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Related image Era chimico. Quello che ho affittato ai francesi (e alla loro cagnolina) insieme all’altra ala di casa nuova era un bagno chimico, che io non ho saputo riconoscere e che l’antico proprietario si è guardato bene dal segnalarmi.

Risultato? Dopo una notte insonne sono stata catapultata dal letto per accorrere a contemplare l’alluvione. La terza in un mese. Ma stavolta il mio appartamentino era intatto e a prova di Abdul. Nell’altro, mi si informava, tempo cinque minuti e ci avrei trovato Noè a pagaiare.

Ho dunque sfilato subito il pigiama, e infilato… il pigiama. Quello troppo stretto per dormirci, che uso come sciccosa tuta per la casa. La povera (co)inquilina deve aver pensato che passo le mie giornate a letto. Così conciata ho chiamato subito il tecnico, che però non poteva arrivare prima delle otto di sera.

Da qui è cominciata la reazione a catena della mia giornata (mo’ ci vuole) di merda.

Completa di: tanfo di urina in corridoio, gente nervosa senza motivo che mi urlava intorno (per fortuna, non urlava quasi mai a me), annullamento del progetto di ascoltare la Pancol (mai letta) all’Institut Français, un’ora prima che venisse l’idraulico.

Parlavo con l’agenzia che mi ha venduto la casa anche nell’unica ora d’aria che mi sono presa, mentre ordinavo un tè. Mi è arrivato l’infuso sbagliato intanto che appuravo che sì, i vecchi proprietari mi avevano rifilato un Sanitrit. C’era da dire addio anche allo scambio linguistico delle 21, con buona pace del tipo inglese che mi ci aveva invitato su Messenger, e che, un po’ troppo amante dei doppi sensi, aveva… “dato la stura” a ogni genere di boutades.

Lui: ” ‘Aspetto l’idraulico’ è una metafora?”.

Io: “Magari”.

Lui (divertitissimo): “Umorismo di Manchester!”.

Io: “Napoletano”.

Giuro che volevo dire: magari non lo aspettassi davvero, il povero idraulico calabrese che, in tutto questo, si era pure anticipato un po’! Mentre io tornavo a casa col fiato in gola, si era ritrovato a tu per tu con la francesina dolcissima, che però è appena arrivata e una volta, rispondendo al citofono, ha detto qualcosa come “Es mí” (C’est moi).

Per fortuna, il tempo di prendere l’ascensore e ho scoperto che il MacGyver della Locride aveva già sistemato tutto. Una stretta ai tubi e via: si è preso anche la metà della solita cifra, in cambio di una chiacchiera sull’acquisto di case a Barcellona.

Gli ho spiegato che c’è una sola regola: non acquistare mai da un ristoratore coreano che ometta informazioni preziose sui bagni di casa.

La regola che ho imparato io è: basta poco a capovolgere una reazione a catena di disastri. Un problema risolto in fretta e a buon mercato, due chiacchiere, e anche le nuvolette del mio pigiama “da mattina” sembrano meno improbabili, almeno a me.

La domanda, invece, è: era il caso di rovinarsi la giornata per tutto questo, a prescindere dall’esito?

Non chiedetelo a me, che sto mettendo in discussione tutte le buone norme che elargisco agli amici, esasperati dalla mia veste di guru dell’ovvio. “Meglio non anticiparsi agli eventi”, “preoccuparsi non risolve i problemi”…

Però, guardate un po’, alla fine questa roba funziona.

Al contrario del mio Sanitrit.

(Mi preparo psicologicamente a un pellegrinaggio)

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Image result for mitochondria meme Per la prima volta dopo vent’anni, devo ammettere una cosa: il mio professore di chimica aveva ragione. Va bene che ero un’adolescente problematica, traumatizzata da un liceo classico fatto di raccomandazioni e genitori arrivisti, ma se mi faceva la domanda “Cosa sono i mitocondri?” (ovvio che insegnava anche biologia), e a me veniva un infarto piuttosto che rispondere… beh, lui era lì per insegnare, e non per fare lo psicologo, aveva un registro da riempire di voti e un numero massimo di giustificazioni da offrire. Quindi potevo serbargli tutto il rancore del mondo, ma nel nostro rapporto poco poetico, fondato su cosa fossero i mitocondri, a un certo punto dovevo pur conoscere la risposta.

Per fortuna, la vita non è né una continua interrogazione, né un mercato, che dobbiamo stare a fissare per tutti un voto, o un cartellino del prezzo. Ma è utile sapere cosa vogliamo da qualcuno e cosa offriamo, quali sono i patti del nostro interagire, che sia per prenderci una birra o per una finestra da riparare.

E se l’altra persona non fa la sua parte, arrivederci. Che non significa per forza addio, eh, ma mettere paletti, stabilire la quantità di ridicolo che il nostro fegato è in grado di metabolizzare.

Scrivo tutto questo perché riesumare una vita sociale post-trasloco mi ha esposta di nuovo a casi umani che sbaglino luogo e ora degli appuntamenti, oppure, come questi, facciano qualcosa di sgradevole che mi metta in qualche modo nei guai.

E lo so, non è colpa loro, o non sempre. Il mitico Abdul, per esempio, è caduto mentre con un giorno di ritardo mi finiva di dipingere il bagno (un lavoro che, ovviamente, non gli avevo neanche richiesto), e per aggrapparsi a qualcosa mi ha scardinato il cesso. Quello appena montato da lui, che, Alhamdulillah, è rimasto illeso. Il cesso, invece, ha perso la tavoletta, e sono o trenta euro per comprarne una nuova, o due euro per rimpiazzare l’ “introvabile” chiodo rotto (che sarebbe introvabile giusto per chi non tanto usa Internet, ma lui a stento alza il ditino sul cellulare per avvisarmi quando non viene…).

Chi invece bussa ancora a soldi a due settimane dall’addio è la mia ex padrona di casa, orfana di una griglia da forno che non ho mai trovato lì, né tantomeno buttato per capriccio un giorno che mi annoiavo. Nonostante questo, vuole sapere, mi va bene se me la sconta dall’ultima rata della caparra?

Dipende: se è il prezzo da pagare per non sentirla mai più, può anche tenersi l’ultima rata intera. Le tasse sulla casa nuova mi avranno anche spolpata viva, ma la vita è fatta di priorità, e il mio fegato è una di queste.

Infatti ho detto ad Abdul che se non trova il chiodo oggi fa niente, provvedo io. E sono pronta a vedere se l’amico che sbaglia sempre appuntamento riesce almeno ad azzeccare la strada di casa mia, un pomeriggio che non devo uscire.

Insomma, d’ora in poi bando a oracoli e segni del destino, la mia unica guida sarà il fegato, quando mi avverte che non ce la fa più.

Chissà se c’entrano qualcosa i mitocondri.

Rose e fiori (del Kashmir)

Ieri è stato il mio giorno fortunato: mi si è allagata due volte casa, ho litigato col capo e mi è venuto il raffreddore.

Per la casa è presto detto: l’ormai noto Abdul aveva giurato che potessimo finalmente usare il bagno, nonostante l’evidente mancanza del lavandino che avrebbe dovuto procurarmi due settimane fa (spoiler: “Non si erano capiti con il negoziante”, il che, 9 su 10, significa che non aveva capito un cazzo lui). Allora ho fatto la lavatrice. E niente, fa già ridere così. Per fortuna il mio coinquilino preferito, durante il trasloco, aveva trasportato per sbaglio un bustone di panni destinati alla beneficenza, se no non avremmo avuto abbastanza asciugamani per arginare il Gange prodottosi in bagno. Mi spiace solo per le turiste che non potranno acquistare i miei fantastici vestitini fucsia a fiori, comprati già di seconda mano.

Per “il capo”, come lo chiamo per comodità, meglio non entrare in dettagli: fingiamo che io sia un’imbonitrice di prodotti di bellezza (altra ipotesi esilarante!), che mi sia stato chiesto di pagare per lavorare, che abbia rifiutato perché forse lavoravo anche altrove, e che per questo mi sia sorbita una lezione di correttezza da chi, appunto, mi chiedeva di pagare per lavorare. Ci avete capito qualcosa? No? Neanche io.

Per il raffreddore, solo tre parole: grazie. al. ca’.

Il momento più esilarante è stato quando ad arrivare è stato proprio Abdul, che mi ha trovata armata di mocho e padelle da svuotare in cucina nel bel mezzo del secondo diluvio universale della giornata. Allora, dopo tempi di reazione pari a quelli della tartaruga di Achille, ha:

  1. farfugliato istruzioni che non abbiamo afferrato subito;
  2. afferrato lui, finalmente, il mio mocho, per provare a tirarci fuori da quel guaio;
  3. dato la colpa alla lavatrice, a noi, all’idraulico, “e forse un po’ anche a se stesso”;
  4. riconosciuto all’istante come made in Kashmir il lungo scialle da testa che uso come coperta davanti al pc, anche se il mio ex che è amico suo me l’aveva regalato con propositi del tutto diversi (campa cavallo). Al che è scattata la seguente conversazione:

Abdul: “Secondo me T. è in visita in Pakistan… Ma perché non hai più sue notizie?”

Io: “Va bene così, Abdul”.

Abdul: “Sì, ma perché?”.

Io (rinuncio a spiegargli il concetto di stalking).

Abdul (attende un po’, poi…): “Certe cose accadono per volontà di Allah”.

Io: “Appunto”.

Insomma, va a finire che il mio ex, come già i miei negozianti preferiti, torna dal suo paese con una sposa che sappia fare buon uso dei suoi regali ricamati (però sul serio, è una coperta formidabile!), e che Abdul oggi, dopo la preghiera del venerdì, me lo monta sul serio, questo benedetto lavandino.

La mercantessa in fiera non la faccio più, ma, a proposito di vendere qualcosa, trovate sempre qui il mio libro e qui l’ebook. La Madonna ve lo rende ancora una volta.

Anche se, a questo punto, rimpiango di non aver scritto Io speriamo che me la cavo.

 

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Lo so, che i dilettanti hanno fatto l’arca e gli esperti il Titanic. Ricordate? Era tra le prime mail di aneddoti che circolavano nell’Italia fresca di Internet.

Però Abdul mi ha fatto pensare. Sì, sempre lui. Prima di privarmi della coinquilina più perspicace del mondo, mi aveva mostrato la mia nuova porta, e poi quella del vicino.

“Guarda la differenza” aveva ordinato.

Ora, io ho il privilegio di chi può dedicare la propria vita a non concentrarsi su questi particolari, ma in effetti quella del vicino era una signora porta, di un color marroncino che conferiva perfino qualche pretesa al legno utilizzato. La mia, invece, sembrava leccata da un cane che avesse mangiato della Nutella.

“Questo succede quando lasci fare ai non professionisti” aveva sentenziato Abdul, riferendosi senza saperlo a quel paraculo dell’antico proprietario.

Mi aveva distrutto così diversi anni di devozione ai lavori manuali, di saponi troppo morbidi e cappelli regalati a gente restia a indossarli. Per non parlare delle patatine di verdure che escono dal mio essiccatore!

Però avevo già “tradito” un po’ queste cose per le diverse pubblicazioni con cui chiudo l’anno. Quando il lavoro (retribuito) mi ha gettata fuori casa dalle 7 alle 23, almeno due giorni a settimana, non ho avuto un istante di dubbio su come dedicare il mio tempo libero: allora mi avreste vista col pc in bilico sullo step (visione celestiale!) a correggere racconti mai neanche selezionati dagli editori, ma utili a me per imparare.

Quindi, più che riuscire bene o male in qualcosa, d’ora in poi lascerò più spesso ai professionisti l’incarico di farmi sciarpe e saponi (e porte!), non tanto perché faccio schifo a incaricarmene io, ma per una cosa che ho letto su Facebook: “Provate a sostituire ‘non ho tempo’ con ‘ho altre priorità’. Cambia tutto”.

E mi sa che Noè, con l’impermeabile ancora addosso e gli stivaloni da pioggia, mi darebbe ragione.

Anche se sono convinta che Abdul, al posto suo, sarebbe riuscito a imbarcare anche i leocorni.

Ero indecisa tra questo titolo e “La ragazza con la valigia”. Che poi era un omaggio a uno che mi chiamava così, quando appunto ero ragazza.

D’altronde, lo confesso, pensavo che oggi fosse giovedì. E del mancato post di lunedì scorso non me n’ero neanche accorta, intenta com’ero a fare Super Maria alla conquista dell’aeroporto, tra gli alberi crollati a Roma (uno dei quali mi aveva bloccato il binario per Fiumicino).

Il giorno dopo sarebbe cominciato il mio peggior trasloco, ma ero nell’Urbe per colpa di Tip, la mia “fatina trans” di questo concorso. Vi dico solo che mio padre, a premiazione avvenuta, si è alzato per chiedere “da uomo di scienza” perché la gente s’inventa mondi fantastici, con tutto quello che succede in questo qua.

Vabbuo’. Se c’è qualcosa che ho imparato in questi giorni, è che con la mia valigia ci sto bene. Quella da cappelliera che mi ha accompagnato per l’estate più solitaria della mia vita. Ho scoperto che contiene tutto quello che mi serve.

È anche vero che mio nonno a tavola mi faceva ripetere, quando magari volevo solo finire la cotoletta e scappare a vedere i cartoni: “Omnia mea mecum porto“.

Miii, se non è vero. Infatti, i millemila vestiti che ormai non indossavo ce li ha la santa donna che mi ha aiutato a pulire casa, che parlava solo georgiano ma capiva benissimo il paradiso Wallapop che le offrivo. Tutti i miei reggiseni (tranne due che ho conservato “per sicurezza”) finiranno addosso a donne asiatiche più minute di me, o a ragazzine poco convinte dalle marche pedofile che adesso, ahimè, infestano il mercato.

Fatto sta che ho seguito una regola d’oro: la roba che non usavo da più di un anno, via.

Ed è vero che ci si sente meglio, a liberarsene. Anche del vestito cinese che ormai non mi va più, o della parure sbriluccicante regalo di un’ex suocera del Kashmir. O dei quaderni ormai inutili che, mi spiace, ma esistono.

Casa nuova non mi concede sentimentalismi: ne abito solo una parte, per affittare il resto e poter così scrivere. Tutto il resto è spazio occupato male.

La mia non è una critica a priori alla voglia di cose inutili che ci viene ogni tanto, e che non trovo né immorale né sciocca.

Ma è vero che, tutto quello che è nostro, lo portiamo già con noi. Ed è bello aprire una credenza e scoprirci dentro solo quello che mi serve, o andare in camera ancora in accappatoio, sicura di trovarci solo abiti che mi piacerà indossare.

Il miglior modo di venderci qualcosa è farci credere che ne abbiamo proprio bisogno.

È così che le cose s’impossessano di noi.

 

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Per chi si chiedeva come fosse andata ieri: sono stata l’unica a ordinare un tè.

Per chi non sa neanche di cosa stia parlando: ieri ci siamo incontrati in un bar, tra italiani a Barcellona, invitati da un connazionale che voleva farci un po’ di domande.

Eravamo una dozzina, tra i 25 e i 45 a occhio e croce, e non odiavamo tutti l’Italia, anzi. Qualcuno voleva pure tornarci.

Per me, dopo un po’ che giri, è Francia o Spagna purché se sta bene. E allora perfino l’Italia.

Eravamo d’accordo sul fatto che la deriva razzista e la chiusura non fossero solo un fenomeno nostro, ma una tendenza europea. E l’Europa, così com’è, non ha fatto granché per impedirlo.

Eravamo d’accordo sul fatto che l’Italia avesse paura, più della miseria che del cambiamento, e sul fatto che la sinistra italiana (scusate l’ossimoro) ci metterà tempo a risorgere.

La domanda è stata: “Come?”.

Un po’ di noi avevano fatto studi umanistici, o si occupavano di comunicazione. Insistevamo sulla narrazione, sul dare un obiettivo positivo e possibile a cui aggrapparsi, che accompagnasse il lavoro più serio e approfondito.

Io continuavo a pensare ai ‘mericani, che questo lo fanno bene: al “Vote Kennedy” che oggi sarebbe un hashtag, in risposta a un Nixon che parlava di tasse, e al #lovewins, quello sì un hashtag, di Obama.

E allora ho detto che se c’è una cosa che dovremmo esportare dalla Catalogna indipendentista, come immagine, è quella di un paese migliore, più equo, inclusivo, che si contrappone al conservatorismo di un re e della Chiesa che lo sostiene.

Insistevo sul fatto che, per portare avanti quest’idea, non ci fosse bisogno di battere sull’identità nazionale. Mi dispiace che sfugga sempre questo, delle cose di qua. Ci fermiamo all’idea indigesta di un nazionalismo a sinistra (che per i suoi perpetratori ovviamente non sussiste), senza vederne le complessità, che non condivido, ma che ammiro in molti sensi.

Perché questi che “lottano per una terra migliore” sono incredibilmente concreti: partecipano anche alle azioni antisgombero, si incontrano millemila volte a settimana, si chiamano per nome. Possiamo farlo anche noi senza essere un marchio registrato. Un ragazzo emiliano condivideva l’esperienza dei centri civici, e a me non era neppure chiaro che i centres cívics esistessero anche in Italia.

E se siamo la nazione del “tengo famiglia”, qualcuno al tavolo aveva partecipato a un congresso in India sulle nuove tecnologie, e si era reso conto che, a pensarci cinque anni fa e investirci il giusto, quella roba si sarebbe potuta fare anche in Italia. E allora… “Per i nostri figli!”, slogan perfetto per la nazione delle campagne sballate di fertilità.

A me è rimasto un dubbio: in questo mondo interconnesso, dalla crisi non ne usciamo soli. L’unico rimedio che mi è stato indicato è stato la decrescita, e, come si dice dalle mie parti, ce vo’ tiempo. Dunque, non c’è soluzione immediata e indolore. Questo come glielo spieghi, a milioni di persone? Specie a quelli che, più che votare “di pancia”, hanno detto “proviamo questi altri qua e vediamo che succede”.

Questi altri qua hanno detto che la panacea è una: cacciare gli immigrati. E che risolve quasi tutto.

Come riesci a fare che la gente ti segua, senza sparare anche tu una palla?

La domanda è rimasta lì sul tavolo, anzi, sul tavolino, insieme a uno scontrino che riportava non so quante birre, e una tazza di tè.

Passate voi a rispondere. Noi abbiamo già pagato.

Casa nuova, la parte che abiterò

Odio postare nomi reali, ma la tipa coreana che mi vendeva casa si chiamava Jin Young Moon: indovinate cos’è diventata in bocca al notaio, il giorno della firma.

Che poi era una notaia, e ha fatto pure una pausa comica quando ha letto che di mestiere facessi la scrittrice. Un omaggio scherzoso dell’amico avvocato che ha fornito i miei dati.

Uscendo da lì con le chiavi in borsa, ho scritto al mio coinquilino preferito (l’unico): “Comprato”.

Poi mi sono girata due banche, una sbagliata e una no, per estinguere un mutuo. E già che c’ero ho fatto una capatina a… casa nuova.

Si erano portati il frigorifero.

Avevamo litigato in due puntate, e si erano portati il frigorifero.

Il maltolto è poi stato riportato che ero già arrivata a casa vecchia, altra corsa per tornare indietro.

Ho finito di trottare alle cinque del pomeriggio, e sono morta sul divano di casa vecchia: certe cose ho scoperto che o si fanno in coppia, o in famiglia. Io, si diceva, mi sono ritrovata per la seconda volta a farle da sola, circondata da gente che non le capiva.

Infatti sono andata in bagno e ho scoperto che mancava il dentifricio.

“Ma non avevi fatto la spesa?” ho buttato una voce in corridoio.

“Mi hai scritto che l’avevi comprato” è stata la risposta.

“L’appartamento, non il dentifricio”.

Ieri mi sono alzata dal letto con la voglia di essere a casa nuova.

I cambiamenti radicali spaventano, specie se “scappi” da una vita accogliente, di quel tranquillo che se non stai attenta si fa stagnante. La mia bella vita stagnante mi manteneva serena tra i suoi libri di testo e i tè costosi, e le porte chiuse, che ad aprirle sapevo già, più o meno, cosa trovarci.

Ma poi è un momento. Natalie Portman, nel – pretenziosetto – Closer, dice che c’è sempre un momento in cui puoi resistere, prima di entrare nella deriva che ti porterà al tradimento. Oppure cedi.

Succede anche con la vita in generale.

E ieri mattina, alzandomi dal letto, ho sentito il momento: la nostalgia impossibile del soggiorno che non ho ancora vissuto, delle presentazioni del libro ancora da fare, delle nuove città che non ho mai visitato.

Solo allora mi sono detta:

“Quando cominciamo?”.