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Un angelo caduto in volo

Nelle puntate precedenti, la vostra eroina era sul punto di comprare un appartamento che già aveva scartato in precedenza, ma che intanto si era popolato di mobili finti e di simpatici gingilli decorativi, messi lì con successo a dare un’idea di casa.

Alla fine non ha funzionato: nonostante la fuffa, il prezzo era ancora esagerato rispetto a quanto vendessero, e non sono rincoglionita fino a questo punto. Ma l’operazione mi ha ricordato quanto, nelle decisioni che contano davvero, la ragione non sia l’unico fattore, anzi. Peccato che questa semplice realtà ce la facciamo rubare da chi non vuole esattamente il nostro bene.

Un esempio? Sappiamo che, specie per gli oggetti di lusso, la pubblicità non ci vende cose, ma stili di vita: per esempio, adesso pare che Victoria’s Secret sia in crisi, e ripenso a quanto prendevamo sul serio, qualche anno fa, quegli angeli che sfilavano in mutande (che sarebbe l’immagine ironica per eccellenza). Però, quando il re è nudo (ok, in questo caso lo è la regina), ci accorgiamo di quanto sia importante la paccottiglia di frasi a effetto e musica ispiratrice che l’ha messo su quel trono.

Potremmo smontare tutti i gombloddi del mondo con ragionate decostruzioni, coadiuvate da statistiche, ma accanto a quello dovremmo metterci, credo, un messaggio positivo, senza lesinare: pensiamo a quelli che da duemila anni pretendono di controllare i nostri corpi in cambio del paradiso!

È grazie al concetto bomberista di “campione” e “condottiero”, che un calciatore come Ronaldo si trasforma in un’intera azienda, il che dovrebbe giustificare il suo acquisto ai lavoratori in difficoltà. E, a proposito di aziende, penso anche a quelli che, più che ragionare senza retorica né vendette postume sull’operato di Marchionne, lo trasformano in una sorta di icona alla Steve Jobs: il “figlio di maresciallo” che s’è fatto da solo. O capitano, mio capitano.

Per questo dico, l’irrazionalità può diventare un’alleata. Parla a una parte di noi che proietta cose, immagina un futuro e, secondo qualche scienziato ci ha aiutati a sopravvivere, nel bene e nel male, fin qua.

Quindi, prima di sperare di salvare l’Italia rispondendo coi ragionamenti a chi vende patriottismo e purezza della razza, pensiamo a quanto abbia fatto bene al matrimonio LGBT+ il messaggio #lovewins.

E cominciamo a crederci anche noi.

Sarebbe una mossa intelligente.

 

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da ElNuevoDiario.com

Giornata piena, ieri.
La mattina catalano, il pomeriggio, udite udite, seminario, come ai vecchi tempi: Gender and Postcolonial Studies. Un obolo alla mia tutor catalana di dottorato e alla vita a cui, più volente che nolente, ho rinunciato causa crisi.

È dal master che non sento parlare di orientalismi e politiche postcoloniali, rifletto in classe, mentre adocchio il mio riassunto tra quelli corretti sulla cattedra, e conto gli scippi rossi.

I miei compagni hanno il vantaggio dell’esperienza, io quello dell’ignoranza. Non sono di madrelingua spagnola e il catalano è una lingua a cazzimma, scherzavo lontano dagli amici di qua: prendi una grammatica spagnola e fai l’esatto contrario.

Però non lo spiego alla giappocatalana Saori, sulla strada di casa, mentre lei mi analizza il suo nome per ideogrammi e lo traduce come “tessere suoni leggeri”. Faccio oh come i bambini e le spiego che in Italia siamo cresciuti a pane e manga censurati. Adesso oh lo fa lei: il suo fidanzato, Niccolò, non gliel’ha mai detto.
Sulla cyclette, in palestra, mi scopro a canticchiare la sigla sdolcinata di Ken il Guerriero.

Due ore dopo, mentre attacco i manifesti del seminario in giro per l’Universitat de Barcelona, la musica cambia. A Napoli dicevo alle colleghe che il dottorato è un corso professionale di attacchinaggio. Adesso mi devo correggere: lo fai anche dopo, ma gratis. Almeno intanto ho imparato a staccare lo scotch coi denti. Que parva que eu sou, canticchio riesumando le tre lezioni di portoghese. Che stupida sono.
Canto più forte, sulle scale della UB.

E che mondo stupido, che per essere schiavi bisogna studiare. E nella mia testa il Coliseu applaude ai Deolinda e alla loro canzone-manifesto di una generazione.

E come nei film, a questo punto squilla il telefono.

Il rappresentante di un sito web di matrimoni.

Non ci serve niente, sto per dire.

Mi spiega che servirei io a lui. Cercano content writer in italiano.

Quasi mi cade lo scotch.

Venerdì alle 11? Va bene. Ci vediamo là. Sì, mando il curriculum aggiornato.

Riattacco.

Una parte di me dice che hai fatto. E l’estate a studiare, scrivere, riflettere sulla tua vita? Sei un mostro di coerenza, lo sai?

L’altra dice solo: affitto.

Sì, ma i tuoi colleghi in pausa di riflessione come te?

Loro hanno un anno di assegno di disoccupazione, è come un part-time, e uno ha la casa di proprietà. Tu hai un sussidio minimo di 6 mesi.

E i tuoi già minacciano un “regalo per l’estate”, come i nonni quando, prima delle lunghe vacanze anni ’80, ti mettevano una banconota in mano e ti dicevano: “Comprati il gelato”. E tu calcolavi le montagne di gelato che avresti dovuto comprare e ti chiedevi se Provolino, Geppo e una bambola andassero bene lo stesso.

A 31 anni gelato e bambole non mi servono. Mi serve l’affitto, e vorrei pagarmelo io.

Que parva que eu sou, canticchio entrando nella sala conferenze.

Le seminariste invece parlano francese. Un’iraniana, un’algerina, una tunisina, una marocchina, una rumena, qualche catalana. La mia prof. mi ringrazia per l’acqua e il caffè, la moderatrice sciorina cognomi e titoli di ciascuna e poi mi presenta come “Maria, che dà una mano con la logistica”.

Io una volta ero come voi, penso sorridendo, mentre pian piano le furbone passano al francese.

Non era previsto, ma va bene. E in francese si scannano sul rapporto binario occidente e oriente, propongono ibridazioni, denunciano il paternalismo della questione Sakineh e prevedibilmente contestano l’ennesima studiosa marocchina che ci parla “del progresso che ci ha portato il nostro re”.

E in una lingua simile al francese penso “mo’ se vattono”.

L’iraniana mi conquista subito. Precisa, pungente, documentata. Oh, ne incontrassi una scema. Pure quella a Parigi: sapete che vuol dire essere donna, dalle mie parti? Eppure sono felice. If you want to be successful, you have to be successful.

Il giovane professore associato alla mia sinistra non capisce il francese e parla poco inglese, e scarabocchia il volto della locandina.

Rinuncio alla cena accademica per un altro importante seminario:

Rapporti iberici post-dittatoriali tra nuove democrazie scongiurate dalla crisi. Con una tavola rotonda sull’odio postcoloniale catalano verso Cristiano Ronaldo.

Insomma, per la partita Spagna-Portogallo i miei ex colleghi stanno già schierati nel bar di fronte all’ufficio.

In prima fila: Xisca, amica maiorchina che tifa Spagna con riserva; Dennis, o seu amor, olandese cresciuto in Portogallo; Carolina, mezza svizzera e mezza valenciana, a tifare Spagna; amici portoghesi di Dennis.
Seconda fila: David, mezzo francese e mezzo portoghese; sa copine Julia, tedesca, a tifare Spagna; David2, padre inglese, madre spagnola, nato a Malta, a tifare Spagna; la sua ragazza, inglese di origini indiane, a tifare Spagna; amici filospagnoli del gruppo.

– Hello! – fa Dennis.
– Perderete – rispondo.

Mi guarda in cagnesco mentre Xisca conferma.

Come Isabel, che arriva di corsa dopo il lavoro solo per vedere Ronaldo perdere, come i suoi colleghi.

Mangio pane e odio (e un po’ di jamón ibérico), mentre grido in un misto di lingue (perlopiù ma ch’ha fatto, chisto?!) e la selección si mangia goal su goal.

Quando passano ai rigori, Xisca esulta per una bella azione e Dennis l’afferra come in una partita di rugby, affogandola di baci per metterla a tacere. Tra David e Julia c’è più tensione, colgo l’occasione per dire a lei “Vinca il migliore, domani”. E a David “Vinca l’Italia!”. Paracula, lo so.

Il barista viene a chiedere quando minchia finisce la partita, che se ne frega e deve chiudere. Manco giocasse il Barça.

Infatti, quando finisce. 10 anni di vita li ho già persi, domenica, per i rigori italiani. Ci mancano solo questi.

– Ronaldo non tira? – chiede Isabel, pronta a gufare in tutti i modi.

Non fa in tempo. Fàbregas (per l’occasione Fábregas, sulla Vanguardia di oggi) lo precede. Come le nostre urla, e il capo chino di Dennis.

David guarda Julia e dice solo: “Forza Italia!”.

Forza Azzurri, correggo allontanandomi.

Mi aspetta un’altra giornata piena, e una notte di passione.

Ma senza rigori, per favore.

(per sentirvi un po’ stupidi anche voi)