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Da cityvisitguide.com

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Di Francisco Goncalves, fotografo, “immigrato”. Come me.

Come sempre il problema è l’impotenza.

Non poter fare assolutamente niente.

È la prima cosa a cui dovresti rassegnarti, e l’ultima che accetti. Anche perché alla fine qualcosa di buono da fare lo trovi, se vuoi. Se riesci a non abbandonarti alla disperazione che sfocia in rabbia che sfocia in razzismo che sfocia in una battaglia sui social tutta da dimenticare. Se invece vedi come puoi donare sangue, quali notizie utili puoi diffondere, e ti prepari in silenzio (un minuto, per la precisione) ai giorni a venire.

Io ieri pomeriggio ho deciso di abbracciare pienamente l’impotenza, e il fatto che non avrei ricevuto notizie certe chissà per quanto ancora, e di uscire di casa dopo un’estenuante ora a rassicurare tutti. Tanti mi volevano viva, e li ringrazio. Tanti volevano morto qualcun altro, e non credo serva.

Così mi sono detta: oggi è un buon giorno per andare in banlieue. Era tempo che volessi farlo, sapendola relativamente vicina. Ora o mai più.

Ci sono riuscita?

Col cazzo, mi ha sorpreso la pioggia a Pantin.

Troppo tardi perché il mio incedere furioso nel lungo abito fiorito, e l’ambiguo scialle nero gettato sui capelli alle prime gocce, non attirassero l’attenzione dei ragazzi divertiti. Potevo essere una Fantine in sottana, una Samira confusa con le braccia da fuori, o una turista italiana che non si faceva i fatti suoi.

E niente, quindi: pioggia, saracinesca accogliente di fronte a una pasticceria maghrebina, Pantin.

Ogni tanto veniva qualcuno a rifugiarsi vicino a me, colori diversi, accenti diversi.

Aspettavamo in silenzio il momento di riprendere la fuga sotto le grondaie, presi dalla stessa voglia di restare asciutti, tornare a casa, scansare un raffreddore.

L’essere umano è così prevedibile, quando funziona bene.

Il Pantin l’avevo visto con Gavino, almeno ai margini.

Gli avevo chiesto notizie sulla gentrificazione a Parigi, per riferire poi a Barcellona, e lui mi aveva portato lungo il canale una volta squallido all’estremità di questo comune, che adesso però si sta facendo fighetto, con case da vendere a peso d’oro e bar fatti apposta per strizzare l’occhio ai turisti che vanno al Parc de la Villette.

Ma se ci si arriva passando sotto il Boulevard périphérique, i Quatre Chemins della scritta sulla metro mi ricordano sorprendentemente i Five Points di Gangs of New York. E le sigarette di contrabbando vendute a mezza voce, se è per questo, mi sanno tanto di Forcella. L’unica differenza è che nel mio vecchio quartiere napoletano non bisogna essere nati altrove, o figli di nati altrove, per essere poveri.

Quando è spiovuto mi sono avviata anch’io, il ritmo bangla di un ristorante pakistano mi scacciava via ogni perversa tentazione di cantare canzoni italiane di lacrime e pioggia. Anche perché la seconda stava scemando e le prime non riuscivano a scendere.

Ovviamente mi sono persa, approdando davanti a una sopraelevata e a un negozio chiuso con attaccata fuori la storia dell’Abbé Pierre, “l’Insorgente di Dio”. Prima di morire nel 2007 aveva denunciato l’operazione vergognosa di ghettizzazione, e speculazione, che interessava le banlieues.

Lo stomaco era stretto e per principio contrario ho deciso di aver fame.

Non è molto lusinghiero che il kebabbaro sotto casa abbia sgamato subito la mia origine al pronunciare “felafel”. Ma perché non ce li hanno mai, da queste parti? E ja’, a Barcellona li offrono i pakistani, è come se io vendessi strudel.

A proposito, i miei vecchi vicini del Raval come staranno, quando finiranno le lacrime e caleranno gli avvoltoi? Bene, speravo. Barcellona fa almeno questo: il passaporto non tanto te lo guarda, se la rispetti.

In ogni caso, mi dicevo reggendo la melanzana d’asporto con uno strano couscous a sostituire il basmati dello shawarma, a me non importa più dove succedano, queste tragedie.

Prima di tutto perché sono giorni che passo tra soldati armati di mitragliette: ieri su Avenue Jean Jaurès erano quattro e volevo scansarmi, a costo di strisciare contro il muro, ma un ragazzo nero vicino a me gli è passato giusto in mezzo, e io non volevo essere da meno. Dopo sì che piangevo un po’.

E poi perché Napoli, Manchester, Barcellona, mi si susseguono sottopelle senza soluzione di continuità, senza confini coi posti che vedrò o che non vedrò mai.

Nella grande città che mi si dipana in testa, certe cose succedono sempre sotto casa mia.

Perché è ovunque.

 

Immagine correlata Indiano lui, tunisina lei.

Ci compro i legumi e il riso che mi semplificheranno i prossimi giorni senza carta di credito. È la seconda volta che entro nel loro negozio di alimentari, mi considerano una cliente fissa.

“Che paese?” mi chiede lui.

Bello capirsi tra gente che non sa parlare la stessa lingua.

“Italia”.

Ci pensa, come un bambino interrogato in geografia. Poi s’illumina.

“Ah! Sonia Gandhi! La conosce? È italiana!”.

Bisogna vedere se Sonia Gandhi sia d’accordo, a questo punto.

E non saprei come dire al mio ex pakistano che gli “odiati” indiani fanno il suo stesso e identico gesto con le mani, una sorta di OK convinto, per dire: “È proprio la meglio femmina del pianeta!”.

La moglie fa di più: mi ringrazia nell’italiano che ha imparato seguendo Antonella Clerici ne La prova del cuoco. E poi:

“Conosce Sofia Loren? In Tunisia è famosissima. Aveva pure una casa, nel paese. Oh, Sofia…”.

E fa anche lei un suo gesto, come per dire: “Divina”.

“Sì, ho presente” sorrido.

Non sono le uniche cose curiose, che mi sono capitate in una settimana a Parigi. C’è il tipo arabo che mi ha chiesto informazioni in inglese, per poi cacciare un perfetto accento palermitano e dire: “Io sono di Sicilia“.

C’è la signora che mi ha gridato addosso perché sbocconcellavo una baguette per strada.

Mi accorgo inoltre che i soldi li do in modo strano, seguendo i complicati calcoli matematici dei numeri francesi. Se mi dicono 70 centesimi (soixante-dix), ma ho una moneta da 50 e un’altra da 20, vado in crisi.

Poi ho scoperto che “Belle et naturelle” sarebbe un complimento, nell’intenzione dei provoloni da strada che non mi ritengano “magnifique”, “ravissante” o semplicemente “jolie”. In mancanza d’altro, posso contare tipo scalpi indiani il numero dei “la” dedicatimi in “Oh la la la la la la”. Un giorno spiegherò meglio perché mi aspettassi qualcosa di più, dal paese di Simone de Beauvoir.

Poi ho notato due cose: non me ne frega niente, stavolta, di Montmartre, Quartiere Latino ecc. Li ho visti e rivisti. Voglio vivere il bel quartiere in cui sto come vivrei Barcellona, ma fuori contesto. Per vedere quanto di me sia determinato dai mobili che mi circondano, le abitudini, le ore fisse a cui uscire e rientrare.

Quante cose mi definiscono solo per la routine che ho organizzato intorno alla mia vita di sempre?

Facciamo insieme quest’esercizio: scopriamolo.

Scopriamo se si può vivere fuori dalla nostra zona di conforto, e farlo pienamente, invece che spaventati, preoccupati, aggrappati al nostro mondo di sempre come se fosse l’unico possibile.

Quando passerete dal kebabbaro sotto da me, non ve la prendete se lui passerà subito all’inglese, ascoltando la vostra pronuncia di “pain”. Tanto “moutarde” lo capirà, vi metterà quella sulle patatine, al posto della maionese.

Io alla commessa che mi chiede scusa per un qualcosa che non capisco risponderò comunque: “C’est pas grave”.

E, nove su dieci, avrò anche ragione.

(Continua)

Risultati immagini per woman wallet Un turista americano vuole aiutarmi con la valigia. L’Aerobus è appena partito da Plaça Espanya, prima tappa del viaggio che mi porterà a Parigi. Gli rispondo:

“No, thanks, they’ve just stolen my wallet”.

Mi hanno appena fregato il portafogli, con dentro i documenti per partire, e sono impassibile.

Cioè, non proprio.

È che annaspando nella borsa per riporvi il resto del biglietto appena comprato, ho capito subito che il portafogli fosse andato. Troppo voluminoso per non spiccare immediatamente tra le mie cianfrusaglie da partenza. Puntellando con il piede la valigiona che ero lì lì per stipare con le altre, do un’occhiata da lontano sul banchetto accanto all’autista.

Poi mi chiedo un istante se non sia stato il poveraccio seduto di fronte a me.

Infine capisco.

E mi verrebbe da ridere, se non fossi troppo occupata a urlare:

“Per favore, si fermi!”.

Le due spintarelle sul predellino, mentre ero in fila per il biglietto. Mi ero girata alla seconda, la zip della borsa lasciata aperta nel breve istante tra il prelievo dei 5,90 (pure le monete, avevo cercato) e un colpetto di assestamento alla valigia grande. Signora anziana, corpulenta, vestito azzurro maculato, sembrava avere difficoltà nel salire. Da brava bambina educata mi ero fatta da parte.

“Prego, dopo di lei”.

Aveva ricambiato il mio sorriso, vagamente lusingata. Come se nessuno le avesse mai dato la precedenza in vita sua.

Poi mi aveva invitato in uno spagnolo stentato a entrare per prima.

Senza seguirmi, inutile aggiungere ora.

Il mio portafogli in effetti era proprio un bel reperto da rubare: l’avevo rivestito col primo, patetico tentativo di fodera a costine fatta a uncinetto. Avevo pure sbagliato le misure, aggiunto all’ultimo momento un’appendice con le costine che andavano in un altro verso. Chissà se la ladra non stia già ridendo di me.

Anche perché non ha molto altro da fare. Il suo bottino è stato di soli 40 euro.

Va detto che l’autista ferma subito, con un compassionevole “Joooder”. Ma ancora una volta le sorti della mattinata cambiano sul predellino.

“Vacci, all’aeroporto” bisbiglia in tempo il passeggero in prima fila. “Sporgi denuncia al commissariato lì, ti danno un documento da mostrare al check-in e passi lo stesso”.

“Ma se non funziona non ho i soldi per tornare!”.

“Ma se ti ho dato 15 euro di resto!” ricorda l’autista, che magari mi aveva anche maledetto per l’esborso. E piano piano la memoria torna anche a me. La bustina col grosso dei soldi, ben nascosta nel bagaglio a mano, è intatta. Più che prudenza, era stata paura della commissione carissima che mi avrebbe inflitto la mia banca, per prelevare a Parigi.

In piedi con la valigia accanto al volante, ragiono meccanicamente. Bloccare la carta, subito. L’operatrice giusta la trovo al terzo tentativo, dopo due numeri sbagliati. Il servizio clienti di BBVA sembra avere problemi seri, ragazzi. Questa infatti, gridando al di sopra del rombo del motore, mi chiede: “Blocco anche il conto?”. Sono perplessa.

“Così nessuno va in banca a prelevare col suo documento spagnolo”, spiega.

Ah, già, nel portafogli c’era anche il Nie. Accetto riluttante proprio mentre la navetta ferma davanti all’aeroporto. Mi sono appena condannata a un mese a Parigi con un budget di 15 euro al giorno (l’ammontare dei soldi in borsa).

“A ver si hay suerte” mi saluta l’autista.

Non penso più, corro. Trovo il Commissariato. Spiego. A due poliziotte diverse, in spagnolo e in catalano. Nell’eternità che dura la trascrizione del mio verbale (ma perché ci vuole tanto?) mi organizzo: messaggio mio fratello al lavoro perché mi anticipi il versamento per la stanza, dopo la consegna delle chiavi; messaggio il mio ragazzo, in partenza anche lui, anticipandogli che al ritorno dovrà spedirmi delle cose con un corriere; messaggio l’amico avvocato che mi dovrebbe seguire la contesa con la vicina di sopra, il cui pavimento sta cadendo nel mio bagno; rassicuro l’inquilino, che ignaro di tutto vuole solo sapere quando tornerà a farsi la doccia, e lo avverto che potrebbe ricevere “entro quattro giorni lavorativi” una carta di credito per me. È subito solidale, nonostante la settimana senza docciarsi.

Ho di nuovo il tempo di pensare, e va bene. Perché sto bene. Mi hanno rassicurata subito, le poliziotte: col documento che ti facciamo riesci a partire. I soldi ce li ho e basteranno. I documenti si rifanno. Che mi manca?

Che mi mancava, più che altro.

Un motivo reale per partire. Ero assorbita da questo crollo in bagno, dall’irresponsabilità della vicina di sopra, dalle condizioni in cui devono vivere i suoi inquilini immigrati.

Adesso, invece, riuscire a partire è l’unica cosa che conta. Questo, strano a dirsi, è un passo avanti: ricordare quali sono le mie priorità.

Con quelle in mente mi metto in coda al check-in e ai controlli, sostenendo gli sguardi arrabbiati di chi scambia la mia confusione per un tentativo di saltare la fila. La gente si crede incredibilmente furba, nel sospettare che gli altri la vogliano fregare.

Io no, forse è stato questo a causarmi quest’inconveniente stupido.

Ma mi dispiace, la lezione è “Stai più attenta”, non “Smetti di fidarti”.

Perché nel casino che mi aspettava all’arrivo (pesca i soldi dalla bustina per l’RER, prendi la metro con le valigie, chiedi in francese la chiave nel bar dove te l’hanno lasciata, fatti i restanti 20 minuti a piedi…), in questo percorso a ostacoli che prima del fattaccio mi terrorizzava, mi aiutano in tanti.

“Voulez-vous que je vous aide, mademoiselle?”.

Uno mi porta la valigia per due rampe di scale. Un altro me la fa salire sulla metro, senza offendersi per la mia mano ferma sul manico accanto alla sua. Anche prima del furto, una ragazza con lo zaino mi aveva fatto affrontare senza colpo della strega le scale in salita della metro Espanya.

Senza un motivo, senza chiedermi soldi o il mio numero, senza guadagnarci nient’altro che gracias, thanks, merci.

La gente a volte non è affidabile, a volte sì.

E la mia vacanza è appena iniziata.

(Continua)

Risultati immagini per una noche fuera de control cartel Camminavo verso plaça Espanya, in grave ritardo sulla mia passeggiatina serale, quando mi ha colpito un dettaglio del cartellone cinematografico che ultimamente mi nasconde la vista di chi aspetta l’autobus sul Paral·lel.

Stavolta a interessarmi non erano né Scarlett Johansson né le comprimarie alle prese con un improbabile addio al nubilato, ma il nome della regista e sceneggiatrice: Lucia Aniello.

E niente, ho pensato che, per vedere una Lucia Aniello su un manifesto di Hollywood ne sono passati, di piroscafi sull’Atlantico.

Perché per me, napoletana di ceto medio che a sua volta non si chiama proprio Jennifer, Lucia Aniello è un nome “con le mani”. Lo diceva ai primi del ‘900 il filosofo Eugeni d’Ors, a proposito di una Teresa che veniva, per lui, a rappresentare tutta la “razza” catalana. Invece una Lucia Aniello, nei pregiudizi delle parti mie, potrebbe evocare una mamma a tempo pieno in grado d’indovinare i tempi di cottura della pasta ammescata nei fagioli.

E mai m’immaginerei di vederla su un manifesto di Hollywood.

Per tre motivi:

  1. è donna;
  2. è terrona;
  3. non chiamandosi Martina o Valentina o Simonetta, nomi in voga ultimamente dopo secoli di Mariegrazie e Immacolate, possiamo sospettare che sia “di umili origini”.

Perché una Lucia così finisca a Hollywood, questa matassa informe di pregiudizi che mi fa schifo pure scodellarvi si deve disfare e tornare a imbrogliare, si deve mescolare con altri grovigli di popoli e culture e deve sopravvivere pure a quelli, ai nuovi pregiudizi, ai nuovi immaginari.

Emigrare è anche questo: spostare immaginari, cambiarli di forma, rielaborarli. Reinventarsi.

Restare? Restare è combattere, secondo qualcuno. Contro i pregiudizi di classe, di genere, di etnia. Magari con l’aiuto di chi se n’è andato, ora che andarsene non significa farlo per sempre.

In attesa che una Lucia Aniello, donna e terrona come me, e pure povera, finisca dalle periferie ai manifesti di Ollivùd.

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Da https://www.youtube.com/watch?v=tokRybYT4Dg

Una volta condividevo un caotico appartamento ai confini del Raval. Pur di lasciarlo avevo bloccato un’intera casetta a due stanze, cedutami da un amico che andava sei mesi negli USA.

Ma le politiche dell’appartamento che volevo lasciare erano particolarmente cazzimmose: l’unico modo di recuperare la caparra era di trovarmi io un sostituto per la camera. Vi ho già detto che era un quinto piano senza ascensore?

Per fortuna, la satanica detentrice del contratto d’affitto risolse le sue contese con la padrona di casa autosfrattandosi, insieme a tutti noi. Non ci crederete, ma ero contenta!

Anzi, avevo talmente aspettato quel momento da arrivare a immaginarmi una vita fantastica fuori da lì. Ma al primo pranzo a casa nuova, osservando il salottino senza luce sul cui divano si era addormentato un compagno di università, mi ero resa conto che no, non avevo trovato il Graal della felicità. Per varie ragioni: 1) le questioni momentaneamente “cancellate” dalla priorità dell’appartamento ritornavano a bussare urgenti; 2) avevo solo sei mesi per cercarmi una casa nuova; 3) nello spazio di una notte, il discretissimo e timido coinquilino ereditato dal vecchio piso, aveva già installato in casa una fidanzata brontolona, e decisa a farci taaanta compagnia.

Allora mi sono ricordata dell’ovvio che ci sfugge sempre di mente: il compito più difficile dei sogni è sopravvivere a se stessi.

Insomma, una volta che il “sogno” si è avverato, ci tocca viverlo.

Superare la parte d’immaginazione, che prevedeva che fosse tutto rose e fiori se solo avessimo raggiunto l’obiettivo, per farla diventare vita reale, quotidianità, qualcosa che richieda manutenzione o una certa routine, come quasi tutte le attività umane.

Pensate a chi sogna di lasciare l’Italia per Barcellona, viene qui e si ritrova alle prese coi documenti da ottenere, il lavoro da cercarsi, le stanze dai prezzi assurdi…

Pensate a chi passa dallo sfogliare margherite sospirando il nome dell’amato bene a doverci davvero dividere il bagno e le bollette della luce. E, a giudicare dallo stress di tanti amici diventati genitori, sarebbe importante che la croce e delizia di mettere al mondo una nuova vita diventasse consapevolezza, informazione, e capacità di perdonarsi.

Questo lato prosaico non rovina la poesia. A patto che lo mettiamo in conto. A patto che invece di inseguire aspettative impossibili ci fermiamo un attimo, consideriamo lucidamente i pro e i contro e ci diciamo: “Voglio provarci lo stesso?”.

Se la risposta è sì, avanti tutta.

 

Risultati immagini per fallen toast on the side of butter  Come la volta che chiamai uno che mi piaceva, lo raggiunsi in auto e passammo una fantastica notte a… parlare. Avevo vent’anni. Anni dopo, davanti a una birra, lui mi confessò ridendo che quella sera pensava di provarci. Poi avevo scherzato sul fatto che avessi il ciclo, e allora era giunto alla conclusione che volessi solo essergli amica. Era stato l’inizio di una grande amicizia, ma lasciamo sta’.

Oppure la volta che incontrai Viggo Mortensen ed ero in tutona inguardabile, con una busta della spesa in mano. Sembravo la cugina trasandata del Mago Oronzo. Era stato l’inizio di una serie di tormentoni coi miei alunni d’italiano, con me che uso il mio idolo per spiegare il periodo ipotetico (“Se Viggo e io fossimo gli ultimi rimasti sulla terra, il genere umano si estinguerebbe”).

Per la cronaca, la busta conteneva una confezione di uova di pollaio, che allora insieme a latte e formaggi costituivano le uniche proteine animali che consumassi. Di lì a poco, però, mi resi conto che a farne senza il mio pancino stava meglio e, come mi avevano predetto un’ostetrica al CAP e la mia erborista, il ciclo di cui sopra ne avrebbe guadagnato. No, non mi gridate “Vade retro, Seitan“, che vi ci faccio un ragù pippiato 6 ore e vi costringo a mangiarlo.

Fatto sta che sto bene e posso dedicarmi con meno male ‘e panza, mo’ ci vuole, alla mia attività preferita: scrivere. Romanzi e racconti, eh.

Mi sarebbe piaciuto anche essere sceneggiatrice, ma fino a qualche giorno fa ero convinta che avrei fatto prima a pubblicare un romanzo che a vedere gente recitare un mio copione di qualsiasi tipo. Recita di terza elementare a parte, ovviamente.

E invece.

Ancora una volta la vita mi dà il contrario di quello che mi aspettassi, nel modo più assurdo, e lasciandomi lo spazio per farmi una bella risata.

Da un mio commento sulla pagina dei Jackal è nato lo spot che potete vedere qua sotto.

Ovviamente, è la pubblicità di un formaggio.