Archivio degli articoli con tag: risolvere i problemi

SkinLo so che ne abbiamo già parlato, ma è meglio ritornarci, perché questa battaglia, come suggerisce il titolo, si combatte sulla nostra pelle, e noi non ne siamo i protagonisti. Noi siamo solo il campo di battaglia.

Lo siamo ogni volta che qualcuno che amiamo molto, amico amante o genitore, pensa a noi e si chiede “È giusto che io l’opprima coi miei problemi?”, e si risponde da solo di sì, perché tanto soffre. Come se la loro sofferenza giustificasse qualsiasi cosa, anche invadere le nostre vite con le loro richieste di attenzione, intrufolate dappertutto come prezzemolo nella minestra.

Ma il caso peggiore è la persona incapace di dire sì che crede di risolvere il problema passando dall’altruismo forzato all’egoismo a oltranza: comincia a dire di no a qualsiasi cosa. Così si trasforma anche in una sorta di parassita, ci sfrutta, in nome di tutto quello che ha fatto per noi senza che glielo chiedessimo e senza neanche che ci servisse.

Sono persone che senza volerlo o senza neanche farsi ‘na domanda ci sottraggono tanto di quel tempo, ci succhiano tante di quelle energie, senza restituircele o senza trarne alcun beneficio, che non ci fanno capire subito una cosa fondamentale: in questi casi, per noi, l’egoismo è d’obbligo. Prima di tutto, perché egoismo non è. Sì, perché se non possiamo aiutarle (in fondo vogliono l’impossibile, vogliono che qualcun altro risolva i loro problemi), immunizzarci è l’unica chiave.

Dobbiamo dirglielo, lucidamente: guarda che sei così presa/o dai tuoi problemi che vedi solo quelli, li proietti anche su di me, ma che ti piaccia o no io sono altro da te, ho la mia vita, e non hai il diritto d’invaderla, specie se consideriamo che non ne trai alcun giovamento.

E allora, solo allora, potremo salvare l’amicizia, se ci teniamo, o il rapporto di qualsiasi genere che abbiamo intavolato con questa persona, e andare avanti per la nostra strada sapendo che i problemi degli altri non li risolviamo che facendoglieli notare, ammesso che vogliano vederli, e dando loro l’unica cosa che possiamo: la nostra compassione, la consapevolezza che da esseri umani siamo anche fragili e imperfetti, e va bene così.

Basta che questa fragilità e imperfezione non diventino la scusa per star male a vita, a spese altrui.

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apollo13earth

Houston, abbiamo un problema, e purtroppo è a monte. Purtroppo è una situazione in cui non dovremmo neanche trovarci, perché avremmo dovuto abortire la missione fin dall’inizio. Altro che guasto tecnico, certe volte decolliamo proprio portandoci a bordo l’Alien.

Ma ormai siamo lì, a passeggiare per il sistema solare, e allora che si fa?

Prendiamo il lavoro: anche a Barcellona succede di cominciare una collaborazione gratis. L’idea è come in Italia, ora mi prendono gratis e, se vedono che faccio le cose per bene, poi mi pagano. E il finale è come in Italia: pensano “se possiamo averti gratis, perché mai ti dovremmo pagare?”. Al massimo, ci scuciono quattro soldi. Come si fa a rimediare a un’ingiustizia a cui abbiamo collaborato anche noi?

Anche le relazioni, ahimé, si sono mercantilizzate. Ogni tanto trovi il paraculo che pensa: ok, è cominciata come un’avventura e tu ora vuoi di più, ma se mi dai già quello che mi serve senza il minimo impegno da parte mia, perché improvvisamente dovrei stare con te? Tanto vale continuare a fingere di conoscerti a stento appena esci dal mio letto. Perché siamo finiti con gente del genere, diventando anche complici della situazione?

E quegli amici martiri professionali che si sfogano con noi per due ore per sentirsi meglio cinque minuti, spompandoci? Ma l’amicizia è nata così, loro che si lamentano e noi che li assecondiamo, rendendoci in qualche modo complici dello scempio.

E la parente anziana che ha fatto “tanti sacrifici” per noi (peraltro, chi glieli ha chiesti), e ce lo rinfaccia ogni volta che si sente trascurata, cioè sempre? È una persona con problemi che non ha avuto né la possibilità né la capacità di risolvere, e senza volerlo li scarica su di noi.

Insomma, quante relazioni di ogni tipo sono partite storte fin dall’inizio, ma abbiamo fatto finta di niente? Tanto a noi piacciono le sfide. E adesso che siamo nello spazio, neanche Mazinga Zeta può venire a salvarci.

Per fortuna, non trovandoci davvero in orbita con la batteria della navicella scarica, possiamo permetterci di fare una cosa: non cercare a tutti i costi una soluzione. Da quando mi limito a fare il mio e vedere dove mi porta la rotta, vedo che le cose vanno meglio. Per “fare il mio” intendo smettere di dar corda alla zia impossibile o all’amico esasperante, dicendogli chiaro e tondo che altrimenti non l’aiuto, e per una volta esprimere esattamente quello che voglio all’amore-non-amore, senza paura di non ottenerlo, che a non fare così non l’ottengo sicuro.

Una cosa intanto la si può imparare. Riconoscere i problemi in partenza, anzi, prima della partenza. Con la stessa onestà intellettuale che dedichiamo al senno di poi. E prima di dover ricorrere a quello ancora una volta.

Intanto, già che siamo quassù nello spazio, ci godiamo il panorama, con tutto il problema a bordo. La soluzione arriva se ci calmiamo abbastanza da toccare giusto quei due tasti, quelli giusti, e lasciarci trasportare.

Finché lo shuttle va.

techsupportcatHo il pc che fa cose assurde. Non so spiegarlo, come sempre mi capita con “ste cose tecnologiche”, ma, dopo quattro anni di onorato servizio, ormai è un colabrodo.

Comprare un altro PC? Naaa. Come tutti gli impediti recidivi con queste cose, mi terrei un Atari dell’80, pur di non dover ricominciare tutto daccapo.

Però c’è un momento che forse riconoscerete. Quei dieci lunghissimi secondi in cui sembra proprio che il pc abbia tirato le cuoia, in cui già elaboro il lutto dei file persi, quando ecco il miracolo. La lucina rossa della batteria si accende, e tutto può iniziare daccapo.

Il moribondo si metterà di nuovo a fischiare come una locomotiva nel bel mezzo di Trono di Spade (e i treni, vabbe’ il Medioevo fantastico, non ce li vedo compatibili coi draghi), andrà in tilt per un link troppo pesante, e poi farà quella cosa che in una lingua a me sconosciuta suona tipo “crashare per un plug-in” ecc. ecc.

Tutto come prima, la mia giornata è salva, e, come sempre, avrà prevalso il sollievo dei problemi rimandati.

Che è uno dei più appaganti, dalla coinquilina da cacciare (io a Forcella avevo una francese formidable), che però si mette a pulire un po’ la cucina, al collega molesto che proprio oggi ci offre una caramella, al tipo che frequentiamo che ci ha appena messaggiati dopo tre giorni di silenzio (ma che bel messaggio!).

Tutto sembra andare bene, perché tutto sembra destinato ad andare male, come sempre.

E poi, ci diciamo, mica sono un vigliacco, che risolvo il problema sbarazzandomi del pc, cacciando la coinquilina, dando il benservito a questo “proprio adesso che comincia ad affezionarsi” (?). Quello sì che sarebbe scappare.

Già. Invece trascinarsi un problema stazionario, che non dà segni di miglioramento e sembra solo peggiorare, è affrontare le cose, vero?

E finché si tratta di questo catorcio di pc, ok. Ma in cose più importanti? Che ci guadagniamo, a trascinare i problemi e sentirci pure coraggiosi, nell’antica e nobile arte della sopportazione?

Una bella ulcera, questo ci guadagniamo.

Ma tanto, ci giochiamo la carta “colpo di scena”: se aspettiamo abbastanza, magari, incontriamo “la persona giusta”, o il coinquilino ci annuncia che in casa di un amico si è liberata una stanza, o il collega cambia reparto.

Ma i colpi di scena non sono sempre piacevoli, e lo sappiamo.

Nel caso più scemo, proprio quello del pc, un giorno non si risveglierà più e bye bye files.

Quindi sta a noi lavorare perché, se proprio dev’esserci un colpo di scena, sia positivo, o le sue conseguenze vengano presto attutite.

Che lasciar fare alla vita è una cosa buona, ma una spintarella perché vada nella nostra direzione gliela dobbiamo dare.

Ne riparleremo.

Per la cronaca, mentre scrivevo mi è crashato il pc.