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La mia cena, dal Facebook di The Green Spot

Detesto uscire il sabato, ma tant’era.

Il compagno di quarantena doveva aggiornarmi su una questione di famiglia, non avevamo la testa per cucinare.

Forse odiare il sabato è la quintessenza del privilegio, perché comporta la possibilità di uscire altri giorni, o anche solo di uscire. Devo dire che passavo il week-end a casa anche quando insegnavo italiano a quindici euro l’ora. Preferivo cenare fuori il mercoledì, a costo di tornare a casa a un orario che, in confronto, Cenerentola faceva la DJ.

L’altra sera, in una Barcellona di nuovo affollata, l’idea era riprovare con una catena hipster che dopo le otto presentava due vantaggi: parte della clientela nordica era già altrove a ubriacarsi; metà menù era già plant-based (cioè, vegano per gente insicura), risparmiandomi trattative con una cameriera che mi chiedesse: “Ma tu sei senza glutine?”.

Una volta dentro, però, il mio accompagnatore ha assunto l’espressione di quando desidera stare in una foresta del neolitico, piuttosto che in fila davanti a una cassa, con la musica a palla. Ah, i bei tempi in cui gli uomini andavano a caccia di felafel, mentre le donne raccoglievano chips di kale! Stavolta ero d’accordo almeno su una cosa: conversare lì dentro sarebbe stata una tortura.

C’era un’alternativa, lì vicino, ma… Come spiego qui, è quella che divide la comunità vegana, a seconda della provenienza geografica e del potere d’acquisto. Sì, ma, quando siamo arrivati (e il compagno di quarantena ha fatto la faccia spaventata), la prima cosa che ci ha colpito è stata la quiete: lume di candela, musica appena udibile, la sala mezza piena di un ristorante “impegnativo”, almeno per gli standard locali.

Il tavolo alla nostra destra era occupato da una coppia elegante “che festeggiava qualcosa”, come ripeteva lui a una cameriera paziente: lui era più anziano, diceva Game of Thrones con l’accento di chi di solito lo chiama Juego de Tronos. Durante i suoi raptus più audaci, sedeva accanto alla sua bella, piantandomi quasi il mocassino sul ginocchio. La coppia alla nostra sinistra era immersa nella lettura dell’oroscopo di lui: lei spiegava a manetta la questione delle case, lui si limitava a cacciare un “Sí, claro” ogni tanto. Mi sa che ci avevano Saturno contro.

Direte voi: ma eri lì per farti i caxxi degli altri? No, ma la musica bassa ha i suoi svantaggi! Di buono c’era che, mocassino sul ginocchio permettendo, mi sono goduta sia il tempeh artigianale che il dialogo col compagno di quarantena.

Insomma, è stata una serata impagabile. Perché la cena è costata il doppio del previsto (ho offerto io, malpensanti!), ma per tre portate deliziose e un’atmosfera gradevole. La catena hipster si sarebbe presa comunque quindici euro per due felafel e un contorno, da consumare in una stanza affollata. Per le circostanze (era sabato) e le esigenze che avevamo (parlare), non avrei risparmiato quindici euro, ma ne avrei persi quindici. Giusto quelli che guadagnavo insegnando italiano.

Ai tempi, arrivai alla risoluzione di uscire giusto un paio di volte al mese, ma farlo bene.

“Risparmio”, in napoletano, si dice sparagno. A volte crediamo di sparagnare su noi stessi, e ci stiamo solo svendendo.

Come si dice? ‘O sparagno nun è maje guadagno.