Risultati immagini per stakanov Comincia con una scemenza: il regalino di fine anno alla maestra, l’addio al nubilato di nostra sorella. Non parliamo, poi, di qualche piano “dopolavoro” coi colleghi, o di un piccolo progetto di volontariato. Diamo la nostra disponibilità con riluttanza, ma anche con la fiducia che ci costerà poco e niente in termini di tempo ed energie: esattamente quello che prevede l’innocuo progetto iniziale.

E invece a organizzare ci si mette lui: Stakanòff. Così “napoletanizziamo” in famiglia il nome del leggendario lavoratore sovietico. Anche se lo S. di turno non è per forza un uomo, né dev’essere ucraino: è la persona più energica del gruppo, quella volitiva che, scava scava, scopriamo essere anche quella con tanto tempo a disposizione, o denaro da spendere. Alla prima riunione tra volontari sottolinea la necessità di “fare le cose per bene”. Le date tutti ragione, e più o meno le suggerite, per un misto di gentilezza e pigriza, che ha carta bianca. Vi prende in parola.

Allora il regalino alla maestra diventa una gondola in murano da andare a prendere direttamente a Venezia, che “di questi tempi chissà in che condizioni arriva per posta”; l’addio al nubilato finisce per prevedere biglietti aerei sui 200 euro e una sorta di rapimento della sposa, con tanto di spiegazioni da dare a un brigadiere poco convinto.

Non vi dico, poi, i progetti di volontariato: magari vi trovavate al bar quando S. ha buttato lì il discorso di “darsi da fare”, senza consultare entità più esperte, e una settimana dopo state impiegando due ore della vostra domenica a imbottire trenta panini. Li andate a consegnare sotto la pioggia a riluttanti senzatetto, e questi vi confessano di essere stanchi di quella roba sempre uguale: “Non è che avresti del riso?”. Tratto da una storia vera.

Insomma, offrite il proverbiale dito a qualche lavoratore indeFesso, e quello si prende tutto il braccio. Perché oh, “lui si sbatte per tutti quanti”. E se si sbatte lui, o lei, “il minimo che possiamo fare è dare il nostro piccolo contributo“.

Ci sono due problemi:

  1. il piccolo contributo non è affatto piccolo, è tutto quello che potevamo offrire;
  2.  il progetto non è nostro. Sarà bello e ci avrà anche convinto, ma non svolgiamo che una piccola parte dei piani pensati per noi da qualcun altro. Che grazie al ca’ che si sbatte di più, ha fatto tutto lui!

La vita è piena di progetti che iniziano in un modo e finiscono in un altro, e fin qui pace: il problema sorge quando questo finale inaspettato ci costa il doppio delle energie previste, con la metà della soddisfazione.

Allora che fare? Mollare tutto? Dipende: se a organizzare eravamo in tanti, la nostra ritirata crea problemi agli altri, e poi ci risulta difficile dimenticare che ci eravamo presi un impegno.

Ovviamente, se siamo del tutto contrari alla piega che hanno preso le cose, chiamiamocene fuori senza pensarci troppo.

Ma se ci interessava comunque questa riffa, questa serata di beneficenza, questa biblioteca di quartiere da portare avanti con le nostre forze, diamo il via alle trattative! In tre mosse.

  1. Protestiamo pure, fornendo prove e facendo esempi concreti di quanto siano cambiati i piani.
  2. Affrontiamo con serenità eventuali ricatti morali del Superorganizzatore o della Madre Teresa, che si confesseranno i primi delusi e finanche “truffati” da qualcosa in cui hanno “investito tanto”.
  3. Facciamo proposte: suggeriamo di coinvolgere più gente, di cambiare i turni di lavoro ecc. Qualsiasi soluzione possibile, mettiamola sul tavolo.

La quarta non la metto in lista, ma non è da sottovalutare: ricordiamoci che non siamo soli. Nove su dieci, quando con le migliori intenzioni ci rubano tempo ed energie il malcontento è comune. Non tutti hanno lo stesso coraggio di manifestarlo, per cui senza brigare consultiamo onestamente i compagni di sventura: non si tratta di “allearsi contro qualcuno”, ma di essere il più onesti possibile, con noi e con l’altro.

Non siamo tenuti a rispondere di tutto quello che non funziona, possiamo solo fare ammenda per la nostra parte. Dopo questo “mea culpa” dovremmo sentire l’obbligo verso noi stessi di usare il nostro tempo come più ci fa bene.

Prima o poi capiremo che solo così potremo far bene anche agli altri.

E allora non dovremo più evitare certe trappole: saranno quelle a evitare noi.

 

 

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