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Nel 1794, potevi dire che il Terrore volgeva al termine perché a Robespierre mancava una testa.

Nel 2019, c’è un segno inequivocabile che si smorzi la rivolta in Catalogna: sono tornati i bidoni fuori al Corte Inglés! Finalmente non devo farmi i chilometri fino al Mercat de Santa Caterina per buttare le lattine di acqua tonica dell’ultima cena in casa mia, a cui si aggiungerà il vetro del Nero d’Avola ora che ne ho organizzata una io, e ho preparato due tipi diversi di pesto: quello hipster, con kale e pasta di legumi, e quello “ignorante”, con una piccola modifica (so che già preparate le balestre) al posto del parmigiano.

Sapete il bello qual è? Che rischiavo di non arrivare in tempo alla mia stessa cena. E tutto per provare a comprare una cavolo di baguette, tra la folla di cui ho parlato qui. E mi è venuto da pensare: ma che davero?

Mai come quest’anno ho la sensazione che il problema non sia il Natale in sé, anzi, capisco pure perché a molti piaccia: bei ricordi, buoni propositi, affetti da condividere. Però il sospetto è che ci siamo incamminati tutti su una strada che non sappiamo più abbandonare, vittime di una reazione a catena iniziata da troppo tempo.

Un fenomeno del genere, nel mio cervello allucinato, mi fa venire in mente Harari, il “guiriguru” del momento: nel senso che gli stranieri anglosassoni (in spagnolo, “guiris”) tendono a farne il loro guru perché in Sapiens, tra le altre cose, dice che ‘sta storia dell’agricoltura è stata una trappola che ci ha resi schiavi delle stagioni. Con quella, ci saremmo condannati per secoli a una dieta meno varia, e saremmo diventati troppo numerosi per sostentarci con la cara, vecchia raccolta dei frutti spontanei della terra.

Adesso, io mi scoccio pure di cercare i bidoni della differenziata: figuratevi con che gioia girerei in cerca di cibo, specie se me lo devo contendere con belve ancora più fameliche di me col ciclo! Più modestamente, allora, ricordo l’amico che confessava che in ufficio non funzionava niente, in disastrose reazioni a catena, perché nessuno aveva il coraggio di far notare “ai piani alti” i problemi tecnici, e organizzativi: il suo racconto diventava uno di quei tetri aneddoti staliniani, in cui il primo che smetteva di applaudire a un comizio risultava anche il meno devoto alla causa, e spariva nel nulla… Insomma, nessun impiegato voleva essere il primo a dover raccogliere le sue cose e ciccia! Anche lì, posso comprendere il fenomeno fin dai tempi di scuola, spesso dominati da un gregge fantozziano che prometteva già di fare onore a quella massima di Don Abbondio sul coraggio… Ma parlo facile io, che non ho uno stipendio fisso né, ahimè, figli da mantenere.

Ma questa corsa forsennata a regali che non durano, che schiavizzano la gente e che ci costano due ore di traffico e dieci minuti per fare cento metri, che la facciamo a fare?

Perché una donna deve passare le giornate a cucinare per dieci, quindici, anche se non lo fa con piacere? E perché le poche che ammettono di non farlo con piacere passano per egoiste?

Se ‘sta roba vi piace davvero, beh, come dice il poeta, “de gustibus non ad libitum sputazzellam”! Ma in giro leggo tante di quelle persone che si lamentano del Natale, che mi chiedo se non sia uno di quei fenomeni da cui crediamo che uscire sia impossibile. E invece basta un no, anche piccolo: no a fare il regalo anche alla zia della cognata della comare, no alla cena aziendale quando abbiamo pilates (oddio, lì sceglier non saprei!). Ed è, anche questa, una reazione a catena.

Potremmo scoprire che pure zio Anacleto, a proporglielo, pensava da un po’ di togliere di mezzo i regali. E piuttosto che strapazzare zia Gesualda, che poi scola le linguine quasi sfatte (interessante fenomeno di certi anziani delle mie parti), si fa che cucina un po’ ogni famiglia, o si va al ristorante. Che poi, Suraci belli, io ci avrò il cuore come un ghiacciolo, ma se uno a Natale non torna sopravvivono tutti, anche senza pinzillacchere e nonne capuzzolone. Va bene ridere, ma non siamo un po’ stanchi di autoridurci a macchiette?

E allora famolo strano. Mi ha fatto piacere leggere in questo blog di due bambini che chiedono alla mamma femminista i soliti regali divisi per sesso, e poi mettono la collana al robot e fanno la cresta punk alla Barbie.

Io ho deciso di approfittare del ritorno forzato in paese per costringere i miei a farsi Pasqua a Barcellona: li martellerò a tal punto che cederanno!

“Pasqua con i tuoi”: ci scriverò un post.

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Volantino passatomi da un’inguaribile ottimista, convinta forse che la mia taglia esista

(*gif di Jean-Claude*) Nooo! Il post “volemose bene” sotto le feste, nooo!

Facciamo così, se alla fine dell’articolo lo zucchero prevale sulla riflessione amara, vi autorizzo ad abbattermi a colpi di Babbo Natale: quello di plastica che si arrampica ai balconi e che, sarà che vivo a Barcellona, scambio sempre per uno scassinatore.

Da sg.toluna.com

Però, in caso, fatelo prima che sia costretta a incamminarmi verso casa: in questi giorni sta passando sotto da me un’orda di turisti e di famiglie locali – menzione speciale alla coppia over 50 che ti blocca una strada per tenersi la mano –  a comprare moda dozzinale, per motivi in fondo misteriosi. Anche a fregarsene della schiavitù che c’è dietro, non si capisce che risparmio costituiscano questi pizzi rossi e calzini animalier che si slabbreranno/sdruciranno/sfarineranno esattamente la settimana dopo Natale, trasformando anche il regalo più sfizioso in una notevole figura di merda.

D’altronde, come insinua questo studioso, e intuivamo a questo punto un po’ tutti, la nostra specie non è proprio campionessa mondiale di ragionamenti a lungo termine.

Però, pure in questa bolgia che ogni giorno guado a borsettate, ho imparato una bella lezione. Anzi, due: la prima, più che altro, l’ho ripassata dopo più di vent’anni, memore dell’amico che mi rimproverava di soffermarmi solo sulle esperienze negative. E invece no: ieri, per resistere alla tentazione di scendere di casa con la wok pesante, ho fatto il conto delle persone meravigliose che ogni tanto affrontano la marea umana e mi bussano per un caffè, una polenta, o per andare insieme a goderci una grandiosa cena giapponese. Mi è ormai chiaro perfino che la vita non è solo la banca che nel 2019, per un prestito ipotecario, valuta di più un contratto di lavoro “usa e getta” che un immobile in centro; o la telefonata che non arriva, nel reciproco cercarsi che dev’essere per me l’ammore, e fa scattare la citazione dall’unico libro che io abbia avuto il coraggio – o il buonsenso – di scaricarmi impunemente: “La verità è che non gli piaci abbastanza“.

D’altronde, carrambata che scala la favolosa top 10 delle mie esperienze surreali, il telefono apparteneva a un potenziale beneficiario – tra i rarissimi che lo siano per scelta – dell’associazione di volontariato che mi ha regalato la seconda lezione della giornata, e con il metodo d’insegnamento a me più ostico: un’atroce festa di Natale!

Perché, vedete, passando fuori al bar dove si teneva la festicciola, ho buttato l’occhio dentro, riconosciuto un paio di schiene, e fatto quella cosa patetica di chi tira dritto come se passasse di lì per caso, pronto a pronunciare a mali estremi la frase: “Ehi, che sorpresa trovarti qui, non ti avevo visto!”.

Poi però mi sono pentita, sono tornata indietro, ho deciso che i due che mi guardavano come una matta mi avevano riconosciuta – ovvio che non erano neanche dell’associazione – e allora mi sono decisa a spingere la porta.

Perché non ci volessi andare, lo spiego qui. E poi, la questione della telefonata in sospeso mi ha aperto di più gli occhi sugli abissi di privilegio tra chi fa volontariato e chi ne usufruisce: ma era una riflessione che mi attanagliava già da due anni, visto che a conti fatti, alla festa, mi hanno riconosciuta giusto le due organizzatrici.

Però ho fatto benissimo a superare la strizza iniziale, e aggiornarmi tra un vin brulé e una quiche vegetale sulle loro prodezze artistiche: adesso recitano in serie internazionali e organizzano spettacoli teatrali in casa… E poi ho conosciuto gente nuova, tanto più che mi è capitata la classica situazione guiri che ancora adoro a Barcellona: a vino finito, al mercatino “underground” della Sala Apolo ci sono sbarcata con un dottorando trentenne iraniano, e una modella americana di vent’anni – pelle nivea e cognome olandese – che ha la mamma del Sudafrica e il padre messicano.

E io che nel bar non ci volevo neanche entrare!

Trasformo in limonata – ideale a Natale – anche gli altri frutti amari: sto giocando in un nuovo manoscritto – per il momento in fase carta e penna – con l’idea dell’ammore contrastato tra un’ “immobiliarista furnuta“, come mi sfottono in famiglia, e qualcuno che abbia deciso che quello di volere per forza un tetto sulla testa sia un vizio curabile. Così rifletto pure sulle mie buone intenzioni di un tempo, le stesse di chi ancora passa le domeniche a preparare panini per persone che preferirebbero, per una volta, del riso o una bella torta. Continuo a sospettare che sia meglio prepararli che scordarseli, ‘sti panini, ma non so se a lungo andare finiscano per andare di traverso a chi li mangia: alla fine, le istituzioni fanno scaricabarile su sanità e alloggi “perché già ci pensano le dame di carità”.

Anche qui, però, deve valere il discorso che facevo su quelli che mi intasano la strada di casa per comprare reggiseni di pizzo rosso, che si scuciono solo a guardarli: noialtri umani, sul lungo termine, proprio non sappiamo pensare.

(Ue’, ma io voglio sia il fuoco di un camino che il sole del mattino!)

Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

 

nosomrosesoblau

“Né rosa né azzurri”. Campagna del Comune di Barcellona. Perché tutti i bambini possano giocare a quel che vogliano.

 

Adesso mettetevi in questa situazione: cenone della Vigilia, cuginetti e nipotini che scartano i regali. Scoppia una mezza lite tra una bambina e suo fratello, che si contendono una cucina e delle macchinine. Intervengono i genitori e per placare gli animi non trovano niente di meglio che chiedere a lei: “Ma che fai, giochi con le cose dei maschi?”. E a lui: “Ti metti a fare i giochi delle femminucce?”. Così la bimba si accontenta della cucina e il fratello delle macchinine.

Immaginato la scena? Ok, adesso guardate questo video (per i più pigri, lo spoilero sotto il link):

http://www.fox32chicago.com/news/221294104-story

(Lavativi nati, eh? È la storia di due studenti americani che comunicano attraverso delle scritte su un banco in biblioteca, mentre un altro compagno sta progettando un massacro. Indovinate quale delle due storie tendiamo a notare, nel video. E con che conseguenze).

 

A parte l’idea curiosa che uno progetti un massacro solo perché gioca a fare la pistola con le dita, credo sia giusto guardare il quadro completo.

Perché è vero che, tra i due bambini privati del giocattolo, ancora pare “più ingiusto” che il cucinino se lo becchi lei. Ma a che prezzo, per il bambino? Quello di non giocare con la cucina oggi, non abbracciare i cuginetti maschi domani, magari credere che se piange sia un problema, e guai se gli piacciono le persone sbagliate, in futuro! O se non trova un lavoro “ben remunerato”.

Di questo padre, licenziato con una figlia malata che necessita di cure, mi colpisce soprattutto l’affermazione: “Un uomo senza lavoro non è niente!”. Nel caso di una donna, cosa ci mettereste? “Senza figli”, “senza bellezza”? Ma non è forse la stessa bugia?

Insomma, forse più che osservare un solo lato della storia, di solito quello della persona oppressa, sarebbe utile scoprire come veniamo educati tutti a discriminare per genere, etnia, classe sociale, fin dai regali di Natale che riceviamo da bambini.

Faremmo meglio a considerare come i rapporti economici e di potere di una società si traducano in questo o quel pregiudizio, nella discriminazione di una certa categoria (le donne, gli stranieri, i povery…), a patto che la categoria discriminante si accolli costrizioni non da poco. E le pene per chi sgarra vanno dall’esclusione dal gruppo all’irrisione (pensate agli sfottò a questo padre che si prende cura di sua figlia).

Attenzione: osservare il quadro generale non è giustificare. Non è trovare una scusa per chi si adagia nei suoi privilegi, e dimenticare chi ha avuto la parte peggiore nella distribuzione dei ruoli preconfezionati.

Capire perché non è “perdonare”, anzi: se la maggior parte dei critici letterari o musicali sono ex bambini bianchi e di ceto medio che hanno giocato solo con le macchinine, quali saranno i loro standard attuali (spacciati per universali) per considerare buono un artista? Chiedetelo non solo alle scrittrici, ma anche all’occasionale scrittore africano che approdi sugli scaffali europei, a patto di fornire una descrizione orientalista (o una denuncia sociale) della sua realtà.

È vero che Taylor Swift (intesa non come essere umano ma personaggio, marchio di fabbrica) e altre bambole confezionate a tavolino perdono valore commerciale se nella loro vita passano “troppi” uomini. Ma chi si ricorda di Rob Lowe , fidanzatino d’America espulso dalla scena cinematografica per un video porno? Oltre a dire “guardate cosa succede alle donne”, è interessante soffermarsi anche su come succeda alle donne e come agli uomini, e che colore della pelle e che origine abbiano queste donne e questi uomini.

Complicare il quadro non è affascinante come gridare allo scandalo, all’indignazione, specie se lo scandalo e l’indignazione sono sacrosanti.

Richiede tempo e pazienza come disfare una sciarpa, attività a cui i bambini di oggi non giocheranno mai perché ormai riservata a poche donne, considerate vecchie e incolte: si aprono i punti che bloccavano la trama e si scioglie man mano il filo, per riaccomodarlo in una nuova teoria, un modello che ci piaccia di più.

E peggio di una trama scontata ci sono solo dei modelli nuovi di zecca, ma senza alcuna fantasia.