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Mirabile riassunto de La parlata Igniorante

Ok, settembre è famoso per i buoni propositi gettati alle ortiche. Forse però il problema non è la qualità dei progetti, ma come li portiamo avanti: se non troviamo un minuto per caricare la lavatrice, figuratevi quanto spesso andremo in palestra con l’abbonamento annuale!

Pensiamoci: il rientro perché è traumatico? Secondo me, perché abbiamo perso la nostra routine, come ci succede in vacanza. Solo che al ritorno, al contrario di quanto accade in vacanza, ci sentiamo estranei in casa nostra. Con i pro e i contro della situazione.

E qui casca l’asino! (Ma no, porello). Invece di ristabilire le abitudini di sempre, dovremmo approfittare del nostro estraniamento per crearne di nuove, prima che la convenienza ceda il passo alla pigrizia.

E invece ecco cosa ho riscontrato in questi giorni di riadattamento alla quotidianità:

  1. Ci risiamo! Butto tempo come se me ne avanzasse. Vi inquadro la situazione: ieri, dalle 10 alle 12, mi sono occupata unicamente di un lavoro di revisione del testo, al PC, senza accesso ai social. Missione compiuta, e il tempo, come succede spesso quando si lavora, non passava mai. Dalle 12 in poi ho fatto tre cose diverse: preparare una lezione con l’aiuto di Google, smorzare un dibattito nella pagina che modero, rispondere a un WhatsApp. Come niente, si sono fatte le 12.59. Non è stata tanto la pluralità di attività, quanto la dispersività dei social. Che non demonizzerò mai perché li trovo una grande risorsa, ma che purtroppo non sono facili da gestire come altre cose. Semplicemente, nel computo ci sono stati almeno 29 minuti di troppo che avrei potuto spendere diversamente: dopo mangiato, quando sono dovuta uscire a lavorare, mi sono accorta di non avere tempo per la cyclette.
  2. In gabbia da soli. Non so voi, ma io appena tornata a casa dalle vacanze sperimento una sensazione un po’ megalomane: quella di avere a disposizione tutto lo spazio possibile. Di guardare la città come se fosse tutta per me, ripercorrerne le strade fingendo di non conoscere il mio indirizzo, come se potessi ricostruirmi la mia vita dalla sera alla mattina. Però, dopo la prima settimana torno a ingabbiarmi da sola negli spazi di sempre, secondo i tempi di sempre. Anche quando vengono meno le motivazioni logiche dietro questa routine.

Insomma, che fare? Approfittare della situazione! Per esempio:

  • Il mio ragazzo è a un convegno? Potrei approfittarne per fare cose che l’organizzazione del tempo insieme rende più rare.
  • I corsi ancora non sono iniziati a pieno regime? C’è un negozietto che potrebbe avere saldi interessanti, anche se a dieci fermate di metro.
  • Mi è venuto meno un appuntamento della giornata? Potrei sperimentare quel baretto che serve una bevanda che mi piace.

Le cose che facciamo in automatico, le abbiamo cominciate così perché avevano un senso. Col tempo i meccanismi quotidiani assumono vita propria anche quando perdono la loro utilità.

È il momento di ristabilire un nesso tra le cose che facciamo e il loro reale proposito. Il nostro.

Il mio è stare bene, senza grattugiare troppo le gonadi al prossimo.

Spero che il vostro sia altrettanto piacevole.

 

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Risultati immagini per bored cat E che du’ palle! Quante volte me lo sono detta, in periodi meno ameni di questo?

Credo sia una sensazione comune, specie nei momenti in cui ci sembra che tutto quello che stiamo facendo si riduca alla parola manutenzione.

Stiamo evitando alla casa di cadere a pezzi, alla relazione d’infrangersi contro la monotonia, al lavoro di essere un’esperienza del tutto sgradevole.

E allora ci chiediamo: ma che cavolo facevo, prima? Quando mi andava tutto male e non avevo né un lavoro, né una relazione, né una casa decente di cui parlare?

Beh, hai detto niente. Ci andava tutto male.

Il #mainagioia è il migliore dei passatempi, il più epico.

E non scherzo. Nell’anno abbondante post-crisi che ho trascorso solo a rimettermi in forze, a “fare progressi”, riscoprire la vita, non mi sono annoiata un momento.

Avevo quest’epica tanto cara ai nostri giorni, quella del passo dopo passo, verso la vittoria, che ultimamente accompagna sia la fondazione di una ONG che il primo giorno di dieta.

Quindi i periodi schifosi ci risparmiano un problema importante: quello di fare i conti con la realtà. O almeno col suo lato meno epico: le inevitabili minutaglie.

La realtà, nei periodi neri, ce la possiamo solo immaginare durante la “convalescenza”, passeggiando in un parco che comincia a odorare di primavera, chiedendoci se tornerà mai quello lì nella nostra vita, oppure dove saremo da lì a un anno… Tutte domande che non includono quisquilie come il piatto doccia da lavare, o i primi, solitari venerdì sera in una città di sconosciuti.

La manutenzione è una delle necessità umane, la meno sponsorizzata nelle grandi manovre della felicità.

Quindi ho smesso di chiedermi perché tutta sta noia non mi toccasse uno, due, tre anni fa.

E ho imparato a godermi i periodi di bonaccia, in attesa del brivido delle novità future.

Sempre meglio che la risoluzione di sbagliare sempre e comunque, solo per evitare il fastidio di rimettere insieme i cocci.

 

welcomebackOra ci tocca un lungo gennaio. Pronti? Si parlava degli occhi infantili con cui ci siamo guardati durante le feste. La domanda è: riusciremo a conservarli, senza che il ritorno alla routine li offuschi?

Due estati fa andai a una specie di seminario a Parigi, attirandomi le ire della mia prof. catalana, per cui stavo facendo delle ricerche in archivio. Non fu un’esperienza folgorante, ma tornai rinnovata. Trascinando la mia valigia sul marciapiede di fronte all’Estació del Nord, ebbi la sensazione che la parte più importante di quel viaggio fosse il ritorno, perché avrei messo in pratica le cose importanti che pur avevo imparato interagendo coi compagni di corso.

Quante volte abbiamo avuto una sensazione del genere, al ritorno? Quella di essere diversi da come eravamo partiti e voler applicare questa diversità alla routine a cui torniamo. Eppure, a un certo punto, questa routine ci assorbe e non conserviamo che due o tre cose, quando va bene, del cambiamento che volevamo procurare. Succedeva fin da quando, tornati dal mare con tutti gli indirizzi dei nostri nuovi amici, ci scordavamo di scrivere oppure mandavamo, dopo tanto tempo, una lettera che non riceveva risposta. Al primo mese di scuola potevamo ancora scrivere “fuori uno” sulla Smemo, ma al secondo ci eravamo già fidanzate con quello dell’ultimo anno, con buona pace del milanese dell’ombrellone affianco.

Ebbene, vi dico che il cambiamento di quel seminario, in un certo senso, me lo porto dietro ancora adesso. Perché? Perché allora ho intuito come conservarlo: il cambiamento dev’essere miele, nella nostra vita, e non olio.

Dal mare tornavamo compatti e densi, come olio, e la marea della nostra vita quotidana ci travolgeva a poco a poco finché del cambiamento non rimaneva una lunga macchia sozza, sempre più piccola man mano che ci immergevamo nella normalità. Fino a perdersi nella pallida scia del ricordo.

Le lezioni di quel seminario, invece, furono per me come miele. Le mescolai pian piano nella vita di tutti i giorni, goccia a goccia, dosando bene: crediamo di non poter fare qualcosa da soli finché non lo facciamo (riferito al trasporto in aula di certi banchi a due posti); le persone sono arroganti con noi solo finché glielo permettiamo (litigai con un galletto italiano in classe che voleva sempre meic a provochescion); se non ci piace una cosa meglio smettere di farla, che perdere tempo per non scontentare nessuno (abbandonai una sessione particolarmente ridicola di Teatro dell’oppresso e me ne andai in giro per Parigi).

Certo, i primi momenti del ritorno sono i più ricchi di energia, e questo va usato a nostro vantaggio: io affrontai definitivamente un ex il pomeriggio stesso, nonostante i suoi ricatti morali. Poi, pian piano, lasciai che le mie nuove convinzioni si fondessero dolcemente con le ore di lavoro che mi aspettavano in archivio, per la gioia della prof. incazzata.

Facciamolo sempre, coi ritorni. Non pretendiamo di trapiantare la vita altrove in quella di sempre, senza anestesia. Lasciamo che si fondano pian piano.

A saperlo, quando tornavo dalle vacanze sporca di sabbia, che a portare il mare dolcemente tra i marciapiedi del paese l’avrei tenuto più a lungo con me…

Ora che so, invece, nessuno me lo può levare.

Groundhog-DayDi tutti i film per famiglie che possono venire in mente parlando di routine, ne ho scoperto da poco uno che mi ero sempre rifiutata di vedere: Il giorno della Marmotta, con Bill Murray.

L’avete visto? Ah, ero rimasta solo io, al mondo, a non… ? Ok, allora saprete che parla proprio di routine nella sua versione più estrema: il protagonista, un anchorman egocentrico e cinico che si crede il Padreterno solo perché dice le previsioni del tempo, si ritrova costretto a rivivere lo stesso giorno senza soluzione di continuità.

All’inizio si fa prendere dalla disperazione, poi considera i vantaggi più superficiali della situazione e se ne approfitta, per arricchirsi o spillare informazioni dalla collega che gli piace, che cerca di sedurre invano ogni giorno. Poi, scoprendo che è un incubo anche così, decide di togliersi la vita. Ma per quanto orribile e senza scampo sia il suo suicidio, si sveglia ogni giorno con la stessa canzoncina stupida, con la sveglia che scatta alla stessa ora, con le stesse persone a dargli il buongiorno.

Un tizio intrappolato nella routine quotidiana, con la sensazione di fare le stesse cose, senza poterne mai uscire. Vi ricorda qualcuno?

Alla fine, capisce che non gli resta che una cosa: fare buon viso a cattivo gioco e darsi da fare. Finalmente si prende la responsabilità delle giornate che sta vivendo, e le usa, mo’ ci vuole, per trasformare ogni sveglia in un “giorno migliore”. Lo stesso giorno, ma sempre migliore. Così porta in ospedale il barbone che ogni giorno gli chiede la stessa moneta, e quando muore decide che il giorno dopo gli offrirà un pasto caldo. Aiuta delle vecchiette in auto a riparare una gomma, e impara a suonare il piano, assumendo ogni giorno la stessa maestra, ogni giorno più sorpresa dal fatto che quella sia “la sua prima lezione”. E quando avrà imparato a non usare gli altri per riaffermare il suo ego, ma a condividere la sua parte migliore con loro, finalmente l’incantesimo si spezza.

A noi non deve capitare niente di così spiacevole, come ripetere lo stesso giorno: i periodi di transizione servono a questo. Se dobbiamo sostituire una routine con un’altra, scegliamocela bene, stavolta.

E soprattutto, lasciamo spazio alla parte più bella della routine: tutto ciò che routine non è. Facciamo che l’imprevisto sia parte della nostra quotidianità, apriamoci alla sorpresa di una passeggiata nel vicinato, e quando diventerà routine anche quella spingiamoci più in là, a vedere che succede nella stradina inesplorata alla fine dello stradone.

Io, ormai lo sanno anche i sassi, venivo da una brutta delusione. Ma a passeggiare per le stesse strade che in passato mi vedevano avventrice e ora “vecina de barrio”, era cambiato tutto. Non vedevo il mio dolore a passeggio. Vedevo loro: le persone sedute a godersi un giugno già estivo, in una Barcellona che sembrava King’s Landing.

Quasi mi rammaricavo di non conoscerli per bere con loro, io che prima li ignoravo o mi chiedevo come potessimo essere così diversi (loro sereni e io affranta).

Poi, passando davanti a una tavolata particolarmente allegra, ho visto che quello a capotavola era proprio carino, e senza neanche pensarci, che è l’unico modo per fare queste cose, l’ho guardato a lungo. È successo che lui ha guardato me.

Allontanandomi lo vedevo sporgere il braccio verso di me, esitante, poi tornare ad abbassarlo, sfottuto dai compagni, poi tornare ad alzarlo in un ultimo sforzo prima di rinunciare e aspettare magari la prossima.

No, non ero pronta a fermarmi. La nuova routine non dev’essere uno sforzo, ci deve venire spontanea. Inutile approfittarne per sovraccaricarci di lavoro e imporci la vita che vorremmo, invece di lasciare che lei s’imponga a noi.

La prossima volta, magari.

La prossima volta mi fermo.

coffee-2Appena traslocato, è successo di nuovo.

La prima volta, in Italia, mi ero ritrovata a bere latte e zucchero a merenda, che quasi quasi i cavoli ci sarebbero stati meglio (e poi la merenda, a 20 anni passati…).

Adesso che ho gli anni di Cristo, mi potevate ammirare dal balcone dei miei nuovi vicini, direttamente sparato su camera mia, a mangiare il seguente spuntino di mezzanotte: cartoccio unto di patatine con salsa brava; panino con lattuga, pomodoro e uovo fritto. Il tutto innaffiato da Coca Cola, ovviamente.

Capisco che a questo punto scatti il paragone con le spedizioni al fast food di una 35nne Charlize Theron in Young Adult, e se non vi è manco passato per l’anticamera del cervello di paragonarmi a Charlize… Be’, mi domando proprio il perché!

In ogni caso, la morale della favola è: la nostra vita è routine. Anche la felicità. Si basa su gesti ripetuti ogni giorno, in modo più o meno metodico, finché non diventano i nostri gesti. Per questo è difficile essere felici: anche l’infelicità si costruisce giorno per giorno, ma pare che quella la mettiamo su con più entusiasmo, manco fosse una credenzina Ikea. Ed è difficile accettare le novità anche quando sono belle.

Ma quando siamo costretti a cambiare routine, come in caso di trasloco, o di cambio di un lavoro, o di fine di una relazione, allora entriamo nella Terra di Mezzo della possibilità. E del potere sul tempo e sullo spazio, di gestirli improvvisamente come meglio crediamo.

La prima reazione, tornando a Hollywood, è quella dei personaggi che scoprono improvvisamente di avere un potere magico.

Ed è facile che le prime mosse, giustificate un po’ dalla stanchezza, siano come le mie del post-trasloco: cartoni di pizze sparsi sulle scatole appena svuotate, tre giorni di seguito a mangiare roba cinese, passeggiate a mezzanotte perché non riusciamo a dormire nella nuova stanza.

Poi, col tempo, anche la nostra nuova vita diventa routine, e semplicemente il nuovo posto in cui mettiamo lo spazzolino si sostituisce a quello vecchio, e neanche più ricordiamo delle nostre manovre per aprire la scassatissima serratura dell’altra casa.

A questo punto, però, fermiamoci.

E cerchiamo di sfruttare la cosa a nostro vantaggio, per costruirci una vita migliore.

Come? Eh, saperlo. La prossima volta vi spiego come sto facendo io, con l’aiuto di un film. Indizi: commedia americana scema, con Bill Murray, ha decisamente a che vedere con la routine.

Per chi ha indovinato, in palio… Niente. E ja’, per una volta fingiamo che sia un blog serio!