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Nessun testo alternativo automatico disponibile. Dopo giorni passati a parlarne in chat, via mail, sui social e perfino dal vivo, con amici che reputo intelligenti, provo a mettere nero su bianco la pelosa questione del “chi è più discriminato”.

Perché io mi lamento delle fratture che sta creando la situazione catalana nelle relazioni di ogni tipo, e il messaggio sottinteso di alcuni è: in Catalogna sono ricchi e si permettono pure di ribellarsi.

Che dovrebbero dire gli andalusi, o i napoletani. I miei compaesani sostengono molto quest’argomento, da difensori dei Sud del mondo. Alcuni post che ho letto definivano il popolo catalano come “antipatico”, o “attaccato ai soldi”, con generalizzazioni che in altri frangenti non ci permetteremmo.

In qualche caso di emigranti italiani a Barcellona sospetto che la ragione sia semplice: difficile perdonare a uno di essere nato nel posto in cui noi proviamo a farci strada a fatica, senza il supporto familiare, e i contatti, e la liquidità di cui potrebbero disporre i più fortunati di noi, se fossero rimasti a casa. Ci sono cascata anch’io all’inizio, e mi rimproverava spesso il mio ragazzo di allora, artista catalano di origini meridionali che al primo referendum avrebbe votato No, ma votato, anche perché la Falange voleva marciare sul suo paesello, dove c’erano le urne (ricordo ancora i fischi dei votanti davanti alla chiesa, e l’urlo quasi napoletano “Fora! Fora!”, mentre spiegavo a Carlos quanto la scena mi ricordasse un episodio di Per chi suona la campana).

Ora so che aveva ragione lui: inutile discutere su chi abbia il diritto o meno di ribellarsi.

E lo dico dalla posizione scomoda di chi non ha nessun ideale meraviglioso da difendere (non ci credo, io, in una repubblica catalana). Siamo un po’ alla deriva, noi che non manifestiamo per l’indipendenza e se andiamo alle manifestazioni “contro la repressione” veniamo presi per indipendentisti, a meno che non ci mettiamo la bandiera spagnola addosso, ma perché dovremmo farlo.

Il fatto però di non accorrere ad appelli tipo “irruzione della polizia alla CUP!”, “i fasci stanno ammazzando di botte i compagni a Gràcia!”, non significa che diventiamo improvvisamente ciechi e sordi e non vediamo cosa stia succedendo.

Una terra come la Catalogna è ricca nel contesto spagnolo, quindi relativizziamo: non c’è lo spettacolare tasso di disoccupazione andaluso (il 48,7% per i più giovani di 25 anni), ma butta via il 30% catalano, e (tra parentesi) prova a campare con lo stipendio medio catalano a Barcellona. Scrivo tutto questo dando per buono che i non ricchi di una terra ricca debbano comunque chiedere scusa a qualcuno, equivoco molto presente tra chi politicamente la pensa più o meno come me. Una terra ricca porta in sé grandi squilibri sociali, e ne sanno qualcosa i leader della sinistra indipendentista. In questa intervista, Anna Gabriel della CUP racconta la giovinezza nel suo paese di minatori, passata a caccia di borse di studio perché se no niente università. Curioso poi che la critica alla ricchezza venga dal nostro, di Sud, eterno bacino di voti dati al miglior offerente, di collusioni col governo centrale per assicurarsi un minimo di posto al sole.

Non vi riconoscete, in questa descrizione? Vi offende, vero? E allora perché infliggere lo stesso riduttivismo ad altri? Perché “sono del Nord”? Consulterò poi un vero brexiter su quanto siano “nordici” i catalani.

Insomma, gli indipendentisti catalani sono e resteranno, secondo la mia impressione, una minoranza. Ma una minoranza consistente e incredibilmente variegata al suo interno. Non c’è solo la signora col canillo che viene in pullman dal paesello l’11 settembre, e che invade i tre baretti squallor rimasti ad Arc de Triomf: quella mi lasciasse sempre liberi i ristoranti cinesi autentici, per mangiarsi la sua coca ai peperoni, e ci eviteremo felicemente ogni anno.

La questione è che ci sono anche questi qua che si riuniscono dai collettivi e dai movimenti ogni settimana nel mio quartiere e in tanti altri, questi che scendono in strada da anarchici a difendere un referendum, perché ritengono che a fronte di questo re e di questo primo ministro di cui il primo fa le veci (no, non ho sbagliato a scrivere), sia proprio il caso di separarsi e votare.

Hanno ragione? Proprio non si può sperare che dallo stato spagnolo sorga un movimento compatto di gente che mandi a cagare Corona e PP? Chi lo sa, io ci spero ancora.

E penso che in una Catalogna indipendente comanderebbero comunque i figli maschi delle signore col canillo che vengono a Barcellona l’11 settembre, anche se il plebiscito, devo ammetterlo, non l’hanno mai ottenuto.

Resta il fatto che non è così semplice come ci piace pensare.

Ma lo so, la semplicità è troppo affascinante per contrastarla con dati, ne sappiamo qualcosa quando proviamo a fare due conti su quanto costerebbe l’indipendenza e scopriamo che non sono i conti a far scendere la gente in strada, con buona pace degli ideali illuministici che difendiamo a singhiozzo.

Intanto, per farvi capire la situazione, quando ho visto questo brutto spot mi sono commossa lo stesso, o meglio, mi sono ritrovata a piangere per il nervoso, e per la paura.

Qualsiasi cosa ci succederà, nei prossimi giorni, al contrario di altri non ho nessun motivo nobile per correre il rischio di scoprirlo in prima persona.

Ho la voglia meno nobile di provare a complicare le cose. Qualcuno dovrà pur farlo.

Voi, per esempio. D’ora in poi. Vero?

 

Considerando l’ottima fama di cui godono gli indipendentisti catalani in Italia, ho pensato che, alla fine, dispongo di informazioni di prima mano da parte di una fonte a me molto vicina: il mio ragazzo! Così io, che non sono indipendentista, gli ho fatto quest’intervista a tradimento. Che espone, beninteso, un punto di vista che non troverete nei partiti più in vista del procès per l’indipendenza, ma che è condiviso dai movimenti per me più interessanti. Se come coppia “di fede diversa” siamo sopravvissuti alle manganellate del primo ottobre, e allo sciopero generale del tre, supereremo anche queste domande un po’ provocatorie. Vero?

Boh. Vediamo.

D: Ciao! Che ci fai a casa mia?

R: Bella domanda. In effetti dovrei andarmene…

D: Sono d’accordo! Ma volevo dire: cosa ci fai qui, a Barcellona?

R: Ho “terminato di terminare” [evidente spagnolismo, NdR] una tesi di dottorato, e sto cercando lavoro. Non che mi ci stia mettendo d’impegno, ma diciamo che sono stato un po’ sopraffatto dagli eventi.

D: Lavativo! A proposito degli, ehm, eventi… Come ti è venuto in mente di farti “indepe”? Mica sei catalano, tu!

R: Non è che mi sia “venuto in mente”! Sono marchigiano, mi sono formato in spazi collettivi come quelli dei disobbedienti. A livello personale, mi sono sempre focalizzato sull’anarchismo collettivista. Hai presente Malatesta, Kropotkin… [Mi sciorina un’altra decina di nomi, annuisco con aria intelligente]. All’inizio non ero interessato alla tematica indipendentista. Per me il concetto di nazione era borghese, chiuso, frutto di una tradizione inventata…

D: Quindi andavi per la retta via! E poi, che è successo? Scherzo, dai, ma sappiamo come va: spesso diventi indepe perché lo è la tua comitiva, il tuo collettivo, il tuo compagno o la compagna… Anche se noto che, ahimè, non funziona al contrario…

R: Volgari insinuazioni. Ho scoperto semplicemente che esiste qualcosa che va più in là di ciò che, anche in Italia, concettualizziamo come nazionalismo. Le ricerche condotte per la mia tesi di dottorato sulla comunità italiana in Croazia mi hanno aiutato nella scoperta di un tipo di identificazione inclusiva: cooperazione alla pari e senza esclusività con altri gruppi, in un territorio misto. L’indipendentismo è una scelta strategica, non è un fine ultimo. Non è l’orizzonte, ma l’obiettivo a medio termine. È una strategia per strutturare la vita politica quotidiana. [Mi cita un’altra sfilza di riferimenti bibliografici, di cui capisco solo “Öcalan”].

D: Ho capito, mi stai discutendo in diretta la tesi di dottorato. Dimmi, piuttosto: la Spagna, cos’ha che non va? Ci sarà pure una realtà politica spagnola che ti piaccia!

R: Cosa intendi per “spagnola”? Ti riferisci allo Stato spagnolo? Certo! Ti posso nominare tantissime realtà politiche interessanti, dai Paesi Baschi all’Andalusia. [Me le nomina davvero. Tutte]. Il giogo dello Stato spagnolo opprime tanti. Se invece parliamo di struttura statale di tale stato, la mia domanda è: perché dovremmo preservarla?

D: Pensa che la mia è: perché no? Cioè, i movimenti spagnoli sono così menomati che solo i catalani saprebbero fare ‘sta repubblica? 

R: I movimenti all’interno del territorio spagnolo sono tanti, e anche efficaci. Ma non puoi farmi questa domanda adesso! L’altra sera, il capo dello Stato spagnolo ha affermato che la polizia il primo ottobre ha agito nel massimo rispetto della legalità. D’accordo, cosa ci si può aspettare da uno che sta lì perché l’antico dittatore ci ha piazzato suo padre?

D: E vabbe’, sono pure passati quarant’anni, dalla morte di Franco e dal ritorno dei Borbone… [Questa era solo per provocare, mi dissocio da me stessa!]

R: E intanto, la maggior parte dei voti catalani va a partiti non monarchici, come succede anche nei Paesi Baschi. Nel resto dello Stato spagnolo, il PSOE ha dichiarato la sua fedeltà alla monarchia. Pedro Sánchez vede se stesso come una sorta di prosecuzione di Zapatero, mentre Felipe González è il signore e padrone dell’Andalusia. Non c’è alcuna prospettiva di trovare una soluzione democratica e repubblicana a tutto questo.

D: Però il centrodestra indepe catalano fa un po’ Lega Nord, hanno detto. Ha motivazioni economiche e identitarie, non si sa in che ordine…

R: La questione economica è molto minoritaria, nella trattazione del fenomeno. Comunque sia, tra gli aspetti rivendicativi è il più discutibile, perché in effetti presume una concettualizzazione razzista dello Stato spagnolo. Ma, ripeto, non stiamo parlando di quello. La questione identitaria è diversa. È stato Jordi Pujol, il fondatore di Convergència, a dire che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna”. Scompare quindi il concetto di nazione a cui siamo abituati anche in Italia. Vengono destrutturate tutte quelle boiate ottocentesche schilleriane [sic] su cosa sia una nazione, e si crea una nuova identità, basata sull’identificazione personale.

D: Quindi ‘sta definizione l’ha data il fondatore di Convergència! Annamo bene! Allora, scusami, ma “dall’altra parte della barricata” come vi libererete di questo centrodestra, una volta creata la repubblica catalana?

R: Per tante vie. Alcune pacifiche. La sinistra indipendentista è arrivata in Catalogna a ottenere un’influenza importante. Perché pensi che Carme Forcadell, presidentessa del Parlament catalano, dichiari che la repubblica catalana sarà femminista? Perché ci crede lei? Speriamo! Ma se il femminismo è diventato una parola d’ordine nella politica catalana, si deve ad anni di lotte dei movimenti. Quindi si tratta di questo: conquistarsi degli spazi egemonici!

D: E ci credi veramente?

R [sguardo ironico]: Se c’è chi crede veramente che Pedro Sánchez farà fuori Felipe González, farà cadere il Governo Rajoy con una mano sola, vincerà le elezioni, convocherà l’Assemblea Costituente, costituirà la Repubblica Popolare di Spagna… Penso che la mia alternativa sia più che plausibile.

D: In effetti è molto più facile affrontare i carri armati sulla Diagonal, creare la Repubblica, portare il Chiapas in Catalogna come auspica la CUP, ed eventualmente imbracciare le armi (mamma d’ ‘o carmene!) contro i dissidenti capitalisti…

R: Hai detto bene: portare il Chiapas in Catalogna! Ben venga, se l’obiettivo è la creazione di istituzioni orizzontali basate sul confederalismo democratico. Il fine ultimo, se ci pensi, è il socialismo. È dare un contesto di economia collettivista basata sul motto bakuniano: “Da ognuno secondo le sue forze, a ognuno secondo i suoi bisogni”. [Ha poi ammesso che per una volta avevo ragione io: era Marx. Ma figurati se la frase non gli era arrivata la prima volta attraverso Bakunin].

D: Tutto questo nella Barcellona da bere? Quella dei mojitos a cinque euro?

R: Il mojito a cinque euro si può ostacolare in vari modi…

D: Col Tourist Go Home?

R: No, ma vedi a cosa sono arrivate le politiche liberiste nella città? Pensa all’aumento incredibile degli affitti…

D: Eh, appunto. Ma chi si è ribellato alla proposta di stabilire un tetto massimo sugli affitti? Solo il PP? Anche Junts pel Sí, amalgama di partiti che stanno insieme solo per ottenere l’indipendenza! Come li affrontate, questi qua? Sei proprio sicuro che ci mettiate meno tempo e sforzi che a fare una Spagna repubblicana?

R: In questo momento… perché la situazione cambia di giorno in giorno, eh… sì, ne sono sicuro. [Mentre parliamo sorvola le nostre teste un elicottero della Policía Nacional].

D: Ok, ma… Dopo tutto quello che mi hai detto, com’è il tuo rapporto coi non indepe?

R: Dipende dai non indepe! Con alcuni posso anche averci una relazione. [Lo fulmino con lo sguardo]. Se invece sono delle teste di cazzo che cantano Cara al Sol e dichiarano che il sangue dei manifestanti picchiati dalla polizia sia finto…

D: Ma con quelli non ce la farei neanch’io! Vabbe’, ultima domanda: se dovessi lanciare un messaggio agli italiani che associano indipendentisti e Lega Nord, e vedono i catalani come dei polentoni antipatici che vogliono pagare meno tasse…

R [si erge nel suo metro e novanta]: Che devo dire? Voi avete le vostre convinzioni, perché l’Italia è notoriamente un paese di dottori di ricerca in relazioni internazionali almeno quanto lo è di commissari tecnici… Voi sapete già tutto, ed è inutile che vi dica qualcosa in più. Tenetevi le vostre certezze date da supposizioni assurde, e da una conoscenza del contesto catalano che definire superficiale è ottimistico, e continuate così. Ciao!

D: Ciao!

Non gli ho fatto la domanda cruciale: sarà mai possibile, specie in questi giorni di paura e conflitto, la convivenza tra gente con idee così diverse?

VAIO - WIN_20150226_220542

Chissà cosa avrebbe risposto.