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Le mie Collaborazioni

Stamattina, ancora in preda al sonno, cercavo l’occorrente per la colazione nella penombra della cucina, e mi sono ritrovata a pensare che mi conviene vivere con un uomo almeno per questo: mi serve qualcuno che lavi i piatti.

Alt. Stop. Avevo un sonno di pazzi. Odio lavare i piatti. In realtà odio lavare, e basta. Quando c’è il compagno di quarantena, io cucino e lui lava: il delitto perfetto, anche perché lui al massimo scalda al microonde certe pastine istantanee su cui schiaffa una scatoletta di sardine. Il bello è che lui odia lavare quanto me, e diciamo che non è attentissimo ai dettagli… Quindi la gente che ci viene a trovare, se è fissata con la pulizia, se ne va con tanti di quei numeri da giocare che potrebbe fare tombola piena.

Ma tant’è: avrete intuito che il compagno di quarantena è partito di nuovo. Si è pure anticipato, rispetto all’anno scorso: ogni tanto, quello lì prende lo zaino e se ne va, senza sapere neanche lui dove (lo so io: si farà per la trentesima volta il cammino di Santiago). Soprattutto, non sa quando tornerà, e non ritiene che ciò sia un grande problema, in una relazione, così come per lui non è un problema spegnere il cellulare e riaccenderlo solo al ritorno.

Intuirete che l’anno scorso ero piuttosto incazzata perfino io, che non sono nota per la mia convenzionalità nelle interazioni umane. Quest’anno, invece, non so come spiegarvelo, ma sono piena di speranze: come vi ho già detto, la quarantena mi ha fatto rivedere le mie priorità, ma saprete meglio di me che anche la più bella e tranquilla delle relazioni comporta un bel po’ di lavoro, che si tratti di decidere chi lava i piatti o di affrontare lo scoglio della comunicazione efficace. Quindi, diciamo che finora ho avuto poco tempo per esplorare come avrei voluto le seguenti questioni:

  • Flessibilità nei progetti: a 35 anni avevo una relazione un po’ più, ehm, convenzionale, e volevo essere madre. Adesso ho 40 anni, il sospetto di essere lithromantica, e una fertilità che, stando a certi test pure datati, potrebbe essere battuta pure da Maga Magò al decimo anno di menopausa. Cos’altro potrei fare della mia vita, senza la croce e delizia di mettere al mondo un altro essere umano? Come metto a frutto le risorse che l’altra opzione mi avrebbe succhiato via, benché per una giusta causa?
  • Metamorfosi: sfumato il progetto delle tette a fiori, mi sto trattando le occhiaie e sto considerando la possibilità di farmi i capelli lavanda. Mi ha divertito il fatto che la dottoressa del trattamento alle occhiaie girasse come un’anima in pena per la sala d’aspetto, alla ricerca della sua nuova paziente quarantenne, e non la trovasse da nessuna parte, perché lì c’ero seduta solo io. E non si tratta di assecondare la pressione estetica che ci vuole giovani per sempre. Si tratta di non assecondare i pregiudizi, duri a morire, su come si debba essere a quarant’anni.

Io, per esempio, sono contenta. Contenta che il compagno di quarantena sia andato a cercare sé stesso, anche perché, rispetto all’anno scorso, ho molte più informazioni. So per esempio che da sola, nonostante le circostanze dell’anno scorso, ho passato un’estate incredibile: un giorno al mare e uno al parco, con letture importanti, e amici costretti dalla pandemia a scoprire com’è Barcellona, quando la abita solo chi le vuole bene per davvero.

Ormai so che la conoscenza è l’anticamera della soluzione, e il resto è esperienza: il modo migliore per assimilare ciò che crediamo di conoscere, è arrivare a “sentirlo”.

Io sento una noia infinita al pensiero di dover lavare tutti quei piatti di là.

Ma vabbè, si tratta solo di cambiare la spugnetta, rimpiangere Mastro Lindo, e darci dentro.

 “Stessa spiaggia, stesso mare”!

Solo che in spiaggia non ci vado, e no, ancora non ho visto i calanchi. Le città le visito con la metodologia René Ferretti, come sa bene chi mi rincorreva disperato con una cartina in mano, la prima volta che mi sono persa tra i vicoli di Barcellona.

Marsiglia è il secondo anno che la vedo da sola, stavolta in una vacanza fine a se stessa, senza altre tappe né motivi diversi da quello di conoscerla un po’ meglio. Ho già scoperto che – spoiler – non farebbe per me neanche se mi venisse sul serio l’idea di lasciare Barcellona, in cui resto non per passione, ma per inerzia: alla fine sto bene, perché andar via.

Tante cose vanno avanti così, e non capisco tanto chi preferisce la passione alla tranquillità, non in questo momento della mia vita. Se si possono conciliare, bene, se no tranquillità for ever.

Però Marsiglia ha un altro vantaggio: ero qui esattamente un anno fa, nel momento più fatidico della mia vita adulta, zeppo di tutti i cambiamenti possibili, nel bene e nel male.

Quelle vacanze dovevano essere eclettiche e affollate, e si sono rivelate solitarie a metà percorso. Dovevano essere una sorta di quiete prima della tempesta, e invece ecco arrivare fin dall’inizio i primi tuoni: anche in senso letterale, durante il mio piovoso soggiorno a Roma!

Un anno dopo sono qui a raccontarlo, e posso raccontare un’altra cosa: niente di quello che prevedevo per me “da lì a un anno” è successo, nel bene e nel male. Almeno, non è successo come me lo immaginavo. Le svolte risolutive non si sono confermate tali, gli errori commessi non si sono rivelati madornali…

Questo sì: resta in piedi il progetto. La rotta che avevo intrapreso era quella giusta, l’unico problema quando si fanno progetti è accettare che non si possono mai prevedere tutti i fattori in gioco, neanche a essere proprio Mago Mariano.

Nell’acquisto di una casa non si possono prevedere certi intoppi burocratici che, come si dice a Napoli, “ciaccano e ammierecano”, cioè ti complicano questioni che credevi semplicissime, mentre ne risolvono altre che ti assillavano.

In un lavoro complicato come quello di scrivere, non si può fare una diagnosi sulla salute mentale di chi si muove in quel mondo, anche se è facile prevedere che non sarà altissima.

Infine, nelle relazioni di qualsiasi tipo, la fregatura è che, quando c’è una crisi, ogni minima decisione (incontrarsi o meno, parlare prima o dopo, chiedere quei soldi o scordarseli) può avere conseguenze irrevocabili, e allora i piani lasciano il tempo che trovano e si procede sempre un po’ a tentoni. Anche quando si hanno ben chiari i propri desideri, e le cose che siamo disposti o meno a tollerare (che in questi casi, però, slittano sempre verso soglie inaspettate).

Tra eccessi di analisi e banalità assortite, forse l’unica grande soluzione è anche la più ovvia: se abbiamo in testa un percorso che ci convince, seguiamo quello, ma prepariamoci a sorprenderci, nel bene e nel male. Anche i viaggi organizzati al millimetro avranno sempre qualche fattore che sfugga al controllo.

Ma questi sono consigli miei, anche un po’ banali: seguiteli solo se vi “risuonano” nei corpi già abbronzati (come vi schifo!) e sudati almeno quanto il mio.

Altrimenti, se c’è una cosa che ho imparato in quest’anno, è: non seguire i consigli. Non fraintendetemi, ascoltarli è importante, specie se ci fidiamo di chi ce li dà, che magari ha anche assistito da vicino al problema che vuole aiutarci a risolvere. Però una cosa è osservare, e un’altra sentire, anche quando sembra che da soli non riusciamo a cavare un ragno dal buco (e povero ragnetto, meno male!). In questioni personali, la soluzione meno idiota che viene in mente a noi è quasi sempre meglio di una super-intelligente, escogitata da chi non è nei nostri panni.

Non so voi ma d’ora in avanti, almeno gli errori, li voglio fare da sola.