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spaghetti albertoneaccattone 004Lo scrivo da vegetariana, eh.

Ma se in frigo avete: pancetta, uova, pecorino q.b..

E in dispensa avete: rigatoni, aglio, olio, pepe nero.

… Cosa vi mangiate, a pranzo?

Sì, lo so, potreste farvi le uova strapazzate con pancetta, stile colazione inglese. Oppure la pasta aglio e olio.

Ma se avete tutti gli ingredienti per una carbonara, perché accontentarvi di questi surrogati?

Solo perché potete farlo? Ok, viva la libertà.

Ma se la vostra dispensa vi sta implorando in ginocchio di preparare proprio quel piatto, che vi riesce pure così bene, perché fare altro?

A me sembra che lo facciamo molto spesso, un po’ in tutto. Fare qualcosa molto al disotto delle nostre capacità. Al disotto di ciò che possiamo, in nome di ciò che crediamo di volere (che, guarda caso, coincide spesso con la decisione più pigra o meno esigente).

Io mo’ non sarò Dickens, ma volevo scrivere, e per molto tempo mi sono accontentata di descrivere appartamenti online per un’agenzia. La noia di commentare interni spesso tutti uguali veniva compensata dalla sfida di farlo in modo sempre diverso, e dalla quantità (quaranta descrizioni al giorno era la mia media).

E stavo bene. Mai stata meglio. Ma mi mancava qualcosa e non volevo vederlo, infatti, quando sono stata licenziata, la creatività che reprimevo mi ha travolta e trascinata con sé alla deriva, per un bel po’ di tempo. Finché non ne sono riemersa più consapevole della mia vocazione, e finalmente con una penna in mano.

Allora, guardandomi indietro, la sensazione è stata la stessa che avrei dopo essermi accontentata di una pasta scaldata (la specialità delle mie “amate” suore delle elementari) per la pigrizia di mettere a soffriggere roba sul fuoco: sfuggire al mio destino, in un certo senso. Prendere sottogamba le mie qualità. Una cosa è fallire come scrittrice, un’altra è non provarci proprio, accontentandomi di descrivere appartamenti.

Non è una questione di gerarchie, anzi. Una buona pasta aglio e olio vale la migliore delle carbonare, non dico di no (specie ora che non mangio carne). E c’erano persone, nell’agenzia degli appartamenti, che ci mettevano tutta la passione del mondo, perché quell’attività veniva incontro alle loro aspirazioni: non ci vedevano creatività frustrata, ma affari, la voglia di primeggiare nel loro campo, la passione per il mestiere. Per loro era questa, la storia, e questa la bellezza.

Dobbiamo cercare la nostra, di bellezza, la cosa migliore che riusciamo a fare e a essere, con gli ingredienti a disposizione.

Ne parleremo ancora, a stomaco pieno magari.

funny-punk-kid-angel-little-girlGiuro che non è un titolo ruffiano, è che in effetti ci stiamo talmente scartavetrando le gonadi tra noi, con Gomorra, che non me ne venivano altri.

Colpa di un amico che fa medicina cinese e che mi ha detto, ascoltando un mio sogno, che tutti i personaggi veri e allegorici che vi figuravano (e io faccio sogni-fiume) erano appesi a una cosa: la mia (scarsa) capacità di perdonare me stessa.

E questo perdono o mi sarebbe dovuto venire da… [e aveva indicato il cielo col dito, mentre io diventavo la famosa stolta che guarda il dito], o da me. Comincio a pensare (senza manie di grandezza, eh, la cosa è valida un po’ per tutti) che le due opzioni più o meno si equivalgano.

Ma perdonarsi di che?

Immagino, di non essere stata quello che avrei voluto. È una cosa strana, non essere quello che vogliamo.

È una battaglia che intraprendiamo da soli con noi stessi, e come quella di Macbeth sarà vinta e perduta. Ma sempre da noi.

Ci siamo fatti in testa, spesso in età precoce, un progetto a cui mancavano le cose più importanti: informazioni. Su come saremmo cresciuti, su cosa ci sarebbe piaciuto fare veramente. A volte si hanno da subito, a volte no.

Allora decidiamo a 5 anni che da grande faremo il pompiere, e veniamo su pigri e mingherlini. E non vi dico le aspiranti modelle delle mie parti, un paese di donne generalmente formose e non sempre altissime (ma lì il problema è credere che ci sia qualcosa di sbagliato, in questo). No, sul serio, è come quando siamo bravi in matematica a 16 anni e scopriamo la passione per la pittura a 30.

Ci facciamo un progetto precoce e quando scopriamo che da grandi le cose non vanno come ci saremmo aspettati (non per incapacità, eh, magari solo perché si cambia), abbiamo due reazioni tipiche.

I più saggi diventano flessibili e dicono: ok, che mi piace fare davvero? E cambiano progetto.

Potevo mai fare questo, io? Naaa.

La mia operazione è stata infinitamente coerente: siccome ero incapace di realizzare il mio progetto (più o meno, essere Dio), avrei usato con me stessa la stessa severità che dedicavo agli altri “incapaci” (più o meno, il resto del mondo). Insomma, un po’ di coerenza! Come ho osato non essere alta uno e ottanta, non amare il latino come avrebbe voluto mio nonno, trovare molto noiosi i “fidanzamenti dal basso” paesani?

Imperdonabile.

E invece no, dicono che mi devo perdonare. E la mia responsabilità ce l’ho, nei progetti che sono sfumati, non mi prendo in giro.

Ma a perdonare, come si fa?

Trattandoci bene, mi rispondo speranzosa. Ci siamo dichiarati guerra da soli, stipuliamo la pace. Quando si è abituati alla guerra non viene subito, eh. Per questo ci si deve trattare bene un po’ ogni giorno, mi sa, per dimostrarci che è acqua passata.

È un buon segno del fatto che ci stiamo perdonando, liberarci piano piano del fango di cui ci siamo ricoperti e abituarci a fare cose che ci piacciano.

È come quando nostra madre non ritirava il cazziatone che ci aveva fatto, ma si metteva a prepararci la merenda, e aveva pure un mezzo sorriso.

Ok, lo cercherò lì, il mio perdono. Nella bozza di sorriso che faccio quando non penso troppo.

Voi avete qualche idea, di dove si sia cacciato il vostro?

Ne riparleremo.