.

Questi altri qua hanno detto che la panacea è una: cacciare gli immigrati. E che risolve quasi tutto.

Come riesci a fare che la gente ti segua, senza sparare anche tu una palla?

La domanda è rimasta lì sul tavolo, anzi, sul tavolino, insieme a uno scontrino che riportava non so quante birre, e una tazza di tè.

Passate voi a rispondere. Noi abbiamo già pagato.

Risultati immagini per the wind È come mi ricordavo: ci prendiamo per il culo da soli.

Non è una cosa delle parti nostre, o gli autori di libri in spagnolo su “come non prendersi per il culo da soli” farebbero la fame (il che non sarebbe sempre un male, ma tant’è).

Ma la zia che vuole per forza offrirmi una pizza a Napoli, in realtà cerca una scusa altruista per uscire dalla routine di paese.

L’amico che non vuole figli “perché poi si ritroverebbero un padre come lui”, più che altro non li vuole e basta.

Il vicino di aperitivo che non vuole migranti “perché poi vivrebbero in condizioni disumane”, non vuole i neri per strada.

Non dico che non ci sia, quest’ambiguo fondo di altruismo (almeno nelle intenzioni dell’interessato) che porta a fare queste affermazioni. Dico solo che dovremmo allenarci a capire quale sia il motivo principale delle nostre azioni. Che vantaggio ci ricaviamo, a fare o non fare certe cose?

Perché non c’è scusa migliore del “lo faccio per te”. Tinge di nobiltà e sacrificio un desiderio personale, o nasconde una paura.

 Paura di essere una cattiva persona, se per una volta ti magni una pizza invece di “sacrificarti per gli altri”.

Paura di essere emarginato come egoista se manifesti il tuo legittimo diritto a non riprodurti.

Paura dei neri, e basta.

Prima veniamo a contatto con queste paure e meglio è.

Io d’estate vivevo per “il soffio di vento” che mi svoltava la giornata. Vivevo nell’afa tutto il giorno, schifando ventilatori e condizionatori. Lo facevo “per l’ambiente”.

In realtà mi ero creata un mondo in cui il mio massimo piacere era il sollievo, perché avevo paura che alla gioia non potessi arrivarci.

Lo facevo nelle relazioni: quando vivi delle briciole dell’attenzione altrui, ti sembrano sempre deliziose.

Lo facevo all’università: quando veniva fuori un lavoro che non fosse “per la gloria”, non credevo a tanta generosità.

E lo facevo, appunto, col vento: mi condannavo a un’afa perenne, e poi la brezza improvvisa mi dava una felicità speciale.

Perché il sollievo, come accade con gli amori tossici, ha un suo sapore unico e irripetibile.

Ma quando ti abitui a quell’altro sapore, quello della gioia costante, non cambi più.

Ora rifuggo ancora dai condizionatori, che trovo inutili e dannosi, e anche un po’ sessisti, in ufficio. Non disdegno il ventilatore ogni tanto, e ho fatto pace col mare. Ma, soprattutto, cerco il vento. Lo inseguo negli angoli della casa, non aspetto che sia lui a venire da me.

E se voglio una pizza a Napoli, dico: “Voglio una pizza a Napoli”.

Se non voglio figli, dico: “Non voglio figli”.

Se qualcuno mi dice che non vuole neri per strada, provo a chiedergli: “Perché?”.

Questa domanda è l’unica, vaga possibilità di convincere l’altra persona che il problema non sono i neri.

Quindi facciamola più spesso.

Facciamolo per noi.

 

L'immagine può contenere: 8 persone, tra cui Marcello Belotti, persone che sorridono, folla e spazio all'aperto

Foto di Stefano Buonamici @stefanobuonamiciphotographie

Stamattina, Gad Lerner ha postato questo brano di Francesco Matteo Cataluccio. Mi ha colpito l’alzata di scudi, anzi di… offendicula, contro una famiglia di senegalesi subentrata nel condominio d’infanzia dell’autore. A Barcellona lo fanno a volte contro noi stranieri europei, mischiando un po’ le carte della filosofia locale Refugees welcome, tourist go home

Mercoledì, i miei amici a Barcellona manifestavano con la comunitat gitana in solidarietà con i rom italiani. Io, invece, ero in giro per Napoli a fare cose.

Tipo la dichiarazione dei redditi, seduta su una panchina in Via Luca Giordano.

Oppure il Lascia o raddoppia a distanza per vendere casa.

Oppure leggevo un brano del mio racconto contenuto in questa raccolta: il piglio allegro della presentazione mi aveva fatto escludere il passaggio, un po’ didascalico, che voleva provare al pubblico che noi vegani non siamo il diavolo. Ma sembra che oggi, ancor più del seitan preconfezionato a peso d’oro, vanno di moda i pregiudizi.

Soprattutto, giravo per Piazza Garibaldi, tra i baretti che una volta vendevano marenne unte, e che ora sono pizzerie fresche di restyling, in cui qualche cameriere nero “come il carbon” s’industria a parlare l’inglese che i colleghi autoctoni non tanto masticano.

In una traversina del Corso Umberto, tra icone sacre del XIX secolo, i negozianti pakistani chiudevano le saracinesche tra i pochi turisti e gli autoctoni che rincasavano: avevo trovato il posto in cui avrei potuto essere di qualsiasi posto, l’unico che ormai senta davvero mio.

Resta l’impressione che il problema non sia solo di etnia, ma di classe: in Italia non vogliono i poveri. Forse si sarebbero levati meno offendicula se l’autore del brano di cui sopra avesse dichiarato che ad abitare in quel palazzo ci sarebbe venuto “l’ambasciatore del Senegal“. Stessa cosa del mio antico proprietario, a Forcella (…), che aveva schifato un vietnamita perché “non voleva cinesi”, per poi andarci d’amore e d’accordo quando aveva visto che era uno studente fuorisede come tanti. Il pregiudizio è che tutti gli stranieri non nordici siano migranti, e che tutti i migranti siano poveri. E i poveri, si sa, sono anche brutti, sporchi e cattivi. Metti che sputano a terra e fermano le ragazze più di tanti miei compaesani. Metti che l’odore dei loro cibi invade le scale più del ragù, e, se non ti piace respirare quello un’intera domenica, si vede che era carne c’ ‘a pummarola.

W i poveri, dunque, e se stranieri meglio ancora: ci permettono di passare sottogamba le evasioni fiscali, la caccia alle raccomandazioni, e la paura che nostro figlio non trovi mai lavoro. E non perché c’è uno straniero a rubarglielo, che nostro figlio “non ha studiato per tanti anni per andare a raccogliere pomodori”; ma perché chi concentra tutta l’attenzione su quanto siano brutti, sporchi e pericolosi gli stranieri non è in grado di dargliene uno.

Alla luce di tutte queste osservazioni, è la prima volta che mi sento davvero straniera anch’io.

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Da fromthegrapevine.com

Ok, lo confesso: ieri è stata una giornata complessa e innaffiata di limoncello, quindi non ho le idee lucidissime.

Però mi è successo lo stesso che in quella puntata di Black Mirror col sensore che ti ritrasmette i ricordi: solo che nel mio caso è bastata una telecamera.

Ero alla premiazione di un concorso letterario all’aeroporto di Capodichino, e dal posto comodissimo che avevo trovato non vedevo la faccia del ben noto presidente della giuria. Mi giungeva smorzata la sua voce che faceva un po’ Pino Daniele, e che a un certo punto mi era sembrata dire:

“Il racconto che ha vinto non è mica bello, ma è quello che meglio rispondeva agli scopi del concorso”.

“Ua’, a questo punto non voglio essere la vincitrice!” ho sibilato all’amico seduto al mio fianco.

Immaginerete cosa sia successo subito dopo.

A dirla tutta tutta, non avevo capito nemmeno di aver vinto: pensavo fosse tipo Miss Italia, che annunciassero prima il terzo posto. Con impeccabile aplomb mi ero avvicinata alla giuria, decisa a vedere che succedesse e agire di conseguenza. Allora mi era piombata in mano una carta d’imbarco gigante con il posto 26B, che è il tipico asiento trasero esposto a ogni perturbazione che mi assegna la Vueling.

Già che ero lì, ho chiesto al giudice indicazioni per migliorare la scrittura, e lui ha esordito con: “Ti taglio le mani!”. Promettente premessa per una bella scoperta: ero “colpevole” di scelte stilistiche suggeritemi da amici più esperti, e adottate a malincuore. Vatte a fida’ d’ ‘a gente!

Svariate ore e diversi bicchieri di limoncello dopo, ero ancora convinta di aver vinto “nonostante il mio racconto non fosse manco ‘a chiaveca”, parafrasando. Quando i potenti mezzi della tecnologia (il mio Lenovo collegato al sito di Capodichino) mi hanno riproposto il discorso del giudice, ho scoperto di non averci capito una ceppa.

Il che mi porta a pensare: quante volte non abbiamo capito una ceppa e coviamo rancore per tanto tempo? O ci resta una brutta impressione di qualcuno che in realtà era del tutto innocente.

Ho scoperto molti anni dopo che un’amica non intervenuta a una mia festa aveva subito un brutto incidente proprio quel giorno, e non me ne aveva parlato per delicatezza.

Così come è uno spasso pensare di aver fatto colpo su qualcuno per bellezza o simpatia, e scoprire che invece quella persona sta sparlando di noi.

Suppongo che l’indicazione generale sia sempre quella: inutile sprecare tempo ed energie in ricordi che non siano belli o almeno utili. Anche perché quello che capiamo noi è una parte infinitesimale di ciò che accade.

A proposito: io ancora non sto capendo cosa accada in Italia. Ma che davero uno spara per strada a persone immigrate e non è razzismo ma “il gesto di un folle”? Allora non lo fate solo col femminicidio! (Scusate il termine, eh).

Quindi mi permetto di saltare di palo in frasca (lo so, che novità) e tradurre dal catalano le conclusioni di quest’articolo, scritto da un maceratese che non ci sta a vedere la propria città utilizzata come sinonimo di una tentata strage fascista. Manifestate anche per me!

Chi davvero sta esprimendo una forte condanna dell’accaduto è l’antifascismo cittadino, con a capo il centro sociale autogestito della città, il Sisma. All’indomani dei fatti, domenica 4, ha avuto luogo una flash-mob antirazzista spontanea senza sigle politiche. Il Sisma sta lanciando anche un appello a una manifestazione nazionale a Macerata per il prossimo sabato 10 febbraio. Nel comunicato del centro sociale sull’accaduto, si evidenziano la definizione del gesto di Traini come “terrorismo fascista” e le prove della continuità ideologica rispetto al discorso politico incentrato sulla “sicurezza”, che il Sisma indica come predominante in Italia. Ovviamente troviamo l’invito a tutte le forze antifasciste del paese a partecipare alla manifestazione del 10.

 

 

Risultati immagini per una noche fuera de control cartel Camminavo verso plaça Espanya, in grave ritardo sulla mia passeggiatina serale, quando mi ha colpito un dettaglio del cartellone cinematografico che ultimamente mi nasconde la vista di chi aspetta l’autobus sul Paral·lel.

Stavolta a interessarmi non erano né Scarlett Johansson né le comprimarie alle prese con un improbabile addio al nubilato, ma il nome della regista e sceneggiatrice: Lucia Aniello.

E niente, ho pensato che, per vedere una Lucia Aniello su un manifesto di Hollywood ne sono passati, di piroscafi sull’Atlantico.

Perché per me, napoletana di ceto medio che a sua volta non si chiama proprio Jennifer, Lucia Aniello è un nome “con le mani”. Lo diceva ai primi del ‘900 il filosofo Eugeni d’Ors, a proposito di una Teresa che veniva, per lui, a rappresentare tutta la “razza” catalana. Invece una Lucia Aniello, nei pregiudizi delle parti mie, potrebbe evocare una mamma a tempo pieno in grado d’indovinare i tempi di cottura della pasta ammescata nei fagioli.

E mai m’immaginerei di vederla su un manifesto di Hollywood.

Per tre motivi:

  1. è donna;
  2. è terrona;
  3. non chiamandosi Martina o Valentina o Simonetta, nomi in voga ultimamente dopo secoli di Mariegrazie e Immacolate, possiamo sospettare che sia “di umili origini”.

Perché una Lucia così finisca a Hollywood, questa matassa informe di pregiudizi che mi fa schifo pure scodellarvi si deve disfare e tornare a imbrogliare, si deve mescolare con altri grovigli di popoli e culture e deve sopravvivere pure a quelli, ai nuovi pregiudizi, ai nuovi immaginari.

Emigrare è anche questo: spostare immaginari, cambiarli di forma, rielaborarli. Reinventarsi.

Restare? Restare è combattere, secondo qualcuno. Contro i pregiudizi di classe, di genere, di etnia. Magari con l’aiuto di chi se n’è andato, ora che andarsene non significa farlo per sempre.

In attesa che una Lucia Aniello, donna e terrona come me, e pure povera, finisca dalle periferie ai manifesti di Ollivùd.