Archivio degli articoli con tag: sacrificarsi per gli altri

SkinLo so che ne abbiamo già parlato, ma è meglio ritornarci, perché questa battaglia, come suggerisce il titolo, si combatte sulla nostra pelle, e noi non ne siamo i protagonisti. Noi siamo solo il campo di battaglia.

Lo siamo ogni volta che qualcuno che amiamo molto, amico amante o genitore, pensa a noi e si chiede “È giusto che io l’opprima coi miei problemi?”, e si risponde da solo di sì, perché tanto soffre. Come se la loro sofferenza giustificasse qualsiasi cosa, anche invadere le nostre vite con le loro richieste di attenzione, intrufolate dappertutto come prezzemolo nella minestra.

Ma il caso peggiore è la persona incapace di dire sì che crede di risolvere il problema passando dall’altruismo forzato all’egoismo a oltranza: comincia a dire di no a qualsiasi cosa. Così si trasforma anche in una sorta di parassita, ci sfrutta, in nome di tutto quello che ha fatto per noi senza che glielo chiedessimo e senza neanche che ci servisse.

Sono persone che senza volerlo o senza neanche farsi ‘na domanda ci sottraggono tanto di quel tempo, ci succhiano tante di quelle energie, senza restituircele o senza trarne alcun beneficio, che non ci fanno capire subito una cosa fondamentale: in questi casi, per noi, l’egoismo è d’obbligo. Prima di tutto, perché egoismo non è. Sì, perché se non possiamo aiutarle (in fondo vogliono l’impossibile, vogliono che qualcun altro risolva i loro problemi), immunizzarci è l’unica chiave.

Dobbiamo dirglielo, lucidamente: guarda che sei così presa/o dai tuoi problemi che vedi solo quelli, li proietti anche su di me, ma che ti piaccia o no io sono altro da te, ho la mia vita, e non hai il diritto d’invaderla, specie se consideriamo che non ne trai alcun giovamento.

E allora, solo allora, potremo salvare l’amicizia, se ci teniamo, o il rapporto di qualsiasi genere che abbiamo intavolato con questa persona, e andare avanti per la nostra strada sapendo che i problemi degli altri non li risolviamo che facendoglieli notare, ammesso che vogliano vederli, e dando loro l’unica cosa che possiamo: la nostra compassione, la consapevolezza che da esseri umani siamo anche fragili e imperfetti, e va bene così.

Basta che questa fragilità e imperfezione non diventino la scusa per star male a vita, a spese altrui.

DisneyVillains_20120926Dopo la discussione della tesi di dottorato, si profilò tra i parenti l’ipotesi che il giorno successivo tornassi a Napoli, dal paese, apposta per accompagnare la mia tutor straniera alla navetta per l’aeroporto: più di un’ora tra andata e ritorno per neanche mezz’ora di tragitto insieme.

Quando dissi che in queste cose “stavo diventando catalana”, e quindi come la tutor stessa non vedevo l’urgenza di andarci, mi si rispose con ironia, “Macché catalana, stai diventando stronza!”.

Per la cronaca, la tutor si fece un tragitto simpaticissimo col professore di Siviglia, e dopo mi descrisse pure, tutta orgogliosa, i presunti reati tutti partenopei a cui aveva assistito strada facendo.

Quanto a me, ebbene sì, sto diventando stronza. E me ne vanto.

Perché pian piano m’immunizzo alla logica del “devi schiattare in cuorpo, ma devi essere gentile”.

E mando a quel paese (il mio) la filosofia del dover sacrificare la mia giornata e i progetti che le avevo dedicato a un inutile gesto di gentilezza, guarda caso verso qualcuno che sia più potente di me, o che possa avere una certa influenza sulla mia carriera.

Questa piaggeria spacciata per cortesia la lascio volentieri alla madrepatria, onestamente. Sono ancora fiera di litigare alla cassa per chi debba offrire, dopo un caffè tra amici, mentre l’occasionale cassiere italiano spiega ridendo che si sente un po’ a casa. Quello che non voglio fare è cacciare io la differenza, che spicciolino per spicciolino ammonta a 3 euro, per l’amico troppo stordito svampito svanito per capire che se non hai nemmeno i 5 euro per un kebab, la capatina al bancomat la devi fare PRIMA di ordinare, invece di aspettare 10 minuti al bancone e proporla solo a scontrino fatto. E che, ti mando a prelevare per 3 euro? Questa parte ipocrita mi è rimasta.

Ma è il gesto, che dà fastidio, come si dice da me. L’abuso della gentilezza altrui, sistematico, parassitario, da parte di quelli che sembra sempre gli sia tutto dovuto, perché la vita è stata così ingiusta con loro, e allora tu paghi i tre euro di differenza, o sacrifichi il tuo pomeriggio di scrittura a dargli pacche sulle spalle, e pensi poverino, con quello che gli è successo, se lo merita.

Ma si meritasse quello che vuole, fuori dal mio pomeriggio. Perché a fare le buone samaritane dei martiri professionali, non facciamo del bene a loro, e ci roviniamo la vita noi. Li confermiamo solo nel ruolo di crocifissi dell’esistenza, facendo il gioco della parte di loro che è troppo spaventata o troppo pigra per cambiare, e allora succhia le energie di chi invece nel suo piccolo ci prova.

Quando capiamo che, tradotta nella nostra lingua, la parola “stronza” può indicare “presente a se stessa”, una che ha capito che non farsi sfruttare significa anche aiutare davvero, quando serve, e farlo al meglio, quando l’abbiamo capito siamo pronte ad affrontare l’ultimo scoglio.

Quelle che stronze non ci saranno mai, lungi da loro, che anche in trasferta non hanno perso la corsa folle al compiacimento degli altri, altrimenti non si sentono abbastanza donne, abbastanza folli e martiri come le loro madri e le madri delle loro madri.

La declinazione al maschile del fenomeno merita un post a parte, perché in più ci mettono la prosopopea di credersi gli unici al mondo a fare tanto.

Le antistronze, intanto, conciliano famiglia lavoro tempo libero e pranzi luculliani per trenta, con tutte le cose buone che sanno cucinare e invidio loro genuinamente. Quello che non invidio è la pretesa per cui, se hanno imboccato una vita da schiave, debba averla abbracciata anche il resto del mondo.

E insomma, come ho potuto io, dopo un’intera giornata ad andare avanti e indietro per Barcellona a fare cose moleste, non dedicare la mezzanotte al bigliettino in dieci lingue da scrivere al compagno che parte, bigliettino che peraltro avrei dovuto comprare in fretta e furia in pausa pranzo?

Lei, l’antistronza, nello stesso giorno avrà portato a scuola i suoi tredici figli, lavorato 20 ore, pulito casa, prenotato i voli per Natale e scalato l’Everest.

La prossima volta le chiedo se mi ha mandato una cartolina, dalla cima.

No, mi risponderà.

Cosa? Mi scala l’Everest in pausa pranzo e non mi manda neanche una cartolina?

Che stronza.