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Alcuni nomi e fatti sono stati alterati per questioni di privacy, ma le cose sono andate più o meno così.

Questi fantasmi

Della casa mi piaceva che non finisse mai.

Ho un bel dire che l’ho presa per calcolo, e perché i miei la capivano più dei bilocali moderni venduti allo stesso prezzo. In realtà mi attrae anche l’illusione di aver percorso tutto il corridoio, con la schiera di balconcini che lo costeggia, per poi scoprire che a sinistra della sala da pranzo c’è un’altra ala, più piccola e buia. Pure all’ingresso, la pesante porta di legno occulta la vista del grande salone. C’è sempre un ultimo tratto da attraversare, e mi piace l’idea di perdermi, ammesso che sia per finta.

Durante il trasloco mi sono concentrata solo sui metri da percorrere per introdurre le mie cose in quello scenario neogotico, costellato da elementi kitsch: l’atroce orologio all’ingresso, le madonne in legno dipinto, e i quadretti bucolici dai colori accesi, raffiguranti pastori con le scocche rosse e dulcinee scollate. Adesso mi turba l’apparizione di una bambola bruna, accomodata su una seggiolina di velluto che scopro tra un armadio e una parete sbiadita. Il sussiego che mostra la bambola è annullato dal particolare che sia nuda. È solo l’inizio.

Dopo l’addio di Bruno, la Casa degli spiriti mi si chiude addosso, con le sue storie che non conoscerò mai.

Per qualche giorno non vado in panico. Con Bruno ci siamo separati più volte, per settimane intere: è sempre tornato. Nelle chattate che faccio al cellulare (ci metterò un mese a farmi installare il wifi), l’amico che ha inventato il concetto di Litofaga e quello di Corte dei Miracoli mi trova una definizione anche per questo:

“Liberati una volta per tutte da ‘sti pesaturi!”.

La mia risata echeggia tra tappeti polverosi e divani damascati. Un pesaturo è una persona che ti opprime con la sola presenza: Bruno è sempre così facile da definire, agli occhi degli altri, e l’idea di liberarmi di un peso è così allettante… E così veloce a franare.

Comincio a star male quando capisco che l’assenza c’è, che è lì per rimanere. Finisce che devo mandargli un messaggio io, per una questione riguardante lo Spazio. Poche parole spigliate, scritte mentre aspetto una coppia di amici a cui regalerò qualche mobile. Alla fine riesco pure a chiedergli: “Come stai?”.

Stavolta la sua risposta arriva subito: è contento. Bruno. Quello che si accostava a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo e sciorinava un rosario di problemi. Adesso è contento.

Gli amici hanno bussato. Sono di Napoli, appena vedono la casa citano ridendo Questi fantasmi: “Un’ora la mattina, e un’ora la sera, dovete affacciarvi a tutti i balconi”. Scherzano, ma si guardano intorno con diffidenza. Non sono gli unici.

Uno della mia antica comitiva degli ascensori afferma di aver intravisto delle ombre in salone, mentre mi chiedeva di mediare tra lui e la sua ex. Quando è stata l’ex a visitarmi, l’ho vista stringersi allo stipite come una bambina: per un momento, su una delle due sedie a dondolo le era apparsa davanti una vecchietta. Era stato uno scherzo del lampadario a goccia, ripeteva con una risata incerta.

Quando la coppia corre via trascinandosi i mobili, senza più voltarsi, io resto sola coi fantasmi. Devo orchestrare una risposta a Bruno: “Mi fa piacere che tu sia contento”, gli scrivo, e vorrei che fosse vero ma non è così, e mi sento proprio meschina, ma mi fa male constatare che in un anno non sono riuscita a suscitargli ciò che la Biondissima gli ha regalato in un mese.

Nessuno è responsabile della felicità di nessuno, mi ricordo. E del dolore? Un anno della mia vita è diventato polvere, sono stata messa da parte nello spazio di un messaggino e due pettegolezzi. E tutto perché, a quanto pare, non avevo la struttura ossea adeguata. No, non è possibile: stavamo costruendo qualcosa anche se era complicato, non può aver mandato tutto all’aria perché aveva conosciuto da cinque minuti una che trovasse più bella… O forse sì.

Mi decido a chiamare un amico omeopata, balbettando per l’incapacità di chiedere aiuto, ma quello mi dà buca all’ultimo momento: gli dispiace, devo “affrontare gli spiriti”. Solo così posso guarire.  

Ma come si fa?

Mi rifugio sul tatami che ho comprato per rimpiazzare un antico letto, che il nipote del vecchio proprietario si sarà portato via insieme al materasso. L’odore di resina mi sta dando la nausea, insieme a quello delle candele alla ciliegia che ho comprato d’occasione. Sono incapace di stendermi o rialzarmi, e gli spifferi che infestano la casa diventano fiato gelido: la minaccia di una notte infinita. Quella è proprio la Casa degli spiriti, e io sono un’anima tra tante, spenta come le altre. Come faccio a vincere il dolore?

Devi perdere.

Non è proprio una voce, quella che mi attraversa la mente. Quando sarò più lucida la definirò come una forza, un’energia improvvisa: la stessa che mi aveva fatto correre verso il mare mentre farfugliavo banalità al telefono con Bruno. In mancanza d’altro interrogo questa sorta di voce: contro chi o cosa dovrei perdere?

Contro il dolore. Tanto vince lui.

L’unica via d’uscita è attraversarlo, conclude la voce, come attraverso ogni giorno il corridoio di questa casa: sembra infinito, e non lo è.

E allora, supina sul tatami, mi porto le ginocchia al mento e mi accartoccio come un feto, o una larva nel bozzolo. È a quel punto che smetto di resistere, che dico al dolore: su, vieni. Fammi vedere cosa sai fare.

Poi apro le braccia.

A lunedì per il seguito!

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Quelle che servono

 

Da plumens.com

Non è lui. Lui è un sintomo.

Avevo fame e ho trovato lui, e invece dovevo saziarmi di me.

Dopo l’ultima frase a effetto, la Petulante poggia la penna sul taccuino. Resta sempre un po’ stronza, ma ha ragione. Un giorno darò della stronza a me stessa, per quell’ostilità cocciuta verso la mia terapeuta. A conti fatti ha sbagliato solo due cose, una più grave e una meno.

La meno grave è stata farmi sentire come una crostatina del Mulino Bianco, col suo discorso su come non fossi proprio “da dieci”. Ma ora so cosa voleva dire: a Bruno le donne piacevano fatte in un certo modo (“affilate”, a quanto pareva), mentre io ero fatta in un altro. Quel dettaglio non mi aggiungeva e non mi toglieva niente.

La cosa più grave è stata il suo martellare perché lo lasciassi perdere. Un giorno sentirò delle esperte in rapporti di coppia (e violenza di genere) affermare che l’ultima cosa da dire in certi casi è: “Devi lasciarlo”. Come se la tizia in questione non lo sapesse già.

Per il resto, la Petulante aveva ragione: il mio corpo è stato l’unica guida mentre la testa svariava. Il ventre contratto mi ha fatto da bussola in quei giorni di finta estate, di strategie surreali e di ciclo bloccato, che in un anticlimax mi va tornando man mano che smetto di cercarmi le cose in valigia e “prendo possesso” della casa, o almeno ci provo.

Questo linguaggio del corpo segue un percorso a me ignoto, diverso dai miei soliti schemi mentali.

“I segnali che ti mandava il corpo ci sono sempre stati” sorride la Petulante. “La differenza è che adesso impari anche a notarli”.

Magnifico: io non vedevo i segnali, e Bruno non vedeva me. Nei suoi occhi ho trovato solo le mie paure.

“Avevi perso i punti fermi” chiosa la Petulante. “Risentivi della condizione di straniera, del licenziamento, dell’università che non ti pagava neanche l’assegno di ricerca promesso…”.

Insomma, a un certo punto pensavo di non valere niente, e mi sono trovata qualcuno che fosse d’accordo con me. E siccome ritenevo impossibile cambiare la mia vita, ho provato a cambiare lui.

Dio santo. Quello che mi spiazza di più è che pensavo di avere le cose sotto controllo, e invece ero del tutto fuori strada. Mi perdonerò mai per questo? La Petulante infierisce.

“Vedi cosa succede a non essere in contatto con le proprie necessità? Credevi di aver comprato la casa ideale, anche se piaceva solo ai tuoi. Credevi di aver trovato il corso che ti avrebbe riportato all’università, anche se il titolo che rilasciava era carta straccia…”.

Annuisco. Soprattutto, conclude lei, pensavo che un tipo con difficoltà evidenti a innamorarsi (o almeno, a innamorarsi di me) fosse ormai “tornato sul serio”, solo perché in quel momento gli serviva una spalla su cui piangere.

Mica solo una spalla, faccio per dire, ma sono troppo annichilita per scherzare, e la Petulante preme perché ammetta una cosa: l’intuizione, o almeno la capacità di capire cosa voglio, è importante almeno quanto la logica. E sì, passa per le sensazioni del corpo.

“Pensa a quante strategie hai elaborato per tenerti Bruno: com’è andata? Al primo soffio è crollato tutto il castello di carte”.

Castello di carte? No. Di carta, semmai. È bastato un imprevisto idiota, uno scambio linguistico con la bionda sbagliata (o quella giusta, magari…), e l’illusione che tutto volgesse al meglio è andata distrutta. Anche gli “esercizi” della Strategica erano trucchetti da baraccone, ma almeno mi hanno fatto capire una cosa: è ora di cambiare strategia. Sul serio.

Voglio trovare la forza di tradire Bruno con me. Anche se in questo momento sono l’ultimo dei suoi pensieri, ho ancora questa sensazione: progettare una vita senza di lui è un tradimento. Ed è anche l’unica scelta che ho.

Se per qualche tempo devo affondare in un pozzo nero, voglio che almeno mi serva a cambiare, una volta per tutte. Questo qui è un “almeno” che potrei amare. La Petulante solleva la testa dal taccuino:

“Sarà un po’ come imparare di nuovo a camminare”.

Sgrano gli occhi:

“Quante cazzo di volte bisogna imparare a camminare?”.

La Petulante mi sorride:

“Tutte quelle che servono”. 

A venerdì per il seguito!

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Mudanza

Cazzo, l’acqua.

Il rubinetto è aperto al massimo, ma non esce neanche una goccia. L’uomo col mastino ha scelto il momento migliore: a quest’ora del mattino non ci sarà nessuno per le scale, e se voglio iniziare il mio ultimo giorno in questa casa mi tocca scendere sei piani, per riazionare il contatore. Sfioro i gradini in punta di piedi, pronta a risalire al minimo rumore… Invece il silenzio non nasconde sorprese. Cosa è successo, allora? Quando arrivo ad aprire la porticina dei contatori, scopro che tra le file ordinate c’è un vuoto, e “quel vuoto sono io”, penso con enfasi. Mi hanno tagliato l’acqua, mi cacciano già dalla casa che avrei dovuto abbandonare l’indomani. Adesso mi tocca traslocare subito dopo la visita dal notaio…

Rammaricandosi in chat per l’incidente, Bruno mi fa capire che stasera, dopo un reading di racconti a cui partecipa anche lui, potrebbe fare una capatina a casa nuova. Ma verrebbe “sul tardi”.

Negli ultimi messaggi ha usato di nuovo il termine “frequentazione”, che aveva abbandonato da un po’. Dopo settimane di tenerezza e dolore condiviso, mi sembra ansioso di ribadirsi che tra noi non c’era niente di che.

Dal notaio mi presento con uno zaino sportivo, contenente pigiama e spazzolino. Il mio avvocato scoppia a ridere e mi scatta delle foto, dichiarando che non ha mai visto nessuno presentarsi così da un notaio, mentre l’agente immobiliare scopre che, invece di dover calmare un’acquirente nervosa, deve sorbirsi i miei “problemi di cuore”.

Tra gli eredi del proprietario, un cinquantenne coi capelli brillantinati e l’accento di Siviglia mi presenta sua moglie, che col linguaggio fiorito delle sue parti chiama “mi esposa”: quell’espressione dolce e concreta mi ricorda le nozze a cui ho assistito in Italia, tra le montagne indifferenti e lo scoglio su cui ho fatto da Partenope spiaggiata.

“Sei proprietaria?” grida al telefono mio padre a cose fatte.

Ah, già: stringo in mano delle chiavi che sono solo mie, e neanche riesco a gioirne.

L’amico agente vorrebbe strangolarmi. Sta ricevendo pressioni per diventare un finto autonomo, dalla trattativa con cui mi ha spuntato un prezzo miracoloso ha ricavato meno di trecento euro. Passa il giorno a vendere case che non può permettersi, e lo fa per pagarsi gli studi di psicoterapeuta. Non a caso, nel taxi che condividiamo per tornarcene nel Raval assume lo stesso tono della Petulante.

“Questo Bruno ha mai ammesso che stavate insieme? Lo sapevano anche i vostri amici?”.

Questo no, spiego, ma almeno nell’ultimo mese non fingeva più di ignorarmi. L’amico agente scuote la testa.

“E tu ti accontenti degli almeno?”.

Già. Una volta li detestavo.

Improvviso il trasloco con la collaborazione di un vicino stanco, che si carica gli scatoloni più urgenti su un carrello della spesa.

In spagnolo, il trasloco si chiama mudanza: la parola mi dà l’idea di un cambiamento improvviso, ma felice. Invece adesso aiuto quell’uomo già assonnato a non far sbandare il carrello sui marciapiedi, che si restringono inesorabili con l’avvicinarsi della Rambla. A casa nuova potrei avere già un intruso, un nipote del vecchio proprietario che è andato “a prendersi i materassi”: così mi ha annunciato quel vecchietto pieno di eredi nel consegnarmi le chiavi. Il notaio si è limitato a sorridere, mentre io programmavo anche quest’ultima corsa in agenzia, per recuperare la chiave mancante. Tre stanze da letto, e mi tocca dormire sul divano. O forse no: forse userò il lettino da campo, ancora disseminato dei peli della gatta.

Le stanze sono vecchie e arcigne come le ricordavo, ma è facile scegliere la meno brutta in cui accamparsi: ha il parato stinto, ma a fiorellini azzurri, e un balconcino che affaccia su uno di quei vicoli troppo vicini alla Rambla, che si riempiono di piscio il fine settimana. Ricordo che è venerdì.

Sono le undici quando immergo le bacchette nei vermicelli da asporto, presi nella catena di wok cinese che ho appena scoperto sul vicino carrer de Sant Pau. Il televisore lasciato come un relitto in salone è un modello antico, sull’unico canale visibile una bella donna sulla cinquantina descrive con voce suadente il significato di una carta, La Temperanza. È quella che vorremmo tutti, ammicca la maga guardando in camera.

Il cellulare mi si illumina proprio mentre lo sto spegnendo, rannicchiata nel lettino da campo. Il messaggio di Bruno è così breve che, per leggerlo tutto, non devo neanche aprire WhatsApp. Sei sveglia?

Sono quasi le due.

Mi scopro a spegnere il cellulare, senza rispondere.

A mercoledì per il seguito!

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Qualcosa che non ho visto

Adesso mi tiene addirittura per mano.

Lo fa quando siamo in strada, non sempre però. La “relazione”, come ora la chiama anche lui, torna a essere un chiaroscuro definito dalle assenze: condividiamo la passione, non i problemi. Al massimo sono io ad accollarmi i suoi, le ansie per quei soldi persi che gli guastano le ore. Lui però mi offre riparo a casa sua, quando l’uomo col mastino mi manomette il contatore dell’acqua e devo scendere sei piani a ripristinarlo. Il mio terrazzo resta chiuso: non c’è più la gatta ad acciambellarsi sotto l’amaca, e passata l’estate comincia pure a far freddo.

A un certo punto devo ammettere che l’euforia da fine estate è finita. Le scartoffie per comprare casa nuova non finiscono più, e il ciclo non torna. La Petulante mi sciorina ancora la storia del corpo che capisce le cose prima della mente: c’è qualcosa che mi mantiene bloccata proprio ora che tutto si muove, qualcosa che non ho visto e non voglio vedere. Io sulle prime penso che farei bene a non vedere più la Petulante! Per smentirla mando a Bruno un messaggio molto schietto, insolito per la mia nuova tappa “strategica”: può farmi il favore di venire con me a visitare casa nuova? Vorrei un suo consiglio su certi cambiamenti da realizzare…

La replica è quasi telegrafica: è tornato a non avere tempo.  

Finisco io a casa sua una sera che siamo entrambi a un concertino in zona. Mi piace che Bruno dia per scontato che dormirò da lui, ma sembra quasi che succeda solo perché “si è fatto tardi”. Mi rimprovero subito per quei pensieri tetri, ma il giorno dopo sto già recuperando il mio spazzolino dalla tazza sbreccata in bagno. Non so neanche io perché lo faccio: ho ancora qualche asso nella manica, cazzo!

Nottetempo gli scrivo una lunga fantasia scaturita da un libro di filosofie orientaliste: una roba che, più che erotica, finisce per risultare mistica o allucinata.  

Il suo silenzio dura così tanto che risulta umiliante, dopo un messaggio del genere. Siamo tornati davvero a quel punto lì? Come se i mesi passati, i chili che ho perso, le tiritere della Petulante e i trucchetti della Strategica fossero solo un sogno. L’unica cosa a segnare il passo del tempo resta quella finta estate, che ormai scivola via nell’autunno profondo. Mi sento di nuovo al punto di partenza, e non è vero: quest’anno passato dietro a Bruno non tornerà più, come le energie e l’amore che gli ho sacrificato. Come l’amore che ho perso per me.

La risposta arriva di notte, ed è di quelle lunghe che accompagnano i suoi no.  

“Disconnesso”: così si definisce. Lo è per “circostanze” che non mi sta a spiegare (e io penso subito a un brutto scontro con l’amico del prestito). In ogni caso, in quel momento non gli sembra giusto “valicare i confini dell’amicizia”.

L’amicizia.

Ancora una volta, il corpo è il primo a reagire: sopraffatta dagli ormoni del ciclo bloccato, scoppio a piangere senza neanche accorgermene. Subito dopo, però, la logica ha il sopravvento. A scombussolare Bruno sarà stato senz’altro l’autunno, col suo “ritorno alla normalità”! Ci siamo rivisti in condizioni inconsuete per entrambi, a fine estate, ed entrambi siamo stati risucchiati dalla ricerca di un lavoro o di una casa. L’incertezza di ogni giorno ha preso il sopravvento.

Sì, non è il caso di preoccuparsi. Bruno a volte ci mette un po’, ma torna sempre.

A lunedì per il seguito!

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Luce

Adesso gli è tutto più facile.

Me lo spiega tranquillo, mentre chiacchieriamo tra le lenzuola sfatte. Una volta si rallegrava perché con me era riuscito ad abbassare gli standard. Adesso che quasi diventavo pelle e ossa, deve riconoscere che è più semplice andare con una ragazza che “gli piace pure”.

Mi si mozza il respiro, come ai vecchi tempi. Non commentare, mi ripeto. Lui dice tante boiate, ma poi finisce per fare la cosa giusta.

Me lo ripeto anche allo Spazio, mentre pianifichiamo la serata di beneficenza che sarà l’evento principale dell’autunno. A un certo punto, a Bruno viene chiesto in tono un po’ irridente se “in questo momento” lui stia con qualcuna, e lo sento esitare un istante solo prima di rispondere a bassa voce: “No”.

Sciocchezze, per una volta la situazione è sotto controllo! Sto meglio, sto comprando casa, è tornato Bruno. La Petulante non mi incanterà con le sue storie sull’ascolto del corpo, anche se ho questo formicolio alla pancia e il mio ciclo è bloccato. Finisce che ho un ritardo di due settimane, e so di non essere incinta: Bruno è ancora più maniacale di me nell’evitare rischi. Di certo sono i nervi per la casa, e per le scartoffie di un titoletto universitario che, nei miei piani, mi farà rientrare in sordina nel mondo accademico. Ho ingaggiato a mia insaputa un falso traduttore giurato, e quando ho scoperto l’inghippo ho dovuto far ricorso a un’agenzia online. È ufficiale, l’Europa unita è una baracconata anche per chi ha il passaporto giusto: omologare un titolo di studio è un’esperienza massacrante, e pure costosa.

Ma chi se ne frega di queste minuzie! Dopo la nuova frenesia che ci ha presi, Bruno “passa” meno spesso, ma a intervalli costanti. È una cosa buona, vero? Darsi una calmata, crearsi una routine. È quello che fanno le coppie normali, come… come noi. All’improvviso non sono più un’ospite occasionale a casa sua, e una mattina, in bagno, sto per recuperare lo spazzolino dalla tazza sbreccata che ne contiene vari, poi la mia mano si ferma. Se lo lascio lì è più comodo, no? Mi chiedo pure se dirglielo o no, poi mi rispondo che certe cose è meglio farle e basta, che a ragionarci su si fa peggio.

Anche il suo modo di parlarmi delle ragazze è cambiato: non si dilunga troppo negli apprezzamenti, oppure evita proprio. Ridiamo insieme del fatto che la passione ritrovata abbia, come risultato inedito, quello di farci aguzzare la vista: anche io noto di più i bei ragazzi in strada! Un pomeriggio lui mi spiega che in un bar vicino casa sua, che organizza spesso eventi e scambi linguistici, ha conosciuto una ragazza pallida e biondissima che vuole imparare l’italiano. Bruno mastica qualche parola nella lingua della ragazza, ma vorrebbe approfondire, così loro due si sono dati appuntamento nel bar al prossimo evento. La mia testa sul suo petto si irrigidisce, ma lui non se ne accorge. È soddisfatto dell’opportunità, e non ha fatto apprezzamenti sull’aspetto fisico della ragazza biondissima: quando mai me ne ha risparmiati, su una che gli piaceva? E poi, non ho più niente di cui preoccuparmi.

È domenica e il sole inonda il letto stropicciato. In quella luce perfetta lo scopro a osservarmi: le sue iridi hanno una sfumatura dolce che non gli ho mai visto.

“È un piacere guardarti” confessa.

E allora mi godo la luce sulla pelle umida, e gli occhi di Bruno. Mi nutrirei solo di quelli, di lui.

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Qualcosa è cambiato

Da pupa.it

I risultati arrivano troppo presto.

Sul momento me li godo e basta, senza pensarci troppo: la Terapia Breve Strategica funziona! Il primo giorno passo in rassegna le cose più frivole che farei “se Bruno non esistesse”, come la metto tra me e me, e finisco per ripescare un vecchio lucidalabbra dall’armadietto in bagno. L’odore fruttato mi mette subito allegria, e decido di abbinare il colore a un vestito carino.  

Un giorno mi dirò che quella terapia così bizzarra dà risultati immediati, ma non duraturi. Lo ammettono anche i fondatori nei libri che ho divorato: bisogna lavorarci sempre, nonostante la sensazione immediata di star meglio. Così ogni mattina, davanti allo specchio, scelgo l’azione più piccola che farei come single. Ogni mattina mi scopro a uscire di casa canticchiando.

Stavolta invito Bruno da me perché non ho altra scelta. Ho mandato un messaggio collettivo nelle varie mailing list: è il mio onomastico, e ora che compro casa cerco anche qualcuno che occupi quell’attico al posto mio, per accelerare la restituzione della caparra…

Ma chi voglio prendere in giro? Desidero solo festeggiare il mio ritorno alla vita, al cibo. Tanto Bruno si dichiara subito in forse perché “ha da fare”, e per una volta penso che sia meglio così. La possibilità di vederlo placa sempre la mia ansia, ma se non viene continuerò con gli esercizi della Strategica, senza il rischio di interferenze.

Infatti alla festicciola mi diverto. Anche l’uomo col mastino si mantiene lontano dal mio muricciolo, come se quello fosse il suo regalo per me. Con certi amici cerchiamo su Google i titoli dei porno che parodizzano film famosi: Natural Porn Killers, Apocalypse Climax… Mi si scioglie il trucco dalle risate, e non me ne frega niente: i miei lividi sono ormai invisibili, ed è bello sfottere un genere che, nelle versioni più apprezzate allo Spazio, sembra fregarsene del piacere femminile. Riderci su in quel modo è un toccasana, e i melodrammi del passato non mi sembrano neanche più tristi o sciocchi. Sono solo inutili.

Bruno mi telefona verso l’una di notte: era a un incontro letterario a leggere racconti suoi, si è liberato solo adesso. Si trova dalle parti di casa mia, può ancora “passare”?

La festicciola è finita. Il mio vestitino di raso nero è tornato nell’armadio, mi sto struccando. Perché rischiare? D’altronde non ho più nulla da temere, sono immune al nostro psicodramma! Vero? Ci metto un po’ a replicare.

“Passa pure, ma sappi che mi troverai in pigiama”.

Tie’! Neanche lo accolgo all’ingresso: gli faccio trovare la porta socchiusa, mentre arrangio in cucina un piatto di avanzi. Dopo che avrà mangiato ci farò due chiacchiere e lo spedirò a casa.

A sorprendermi è il silenzio. Quando lo sento buttarsi sul divano, nell’eco dei suoi movimenti avverto una lentezza nuova. Allora esco dalla cucina col mio piatto di avanzi.

Mi basta un’occhiata per capire che qualcosa è cambiato. 

A lunedì per il seguito!

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Lividi

Da behr.com

Mamma nota subito i lividi.

Neanche il tempo di disfare la valigia e già mi ha squadrato le braccia, incerta se fare una battuta o preoccuparsi sul serio.

Non le sto a spiegare che la morte della gatta mi ha fatto scattare qualcosa, che voglio cambiare tutto. Aspetto che lei e papà ripartano per agire.

I miei sono lividi cocciuti, persistenti sulla mia pellaccia di gommapiuma: forse sono gli stessi notati, quando erano ancora freschi, dall’agente immobiliare milanese che sta diventando mio amico. “Ma che, te menano?” ha sdrammatizzato lui, facendomi pentire di non aver indossato una giacchetta. No, non “me menano”, e sul momento neanche ci faccio caso, ma mi diverte il paradosso: chi mi lascia addosso i lividi fa finta che non sia successo niente, e quelli restano lì a dimostrare il contrario.

Ho contattato l’agente per “farmi un’idea” sulle case in vendita: nella quasi impossibilità di affittare un buco a nome mio, l’aspirazione balzana è quella di spuntare un mutuo, o almeno scoprire come si fa. I miei si sono offerti di farmi da garanti e, magari, versare la cifra iniziale. Chi non ricorre all’aiutino da casa, per potersi aggiudicare un appartamento a Barcellona? Perfino i miei amici medici devono farsi anticipare qualcosa…

“Portami una sola busta paga, e il mutuo è tuo”.

Questa è la promessa del direttore, quando i miei mi accompagnano in banca e proviamo a capirci qualcosa in quattro lingue diverse (napoletano incluso). Però il mio contratto di lavoro dev’essere a tempo indeterminato, avverte dispiaciuto questo cinquantenne gentile, che a giudicare dall’accento barcellonese sarà passato dalla casa dei suoi a quella ereditata dalla nonna.

Uscendo dalla banca, mia madre mi dice che basta così. Ho un vicino di casa che forza serrature e fa volare le gatte dai balconi, dunque devo andarmene da quel posto. Vorrà dire che troveremo una casa economica, e invece di lasciarmi i soldi in eredità i miei mi vedranno proprietaria, e al sicuro, adesso che possono ancora venire a farmi visita.

L’uomo col mastino ci fa trovare le scale addobbate dalle sue scritte minacciose, e dai bisogni del cane. Stavolta non ha lasciato ricordini nella cassetta della posta. L’amministratore si rifiuta di cambiare ancora la serratura del terrazzo condominiale, e la polizia ci ha fatto sapere che “basterà aspettare lo sfratto”, ormai è questione di tempo: il soggetto non se ne andrà per il pericolo che costituisce, ma perché non riesce più a pagare il suo antico affitto calmierato. Lo prenderanno per povertà.

Nel frattempo, liberarsi di lui è diventato un privilegio. L’amico agente scova una casa che i miei “capiscono” (quella che avrei voluto io era grande un terzo e costava uguale), e festeggiamo condividendo una birretta con gente dello Spazio, che si è data appuntamento in un pub del Born.

Bruno fa la sua apparizione in ritardo, schiacciato dallo zaino che si porta sempre dietro, e al momento di ordinare dichiara: “Per me niente”. “Lo vuoi con ghiaccio o senza?” scherza il cameriere, e Bruno non coglie, ma poi si avventa sulle mie patatine e su quelle extra che si premurano di offrire i miei.

All’uscita del pub si prende papà in un angolo e gli spiega le sue varie ipocondrie, e papà, che è medico, inizia a sbrogliargliele. Sembrano intendersela a meraviglia, e mamma è quasi divertita da quella consulenza medica che non finisce più.

“Tu avresti preferito studiare da infermiera” scherza, con una traccia di allarme nella voce.

Poi si rende conto che papà ha lasciato al tavolo la giacca e le chiavi, e senza una parola gliele va a recuperare.

A mercoledì per il seguito!

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Nessuno è fesso

Ci separiamo per un po’.

Non voglio essere “il premio di consolazione” di qualcun altro. Anche a Bruno sembra ingiusto, ma non sa come evitarlo, dice. Ci sono perfino lacrime, non solo mie. Al mio compleanno lui mi porta il pranzo, preparato con le sue mani, poi spera che con questo gesto gli sia risparmiata la cena con gli altri al ristorante. Non lo forzo, ma neanche gli nascondo il mio disappunto. Ho pure tentato di dissuadere l’amica Occhiblù dal raggiungerci con le stampelle: ha avuto un incidente e viene apposta a festeggiare me, e io mi sento un verme, ma non voglio che Bruno faccia il cascamorto con un’altra davanti ai miei occhi. Cosa sto diventando? Alla fine lui arriva a cena quasi finita, mentre Occhiblù sta spiegando che il suo soccorritore, dopo l’incidente, ha finito per chiederle il numero di telefono. Il nuovo venuto approfitta per commentare: “Chiamalo fesso”.

Ma qua nessuno è fesso. A un evento dello Spazio conosco un bel ragazzo moro.

Anche stavolta ho disertato la riunione organizzativa, ma mi è sembrato giusto contribuire ai preparativi, portandomi dietro i vestiti da indossare dopo: tubino nero, calze traforate, e un fiore di stoffa riciclata, per adornare un collarino anni ’90. La regressione all’adolescenza è completa. Quando mi cade il fiore dal collo, lo infilo ridendo nella scollatura, e colgo un momento di imbarazzo nei due invitati a cui verso il vino: davvero a qualcuno viene l’idea balzana di guardarmi? Beh, c’è questo bel ragazzo moro che mi fissa da quando è entrato.

È un architetto, immerso in giri più fricchettoni dei miei. Mentre gli riempio il bicchiere mi parla di una Barcellona notturna e clandestina, popolata da artisti vagabondi e cani che gridano alla luna. Mi racconta di gente che non può permettersi neanche una stanzetta come la mia, rubata a un terrazzo condominiale: i paesaggi urbani che progetta lui comprendono anche quella gente lì, invece di riservare tutto lo spazio al miglior offerente. Vorrei che mi portasse con lui, una volta, in questo suo mondo notturno, ma mentre glielo dico fa il suo ingresso Bruno, tra applausi ironici: finalmente ha ritrovato la strada! Lui non ha voglia di scherzare: annuncia che andrà via presto perché “ha da fare”, poi si accascia contro una parete, e io provo a resistere, ma niente. A un certo punto abbandono la lezione di architettura per accovacciarmi davanti a Bruno. Tutto bene?

Per un momento il suo sguardo è simile a quello del ragazzo moro, e alle occhiate oblique sul fiorellino caduto. Poi lo vedo sorridere, come se mi avesse colta in flagrante:

“Hai le calze sfilate”.

Mi osservo le gambe: un foro nella trama di filo è più grande degli altri, si nota appena. Lui l’ha notato. La scoperta sembra risollevarlo.

Alla fine aggiungo a Facebook il bel ragazzo moro, ma il primo allarme mi scatta a un evento che mi ha consigliato, in un centro sociale a rischio sgombero. Non è un vero appuntamento, mi sono perfino portata dietro un’amica, ma lui si presenta a spettacolo finito, e inizia a conversare con mezzo mondo come se io fossi lì per caso. Posso aspettare “un po’”, mi chiede infine, per bere qualcosa insieme? Lo guardo fisso, gli sorrido, e vado a cenare con la mia amica. Qua nessuno è fesso. Al secondo incidente di questo tipo (un appuntamento rimandato a pochi minuti dall’incontro), la breve fitta che avverto allo stomaco mi annuncia che ho visto abbastanza, di questo bel ragazzo moro, e che nella mia vita non mi serve altro caos.

La Petulante si complimenta: finalmente ascolto il corpo! Però, aggiunge, l’istinto di fuggire dai guai si manifesta con un ragazzo che mi attrae da subito, e nonostante i tentativi frustrati sembra desideroso di vedermi. Con Bruno, invece, non avverto nessun mal di pancia premonitore. Ho qualche conclusione in merito? Sì, una: la Petulante è stronza forte. Ma non glielo dico.

Il ragazzo moro non sarà l’unico a distrarmi dalla mia ossessione, ma sarà quello che più mi farà dire: chissà. Una sera mi scrive mentre sono seduta sul letto, con la finestra aperta a sfidare l’uomo col mastino, che fa rumore sulle scale. Sono stanca di temere il suo rancore, e stanca di Bruno, che mi ha appena contattata in chat per sfogarsi sulla sua vita. Così, solo quella sera, mi godo i complimenti del bel ragazzo moro, e mi scopro a mettere su Pino Daniele. Sensazione unica, perché la musica ti prende anche l’anima

Le mie mani si muovono nell’aria che si sta facendo tiepida, promettendomi una primavera precoce.

Se il letto si muove, stavolta, è solo per seguire ritmi miei.

A mercoledì per il seguito!

Se vi piace ciò che scrivo, date un’occhiata al mio Sam: non glielo ricordate, ma ha vinto un premio proprio figo.

Lasciati andare - La leggerezza che aiuta a vivere - Centodieci
Da centodieci.it

Dal mio ritorno a Barcellona dopo la parentesi italiana, mi sono sciroppata due virus (uno intestinale e uno influenzale), un’altra dose di vaccino e svariate emergenze domestiche.

Quello che non mi sono sciroppata è l’ennesimo polemicozzo nel mio piccolo mondo di qua: Tizio che ha detto questo, Caia che si è candidata per “azzuppare” (scusate il tecnicismo catalano), eccetera.

Allontanarsi per un po’ dal posto in cui viviamo è salutare almeno in questo: viste da lontano, molte ambasce della nostra quotidianità appaiono francamente irrilevanti. Perché mai? Forse perché hanno perso l’importanza che avevano nella nostra vita quando abbiamo iniziato a preoccuparcene. La nostra non è stata per forza un’evoluzione: magari abbiamo preso un cammino diverso, e certe questioni sono diventate un rumore di fondo, che ci impedisce di fare ciò che conta davvero per noi, qui e ora.

Attenzione a un equivoco frequente: in una faccenda che non ci interessa più, distanza non è sinonimo di equidistanza. Riusciamo ancora a pensare che Tizio ha detto una cazzata, e che Caio, sbeffeggiandolo, non è passato per forza dalla parte del torto.

Però possiamo dire che ormai di Tizio e di Caio non ce ne frega una beneamata? Dai, fatelo anche voi. Prendete le vostre dispute condominiali, le faide al lavoro, le rivalità in famiglia, e confessatevi da uno a dieci il ca’ che ve ne frega. A quel punto, compatibilmente con le vostre necessità, chiamatevene fuori. In casi del genere, perfino sparire e basta non è sempre sconveniente.

Poi vedrete.

Queste scemenze funzionano così: quando ci sono (pre)occupano, quando spariscono… non succede nulla. Non ci sentiamo più felici. Ci sentiamo presenti, con il tempo e le energie per pensare davvero a ciò che ci pare.

Amen.

(Un’immagine della mia vita barcellonese fino a qualche tempo fa).

Cri se ne va domani.

Cri è un omone catalano di un metro e novanta, di probabile origine gitana: i servizi sociali me l’hanno mandato al posto della rifugiata afgana che mi aspettavo da un programma che si chiamasse “città rifugio“. Poco male: Cri aveva figli, aveva perso il lavoro ed era rimasto in strada, e qui non si bada al passaporto (sperando però che chi non ha il “passaporto giusto” pure trovi l’assistenza adeguata).

Cri, a dirla tutta, mi stava un po’ sui nervi. C’era il problema di non potergli confessare che fosse ospite non pagante, nella mia dépendance, o l’entità che me lo mandava avrebbe avuto problemi con gli altri utenti. Così lui mi credeva la sua padrona di casa e non finiva di chiedermi cose, per quanto piccole. Una volta che era saltata la luce in tutta la strada (dunque, non potevamo farci nulla) mi aveva domandato se volessi parlare io con l’amministratore, o preferivo che ci andasse lui! In ogni caso, aveva aggiunto, che fine aveva fatto lo stendipanni in corridoio?

Va detto che Cri, oltre a chiedermi cose, me ne offriva altrettante. Dopo aver usato il mio secchio per i pavimenti (aveva snobbato quello “artigianale” ricavato da mezza tanica di plastica), mi offriva l’acqua sporca, che secondo lui si poteva riutilizzare. Ringraziavo e buttavo l’acqua nel mio water. Al momento di installarsi nella dépendance, mi aveva “restituito” una serie di cose degli ex occupanti che lui non avrebbe utilizzato, e che io non avevo mai visto in vita mia: qualche grammo di caffè solubile, misteriose vitamine in polvere… A un certo punto mi aveva messo in mano una bottiglietta ancora frizzante di kombucha, confessandomi con aria desolata: “Non so cos’è ‘sta roba”.

Mi era venuto da sorridere: a me cosa fosse il kombucha l’aveva spiegato uno scrittore finlandese di mezza età che viveva a Sitges, era sposato con un filippino ventenne e si produceva da sé quel “succo di funghi”, per usare la definizione di un comico che adoro.

Ieri sera Cri mi ha fatto cercare apposta via telefono dall’assistente sociale, perché non riusciva a parlarmi. Sono accorsa nella dépendance che ero fresca di doccia, con i capelli avvolti in un telo fradicio, per sentirmi elencare i tesori che lui mi lasciava:

  1. tre dita d’olio (che comunque costava un euro al discount, mi ha assicurato);
  2. un rotolo di carta da cucina inutilizzato;
  3. quello che restava del detersivo per piatti;
  4. due o tre cosette che rimanevano in frigo.

Allora ho capito. Ho visualizzato l’abisso di privilegio che mi faceva sbuffare di fronte a un’altra convocazione, a ulteriori offerte di acqua sporca o di tè hipster, o a un’altra serie di domande sulla paccottiglia parcheggiata in corridoio, che per l’amico robivecchi di Cri avrebbe significato qualche euro in più di guadagno. A quel punto mi è dispiaciuto non aver fatto di più: che so, fargli la spesa più spesso, o almeno spiegargli cosa fosse il kombucha.

Dice che Cri si trasferisce in un’altra casa, con altri che vogliono ricominciare. A volte ricominciare insieme è un obbligo, e condividere una necessità. Ma lui sembra farlo benissimo, mentre io non ci riuscirei.

Insomma, lui speriamo che se la cava. Ma credo proprio di sì.