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Nessuna descrizione della foto disponibile. Ho ereditato dal mio vecchio inquilino una lavatrice che fa schifo. Roba che risparmio di più a comprarne una nuova che a buttare tutte le calze che o distrugge, con il programma lavaggio breve, o non lava proprio, con il programma delicati.

Al che mi sono venuti in mente due ricordi legati a Napoli: uno è il detto popolare ‘o sparagno nun è maje guadagno, che ora dichiaro col privilegio di chi l’affitto lo riscuoteva, piuttosto che metterlo insieme (ma ero a pigione anche io, e sono sicura che all’inquilino, per recuperare i soldi, bastasse occupare solo due delle cinque stanze della casa, che subaffittava a mia insaputa).

Un altro ricordo viene direttamente da Forcella, Anno Domini 2006: la lavatrice napoletana che mi è costata più dell’intero affitto! Prima i due tecnici, che certo non facevano miracoli, poi la mia resa e l’acquisto di una nuova, infine l’abbandono quando ho traslocato, e quando ormai era chiaro che nessuno mi avrebbe aiutato a portarla via. Il primo tecnico, però, era un personaggio fantastico. Sulla sessantina, abituato ad avere come clienti ‘e signore che s’evene vede’ ‘a puntata (ovvero, le casalinghe in attesa della telenovela preferita), chiacchierava molto più di quanto in effetti lavorasse, ma a un certo punto mi fece una proposta che per lui era di routine: “Adesso che scosto la lavatrice dal muro, vi lascio un po’ di tempo per pulire?”. Ci misi qualche istante a capire che intendesse “pulire il rettangolo di pavimento occupato di solito dalla diabolica macchina”.

Allora si squarciò un abisso tra noi, che credo ruppe pure il piatto della contrabbandiera del primo piano. Chi mi conosce sa che sto alle faccende domestiche come uno yeti alla tintarella. Dunque: che me ne fregava di pulire uno spazio che si sarebbe sporcato subito di nuovo? Il tizio sosteneva che ‘e signore ne approfittavano tutte, e dovetti chiedermi se fossi io la degenerata sozzosa di sempre, oppure facessero finta loro di essere interessatissime a quell’operazione. No, non guardatemi così, non sono un mostro.

Adesso, invece, capisco il significato di quel gesto. A livello metaforico, eh, che per dirla come il tecnico, si fusse cazze che monto su una lavatrice, armata di mocho Vileda. Sta di fatto che sono orgogliosa di cosa abbia fatto della mia vita, dopo la crisi con cui vi ho ammorbato sette anni fa. Ma a un certo punto, tra rapporti umani un po’ asettici e tè del pomeriggio, stava diventando un immenso rifugio dall’incertezza, dall’ambiguità (che continuo a odiare, sempre che non rifletta la complessità della vita) e dalla paura di sbagliare (che esorcizzavo avendo sempre chiaro cosa volessi fare di me, pure quando non era vero!).

Adesso sto avendo questa piccola crisi ratificata addirittura dall’I Ching, una cosa che al confronto con la luuuna neeera (voce di Cloris Brosca mode on) di sette anni fa è tipo una brutta grandinata, rispetto alla cometa che sterminò i dinosauri. Una cosa minore, insomma, ma. A quanto pare ho bisogno di pulire. A quanto pare non basta una ricca catabasi, in senso classico o junghiano, a mettermi a riparo per sempre i desideri e i nervi: a quanto pare, bisogna sempre stare in guardia, o quella vecchia lavatrice che è diventata la mia vita, che già sbiancava passioni insidiose e centrifugava opportunità impreviste, adesso comincia pure a farmi sparire i calzini pucciosi che m’ero comprata quando avevo deciso di tapparmi in casa, al riparo dalle bufere là fuori, e di condurre una comoda vita tutta manoscritti e progetti di famiglia, poi accantonati. È quindi il caso di dire: cambio di programma! E le speranze frustrate non vanno nei delicati.

Allora di buono c’è questo: per un capriccio del dio delle lavatrici – che userà un programma tutto suo con le luuuneee neeereee – la macchina si è un po’ inceppata. Fa le bizze, poraccia, in fondo tra un po’ mi raggiunge i trentanove anni di servizio, e allora, visto che la devo riparare, do anche questa pulitina addizionale, magari col detergente agli enzimi.

E si sa, gli enzimi non finiscono mai.

 

(Vabbuo’, è una lavastoviglie. Ma la scena va bene per qualsiasi problema, e poi combattere la tecnologia a suon di bestemmie è la storia della mia vita. Ho i testimoni.)

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Rara foto d’epoca con la Morte Bianca (indovinate qual è)

Sembra sardo ma non è… Sì, lo so, ci ho un’età per parafrasare Pollon, ma volevo che sapeste che anche io so.

So che nel mondo esiste la parola “sisu”, ed è finlandese.

E so anche che il mio amico David è un paraculo: pensate un po’, il poveretto aveva fatto il dottorato con me, stessa tutor catalana. Mi vedeva pure come una rivale, una che gli avrebbe fregato la cattedra. Per fortuna o purtroppo, ci siamo accorti presto che non c’era più nessuna cattedra da fregare.

Io ho lasciato ogni speranza per il primo lavoro di ufficio che mi garantisse un duecento euro mensili in più rispetto alla borsa di dottorato. Lui, invece, ha resistito quei dieci anni in più, o quasi. Poi, quando ha visto che a trentasette anni, in dipartimento, gli toccava ancora fare ‘o guaglione d’ ‘o bar, si è inventato un mestiere. Sì, non c’è niente di nuovo nel portare gente in giro a illustrare i luoghi della Guerra civile, o dell’anarchismo catalano, ma farlo con un dottorato in Storia e una faccia tosta da giovane spigliato rende il tutto molto più interessante. Per non parlare delle conferenze: ne do una anche io a maggio! I centri culturali ti chiamano, pagano cento euro o anche di più per un’oretta di discorso su un periodo storico, o su un fenomeno letterario non proprio recente.

A un certo punto lui si sentiva felice di arrivare ai 900 euro al mese, con queste cosette: il che la dice lunga sulle aspettative della nostra generazione, e sul ruolo che occupa la cultura nel contesto in cui viviamo.

Ma la cosa più carina la fa una volta al mese, quando su MeetUp annuncia una conferenzina al Cafè de l’Òpera, bar storico di fronte al Liceu, sulla Rambla, e ci parla di qualcosa d’insolito, qualche argomento storico particolarmente circoscritto. Un computer attaccato a uno schermo gigante, dieci euro a testa, e passa la paura. Il pubblico è composto perlopiù da giovani che si dilettano di storia (ma hanno un lavoro con uno stipendio) e da gente di mezza età, specie signore che la domenica preferiscono la cultura alla paella. Con la fortuna che mi ritrovo, ogni volta che ci sono io non manca mai l’ex del conferenziere che fa l’improvvisata – e decide che sono la nuova fiamma, dunque mi odia. Oppure, novità di ieri, l’attuale fiamma, che parte a breve per l’altro lato del mondo: allora è stato lui ad allontanarmi in fretta, consapevole che il comune denominatore delle sue donne è schifare me come potenziale minaccia. Mistero della fede.

Tutto questo per dirvi che ieri si è superato con questa conferenza che di per sé non sembrava poi così allettante: parlava del conflitto tra Russia e Finlandia, e di un cecchino finlandese chiamato La morte bianca. Ero andata più con la voglia di rivedere David – tipa del giorno permettendo – che di sentire la conferenza, e invece lui ha esordito con:

“Vi chiederete come mai abbia scelto un argomento così desueto. Beh, perché sono alto un metro e cinquantanove [secondo me, pure qualcosa in meno, ma ssst, n.d.R.]. Questo è un particolare che ti condiziona la vita, specie da adolescente [comunque per me è caruccio, ma non dite alla tizia di ieri che lo penso, n.d.R.]. Allora mi sono messo a vedere prima i bassetti illustri a me contemporanei, e ho scoperto Muggsy Bogues; poi sono diventato storico, e la mia ricerca si è estesa all’intera storia dell’umanità”.

Ora, già ridevamo con le prime immagini del Power Point, col buon Muggsy che s’infilava tra le gambe di giocatori che sembravano doppiarlo in altezza, ma abbiamo scoperto che Napoleone alla fine era un metro e sessantanove, che non era malaccio per l’epoca (a meno che non avesse corrotto ad hoc il medico che aveva preso la misurazione…) e pure Hitler, col suo metro e settantacinque, non era poi ‘sto nanetto – anche se come modello di riferimento convenivamo un po’ tutti che insomma…

Alla fine, ha concluso David, the winner isSimo “Simuna” Häyhä, per gli amici “La morte bianca“. Cecchino della disperata resistenza finlandese contro l’invasione russa del 1939, questo signore sul metro e cinquantadue ci ha portati in un mondo di sciatori letali (paese che vai, guerriglia che trovi), cocktail molotov, e dittatori sovietici che si bombardavano le città da soli per avere il casus belli (ma sostenevano che le bombe fossero pagnotte, da qui lo scherzo sui cocktail). Senza che vi ripeta a memoria i numeri (ricordo trentadue carri armati contro le migliaia sovietiche), le forze tra Finlandia e Russia erano davvero impari.

“I finlandesi, però” ha precisato subito David “sulle divise dell’esercito avevano cucito il nome Sisu”.

Che sarebbe una di quelle parole intraducibili tipo quella danese sui piccoli piaceri della vita, ma che indica una resistenza alle avversità, unita alla capacità di guardare il quadro generale per superare meglio il problema… Oh, ma che vi sto a spiegare se è intraducibile?

Comunque grazie a ‘sta Sisu e a una serie di vantaggi più prosaici – chi di terra bruciata ferisce… – la Finlandia riuscì a non essere spazzata via del tutto dal mostro sovietico, e il resto lo racconta Sofi Oksanen in questo romanzo, che vi consiglio.

Il nostro bassetto tiratore si metteva perfino la neve in bocca a quaranta sotto zero, pur di non far vedere ai nemici la nuvoletta di fumo che esalava appostato, in attesa del momento giusto. Chiamatela dedizione al lavoro.

Alla fine, uno con la divisa di un altro colore riuscì a squadernargli la faccia, e lo mandò in un coma da cui si riebbe il giorno del trattato di pace tra Finlandia e Russia. Però rimase per tutta la vita un eroe nazionale, celebrato nei tanti musei che, giurava una signora del pubblico, si potevano visitare in Finlandia.

“Insomma” ha concluso David “i miracoli lì non erano possibili, Davide e Golia gli facevano un baffo a questi. Però, se pensate a cos’abbia fatto la Finlandia nelle circostanze in cui si trovava, capirete anche che, diavolo, non le si può dire proprio nulla. L’insegnamento di questa storia è: non sfidate mai un bassetto, che potreste pentirvene!”.

L’ultima immagine della presentazione era proprio dedicata la parola sisu, nella sua definizione spagnola più accurata.

A quel punto, il Nostro ha confessato che in realtà voleva impostare tutta la conferenzina su quel termine, e venderla così alle aziende affamate di eventi stile TED Talks, in cui investire budget gonfiati ad arte per “motivare” i dipendenti.

Ecco, io credo che questo sia l’esempio più lampante di sisu: quello che si deve inventare un compagno di università che credeva davvero di finire in cattedra, come tanti della nostra generazione, e si ritrova invece a parlare di cecchini finlandesi tra gli stucchi del Cafè de l’Òpera. E ci si diverte pure.

Poi dice che la Finlandia è avanti.

 

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Ecco un uso più che dignitoso dell’ananas! Da: https://www.wilton.com/brush-stroke-pineapple-cake/WLPROJ-8969.html

Oh, alla fine l’ananas dell’altra volta, sparato a caso su abiti altrimenti carini, serviva a riassumere questo: spesso m’illudo che qualcosa mi stia andando bene, e alla fine non è così.

Una sensazione familiare, vero?

Adesso in Italia lo chiamano #mainagioia!

Allora vi faccio una domanda: cosa succede quando già vi preparate a una bella delusione… e vi accorgete che stavolta non vi tocca?

Perché non tutti la prendono bene, eh.

Nel giro di due settimane sono riuscita a farmi insultare sui social sia da un papà che ha figliato per maternità surrogata, che da un giovane vegano. Perché? Beh, perché ero dalla parte di entrambi! E loro proprio non riuscivano a crederci.

Nel primo caso, argomentavo che una cosa sia battersi contro le mafie che controllano la maternità surrogata, e un’altra “insegnare a campare”, per esempio, alla moglie di un marine, che decide di dedicarsi a quello con la stessa “libertà” con cui decidiamo di lavorare in un call center per otto ore, e pagarci l’affitto vendendo cose inutili. Che aveva capito, il papà, di tutto questo? Che io volevo “insegnare a campare” alle mogli dei marines! Ammetto che il mio spagnolo non sia perfetto, ma posso ipotizzare che il babbino caro non fosse proprio un fulmine di guerra? O magari era così abituato agli slogan categorici di altre commentatrici, che ha infilato anche me nel calderone!

Nel secondo caso, provavo a smontare il cliché sui vegani salutisti con l’argomento più potente che avessi: la mia dieta! Infatti odio frutta e insalata, e mangiavo un sacco di pasta fino a cinque minuti fa (e in questi cinque minuti ho perso quasi due taglie, insieme a qualsiasi traccia di tette ancora riscontrabile sul mio corpo!). Ma niente, quello se ne esce con: “Come si permette lei di giudicarci? È vegana, per caso?”. Sì, coglione, è questo il punto! E capisco che l’Italia se ne cade di filosofi che ti muovono critiche del calibro di “Slurp, bistecca!”, ma il fuoco amico anche no, eh.

Vabbe’.

Un esempio più ameno dell’ostinazione a non accettare “una gioia ogni tanto” è quello di un’amica che, a proposito della sua nuova fiamma, mi faceva un discorso che Antonio Albanese aveva già previsto dieci anni prima:

“Ho il terrore di essermi innamorata di lui. Quindi dobbiamo chiuderla qui prima che la nostra storia si trasformi in sofferenza… Lo so, sembro egoista, vero?”.

Per la verità, in quel caso appoggiavo il commento finale di Albanese/Epifanio: “Ma che sei scema, oh?”.

Alla fine eravamo solo gggiovani, tutte e due. Perché anche io, quanto a pippe mentali, non scherzavo mica. Che ne so, ero a un passo dal realizzare il sogno d’ammmore dei vent’anni? Meglio spararmi qualcosa come undici anni a Barcellona, e mi sa che ci rimango addirittura! Oppure, nella prima casa di cui fossi “titolare” e non coinquilina semplice (il che, nel regno del subaffitto, è un passo gigante per l’umanità…), osservavo un compagno d’università crollato sul divano dopo il pranzetto d’inaugurazione, e mi dicevo: “Tutto qui? Dovrei essere più contenta, per quanto mi sono sbattuta ad arrivarci…”.

E a questo punto, miei due lettori e mezzo, avrete indovinato anche dove voglio andare a parare: niente ci andrà veramente bene, se non gli diamo il permesso! Se non ci diamo il permesso.

Con questo non voglio mettere pressione sulle vittime di sfiga cronica. Il fatto è che, dopo anni passati con la sindrome del gabbiano Jonathan Livingstone, siamo proprio fissati con l’idea che non sia possibile trovare… una gioia, appunto, o almeno una connessione estemporanea con qualcun altro.

Eppure, vivere nello stesso pianeta a rischio, e con lo stesso tipo di pollice, ogni tanto unisce più del comune odio per la pizza all’ananas, che comunque mi sembra un’ottima base da cui ripartire! Molto più della rabbia che siamo costretti a nutrire per l’aspirante genocida di turno.

Visto? Da qualunque parte la si guardi, l’ananas c’entra sempre.

(Buoni primi quarant’anni a una tizia che una gioia non ce l’aveva manco per sbaglio! Tant’è vero che è morta a trentaquattro…)

 

 

 

La mia ghigliottina per tette personale!

Avete presente la storia per cui ci accorgiamo dell’aria solo quando ci manca?

Ecco, ieri mi sono accorta di avere le tette – almeno quella sinistra – quando ci è piombata sopra una porticina di legno massello. Le stelle che ho visto sono state per me la prova più lampante di essere provvista sul serio di questa parte anatomica!

Quando già era o amato o detestato – come una certa adolescente svedese su cui ci stiamo scatenando anche in Italia – Roberto Saviano raccontò in TV la storia di un tizio in gulag, che si fece non so quanti giorni di reclusione ai limiti della sopravvivenza: non aveva acconsentito a “dare la sua anima” a un carceriere. L’aneddoto, che non riesco a ritrovare, si chiudeva col tipo che sospirava: “E io che neanche sapevo di avercela, un’anima”.

Che combinazione! Io non sapevo di avere una tetta sinistra. Finché non ci si è schiantata sopra una porticina di quelle che si schiudono tirando un piccolo manico in alto: come una cretina l’avevo aperta solo a metà.

E mentre mi massaggiavo, jastemmando in napoletano, mi sono resa conto una volta di più dell’ingratitudine che ho nutrito verso questa parte del mio corpo, che da adolescente accusavo di non rientrare negli standard del mio contesto d’origine (dove, più che la coppa di champagne, si predilige con convinzione il proverbiale secchiello), e che credevo ormai ridotta a leggenda metropolitana adesso che non sto mangiando più come un bufalo (e qual è la prima cosa a sparire, in questi casi?!).

A quanto pare, tuttavia, non è svanita abbastanza per non “stroppiarsi”, come avrebbe detto mia nonna, di fronte a questa mannaia inaspettata, che mi ha punita per l’errore in cui cado sempre: per accorgermi di quello che ho, mi serve sempre un promemoria, fosse anche doloroso.

Ditemi la verità: non starete facendo lo stesso errore?

Io sono un disastro soprattutto con le cose che riesco a ottenere, piuttosto che quelle che mi ritrovo (o meno) in dotazione per default.

Per esempio, non vi sto a dire quanto ho studiato negli ultimi anni della laurea in Lettere – anche perché ero un po’ in ritardo con gli esami; però a ventidue anni, quando i voti contavano molto per vincere la borsa Erasmus, ho guardato ipnotizzata l’impiegato di banca che mi faceva frusciare davanti tutti quei bigliettoni, e ho sussurrato all’amico che mi accompagnava:

“Questo che vedi è l’equivalente di un anno e mezzo sui libri”.

Mai convertire un pezzo dei tuoi vent’anni in carta stampata! Ma il mio amico aveva passato lo stesso periodo in modalità cicala (e se io ero la formica, stava proprio fresco!), così è rimasto impressionato dal fatto che la mia scarsa vita sociale avesse avuto quegli esiti pecuniari.

Di recente, al compleanno della libreria italiana, ho discusso con una mia coetanea di progetti accantonati, o in forse. “E hai già pubblicato qualcosa?” mi ha chiesto lei, quando le ho spiegato che scrivessi. Allora, con mia somma sorpresa, ho sbirciato sugli scaffali alla mia destra e scovato subito il libro col mio nome in copertina, che ho mostrato con la noncuranza un po’ eccessiva di chi suggerisce: “Tranquilla, adesso non devi anche comprarlo. L’importante è averlo qui”.

Sì, perché quel mucchietto di carta col mio nome sopra mi dimostrava che questi anni passati a fare scelte strane, e tanti sbagli, hanno prodotto un risultato. Di “carta stampata”, come per l’Erasmus, anche se ahimè i due tipi di stampa non sempre vanno insieme…

E voi cosa state sottovalutando, di quello che avete ottenuto? O, semplicemente, di quello che avete.

Sospetto che il motivo per cui dobbiamo sempre criticare le conquiste altrui è in realtà duplice:

  • non crediamo in quello che abbiamo fatto;
  • non crediamo in quello che possiamo fare.

Mi sa che è arrivato il momento di rimediare.

Due giorni fa ho ricevuto una pre-stroncatura.

Cos’è? È quando un tipo simpatico che lavora per una grossa casa editrice ti avverte in anticipo che ti faranno male. Cioè, che la scheda del tuo romanzo, che per la seconda volta consecutiva è stato ignorato al loro megaconcorsone, non sarà proprio generosissima. Avevo conosciuto il tizio al buffet post-premiazione, a cui partecipo con religioso entusiasmo (in effetti ormai vado solo per quello): con la stessa gentilezza con cui quella sera mi passava le tartine, o mi reggeva un momento lo spumante, quello mi ha suggerito ora, via mail, che il loro concorso è per “letture da ombrellone”, non per il solito romanzo di formazione scritto l’altro ieri, con linguaggio trasandato, seguendo un soggetto scontatuccio anziché no. Colpevole, colpevole, colpevole: così mi dichiaro, signori della corte. In effetti l’ho terminato appena a febbraio, non ho lesinato sulle espressioni gergali, e in fin dei conti propongo una variazione sul sempiterno viaggio dell’eroe. Il fatto che sia un’eroina, e una che parte per non tornare, sembra cambiare poco le cose, anche se questi esemplari costituiscono solo un terzo della totalità dei “cervelli in fuga“: ma siamo “tutti uguali”, no? Insomma, sapevo a cosa andassi incontro, e sapevo anche che non si può piacere a tutti.

Questo non toglie che su quel manoscritto abbia fatto le nottate: a volte finivo all’una, da che mi ci ero messa alle otto del mattino. Poi l’ho riscritto daccapo, e ho mandato una nuova versione dopo il concorso, pregando la giuria di valutare anche quella. Insomma, ci ho lavorato su.

Il trucco, in tutte le cose, mi sembra essere: accetta che, per quanto ti ci sbatta, ti può andare comunque da schifo. Se non ti ci sbatti nemmeno, poi, che te lo dico a fare. Le botte di culo esistono, ma il punto è proprio questo: vai a prevederle!

Avevo ben presente questa lezione, quando ho accompagnato alle feste della Mercè – patrona di Barcellona – un entusiasta dei correfocs: sorta di sfilata di carri infuocati e, soprattutto, diavoli dai tridenti che sprizzano scintille. Ora, piuttosto che fingere di guardare i correfocs (se misuri meno di due metri, osservi giusto le riprese al cellulare di quelli avanti a te), per ammazzare il tempo mi sono messa ad ascoltare i commenti dei turisti delusi.

“È ‘na cafonata!” ha dichiarato uno, con accento romano.

Io ero combattuta tra spaccargli la faccia e dargli ragione, perché in generale le feste locali mi deludono sempre. Gli autoctoni che vi partecipano condividono ricordi d’infanzia e un senso d’appartenenza che eviterò di approfondire: ci ho scritto un altro romanzo, che stroncherete voi l’anno prossimo! Chi invece ci vede solo costumi a buon mercato, e versioni a tre punte delle stelle filanti, tende a pensare: “Bah”. Oppure, per rubare la definizione di un cuozzo in metro: “Pare ‘a sagra d’ ‘o casatiello a Sant’Arpino”.

Stessa cosa a fine serata, quando tornavamo da un “cinese per cinesi” nella zona di Arc de Triomf*. Lì accanto c’era un’installazione che riproduceva una sorta di giardino giapponese, con gli orari degli spettacoli scritti col gesso su una lavagnetta. Quando scoccava l’ora, quattro addetti integravano il gioco di luci che animava le piante gonfiabili, modellando “serpentoni” di stoffa con improvvisi getti di vento.

“Is that it?” ha urlato una ragazza con una birra in mano, a spettacolino finito.

Lì mi sono proprio arrabbiata, e mi sono sentita ancora più tormentata da una colpa inesistente: quella di aver pensato lo stesso! Però oh, quella gente non fa il lavoro dei professionisti dell’industria turistica, che poi si sta mangiando Barcellona.

Sono volontari che a questa roba ci lavorano anche un anno, rispettando misure di sicurezza da paura, con l’orgoglio di portare avanti una tradizione secolare, ma con mezzi moderni.

Ci ho pensato anche quando ho visto il documentario sull’ottava stagione di Trono di Spade, che per me, come forse saprete, è stata il perfetto esempio di operazione che, per accontentare tutti, finisce per fare schifo ai più. Però è lavoro: la truccatrice che vive mesi lontana dalla figlia, il disoccupato che ormai è chiamato fisso come comparsa, non hanno la colpa delle decisioni degli sceneggiatori. Hanno lavorato, e tanto, e lontano dal tappeto rosso degli Emmy.

Allora c’è questa situazione complicata, che diventa drammatica in caso di sfruttamento selvaggio: chi fruisce di un lavoro ha tutto il diritto di non apprezzarlo, ma è ingiusto sminuire chi quel lavoro l’ha portato avanti, dedicandogli tempo e devozione.

Forse, a ricordarcene, formuliamo anche giudizi meno taglienti, e ci rendiamo conto che siamo esseri umani, che provano a fare almeno una cosa buona nel tempo che hanno a disposizione.

Io le nottate continuerò a farle, sul mio manoscritto.

Magari è destinato a non piacere mai, come accade a me coi correfocs da undici anni a questa parte.

Forse il segreto è fare come quei diavoli che una volta all’anno mi cospargono di scintille: non dobbiamo scordare mai che, tra una cosa e l’altra, lo stiamo facendo per noi.

 

*Un altro particolare che mi sfugge come trapiantata, fin da quando mangiavo di tutto, è perché qualcuno, con un cinese autentico o un’areperia venezuelana a dieci minuti, voglia spendere il doppio per un menù fisso nella pretenziosetta Rambla de Catalunya… Ma, a parte che de gustibus, ricordo con gratitudine le feste del Raval, quando i commercianti locali prendevano d’assalto la coca, che pure adoro, e mi lasciavano biryani e gyoza: bene così!

Image result for spaghetti face Adesso pare che Barcellona se ne cade di ladri.

I giornali locali non sembrano in grado di parlare d’altro, a parte i soliti fatti indepe sì, indepe no: sta’ a vedere che i vostri aneddoti del furto sventato (perché avete urlato in tempo nella metro), o di quello andato in porto (perché vi hanno tagliato la cinghia della videocamera), si sono verificati tutti negli ultimi mesi, e non nel corso di anni.

Boh, in effetti il fenomeno è stato gonfiato, esiste da tempo, e va a braccetto con l’aumento degli affitti e dei lavori precari. Però tutto questo “al lupo, al lupo”, mi ricorda due cose.

Una è la battuta, in famiglia, che la mia città di residenza “sta diventando peggio di Napoli“, e per quello che mi riguarda in prima persona lo è da tempo.

L’altra è la prima volta che mi hanno rubato il cellulare: oltre alla beffa di aver perso un rottame che neanche volevano… rottamarmi, per l’appunto, c’era la sensazione che non mi sarei trovata a mio agio con gli altri modelli. Il mio rapporto con la tecnologia è leggendario: risolvo i problemi insultando lo schermo. Poi mi chiedo perché quello non fa come dico io. Allora, sebbene ormai quel cellulare non mi permettesse di visualizzare bene Facebook (con la sezione commenti era un casino), non mi andava di prendermene un altro. Però quello che ho acquistato nella concitazione, sebbene fosse un’altra offerta a buon mercato di Orange, si è rivelato molto migliore, e la maggiore efficienza mi risparmiava anche tempo (poi mi hanno rubato anche quello, ma vabbe’). Ecco, senza il furto starei ancora a lottare con le app. È stato un bene che mi derubassero? Manco per il ca’, anzi. Sarei rimasta con quel cellulare sgangherato per sempre. Però ho fatto buon viso a cattivo gioco, e un evento spiacevole ha finito per risolvermi un problema.

Il che mi fa pensare a quando sono stata licenziata, con tutto il dipartimento dell’azienda. Avevo abbandonato il mondo accademico per descrivere appartamenti turistici. Mi piaceva perché era facile, era divertente e mi pagavano. Il venerdì, coi colleghi, ci fermavamo a bere una birra nella cucina aziendale. Era una vita solitaria e poco avventurosa, ma facile, così facile… Dopo il licenziamento, però, ho preso il diploma per insegnare italiano, attività che mi è piaciuta così tanto da dire no ad aziende più “generose”. Poi mi sono ricordata che la vita è breve, che in realtà voglio scrivere, e buonanotte al secchio. È stato un bene che mi licenziassero? Macché, avrei descritto appartamenti tutti uguali per il resto della mia vita. Già che è successo, però, ne ho approfittato per raccattare quel che restava del coraggio di fare ciò che volevo.

Il che mi fa pensare alla mia svolta recente, e i suoi esiti alterni. Il piano, come saprete, era diabolico: togliermi l’affitto dalle gonadi, dedicarmi a scrivere a tempo pieno, risparmiare qualcosa per figliare. Non so più dirvi quante cose siano andate storte, a cominciare dalla più scema, ma non irrilevante, della scoperta che il terzo bagno della casa era chimico! Va da sé che, quando esco la mattina e mi ritrovo quasi in Plaça Catalunya, vorrei portarmi un machete per farmi strada tra i monopattini elettrici, gli zaini Eastpak, e le coppie attempate di autoctoni a spasso (che, forse per un articolo dell’Estatut che ignoro, devono camminare per forza mano nella mano, alla velocità di un bradipo influenzato). Ah, beh, poi c’è quel dettaglio che i bambini ciao, anche perché ho ancora qualche problema pecuniario a seguire il metodo Madonna. Però, già che ci sono, sto sistemando cosine della mia vita che in coppia, e con un affitto sulle spalle, non tanto potevo: tipo svegliarmi e mangiare ai miei orari, e non pensarci due volte ad assumere un’editor professionista, per i miei improbabili scritti in spagnolo. Per caso avrei voluto che metà del mio piano andasse a gambe all’aria? Macché, a ben vedere sarei rimasta addirittura nella mia casa in affitto, a dividermi la spesa per tutta la vita. Già che è successo, però, faccio del mio meglio per andare incontro a questi “anta” che si prevedono un po’… culumbrini, come li avrebbe definiti la mia prozia: cioè, più scanzonati di quanto avrei voluto.

Che devo fare? Lo stesso che provate a fare voi.

Cucinare con quello che abbiamo, e augurarci buon appetito.

 

 

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Da mercurynews.com

Una cosa strana di qua è che non capisci se piove.

Te ne accorgi alle porte dell’autunno.

Guardi attraverso la vetrata di un bar, o di una biblioteca, e vedi gente che cammina veloce, ma solo due hanno l’ombrello. Certi autoctoni ci ridono su, accampano ragioni tipo che perdono l’ombrello, o che poi in realtà qui non piove tanto (maro’, un’ansia: tre giorni di nuvole di piombo e piove il quarto, magari col solleone).

Quando è successo ieri, e ho dovuto espormi alle gocce in infradito, ho capito che “l’inverno sta arrivando” (o meglio, è più vicino) prima ancora del solito segnale: lo Starbucks sotto casa aveva “uscito” la zucca. Perché, vedete, per me da piccola l’estate cominciava con la pubblicità della Coppa del nonno: adesso capisco che è autunno dal cartellone del Pumpkin Spice Latte. Lo so, ho una vita appassionanteMarcovaldo sarebbe fiero di me.

Poi vabbe’, c’è stato anche il gran cambiamento nel Wifi del coworking ultrafighetto – e gratuito, elemento determinante! – in cui mi rifugio per una traduzione che mi sta lacerando l’anima (confermo che voglio scrivere romanzi, non tradurre quelli che ho già scritto). Dai, ve la svelo: la password nuova è quella che vedete nel titolo. In cambio offritemi un macchiato. E non fate come la mia vicina di tavolo, che mi ha insegnato che quel trattino in spagnolo si chiama guión bajo, ma poi stava scrivendo “by by summer”!

Allora devo proprio rassegnarmi alla ripresa delle attività, alla paura di mandare nuovi scritti ad agenzie che li ignoreranno, e rivedere il famoso saggio sulla maternità da single sulla soglia dei quaranta, hai visto mai che a qualcuno possa interessare… Però sto ricavando una storia divertente, un potenziale romanzo, dalle candidature semiserie presentate da due aspiranti genitori, volenterosi di aiutare!

Ecco, se quest’estate ha segnato una svolta, non è stata sul profilo balneare, perché mi sa che anche quest’anno farò un tuffo solo al mio onomastico: al massimo ho messo un po’ i piedi in acqua a Marsiglia, tra bimbi arabi che giocavano felici. Invece, sulla questione che mi tormentava ho trovato ‘sta grande soluzione: rinunciare! L’inseminazione mi pare una mezza truffa, l’eterologa non fa per me, cercarmi un potenziale papà non m’interessa, e più decostruisco l’amore romantico e meno m’interessa… Inso’, è andata. Quest’estate mi ha insegnato a lasciar andare, per quanto possa lacerare l’anima peggio di una traduzione in spagnolo vrenzolo. Ma bisogna accettare che, a meno di miracoli last-minute, certe cose semplicemente non succedono.

E non è un “fallimento“, come scrivevo nel blog di una divorziata: il fallimento è quando non ti prepari per l’esame, non quando trovi il prof. stronzo che ti chiede un programma diverso da quello che porti. Il fallimento è quando non ce la metti tutta per fare almeno la tua parte, l’unica che dipende da te.

Io non sono una fallita, sono una naufraga. Naufraga di casa mia. A un certo punto mi sono trovata la casa allagata, e dovevo mettere in salvo tante cose, in poco tempo.

Ho fatto quello che ho potuto. Il resto toccherà affidarlo a questa brezzolina che comincia a pungere.

Che dire: metto a fare la zucca.

(Volevo prepararvi alla battutona del 30 settembre, ma mi sono commossa guardando il video: saprete che l’argomento mi appassiona).