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funny-pics-funny-quotes-funny-sayings-funny-pics-2014-Favim.com-1093250E niente, come dicevo nell’altro post sono sopravvissuta alla canzone di Adele, mai ascoltata che io sappia, e pure al Black Friday.

Sono passata per Portal de l’Àngel proprio mentre chiudevano i negozi, ma ho fatto in tempo a vedere la scritta che troneggiava sulle vetrine: tutto al 20%. Il ven-ti-per-cen-to? A me serve giusto un paio di calze, marroni. Secondo voi mi vado a prendere a capelli con mezzo mondo per pagare 1 euro e 60 in meno sul prezzo normale? Vabbe’ che non lo farei neanche se me le regalassero, ma a maggior ragione, chi si è fatto abbindolare da una roba del genere? Ah, molti?

Ok. Ognuno facesse quello che vuole. È che ultimamente mi sto rendendo conto della famosa differenza, che ebbene sì, mi tormenta spesso, tra volere e avere bisogno.

Le due cose andavano a braccetto per la zia novantenne che si chiedeva perché comprassimo le patatine fritte surgelate, quando bastava prendere una patata e tagliarla a sigaretta: l’olio l’avremmo scelto noi e avremmo fritto una volta sola. Ma a noi nipoti consumisti piacevano di più così.

Adesso no, mi sto rendendo conto che, se superiamo l’equivoco della comodità, tendiamo a volere solo le cose di cui abbiamo bisogno. L’insalata imbustata sarà comoda, ma quando comincia a marcire la rucola prima della lattuga a un paio di giorni dalla data di scadenza, e non riusciamo né a mangiarla né a buttarla, ci ricordiamo che il fruttivendolo ha la gentilina rossa a 10 centesimi in meno, un cespo intero. Ho cronometrato il tempo che ci metto a lavarla: cinque minuti perché sono lenta. Non ne valgono la pena?

Così per tutto il resto. Sono stata a un mercatino di beneficenza e ho preso vestiti carini e originali, roba di Nolita, Benetton, Miss Sixty. Alcuni nuovi, modelli che mi piacevano e nei negozi non trovo più, e adesso sto pensando a cosa mi servirebbe comprare e non trovo risposta (a parte le famose calze marroni). Ho tutto e mi scoccio di far posto ad altra roba che non mi serve.

Ho scoperto la passione per la cucina cinese, quella vera di zuppe e tagliatelle fatte a mano, e mi lascia perplessa chi dice che non può “permettersi di essere vegetariano”, forse pensando ai prezzi di Valsoia e prodotti bio. Dici che non vuoi, magari, non ti obietto niente, ma se mi tiri fuori l’economia ti ricordo che a fronte dei cinque euro delle tue ultime fettine io ho speso 80 cent di farina di forza e ho fatto tanto di quel seitan che pensavo di surgelarlo. Peccato che non surgeli mai niente, non ho bisogno neanche di questo. Lo spleen domenicale a che serve, se non a cucinare per mezza settimana?

Ma d’altronde, a che serve il Black Friday? A far girare l’economia. La stessa che condanna al precariato i commessi che fanno turni massacranti non retribuiti per farci comprare gli ultimi regali di Natale.

A proposito, sto facendo sciarpette per tutti, e non crediate che i gomitoli costino poco, vanno dai 5 ai 7 euro e per un lavoro decente ce ne vogliono almeno un paio. Ma volete mettere “‘a cazzata pe’ tu’ cognato”, come direbbe Osho, presa all’ultimo momento al centro commerciale, con la sciarpetta sbilenca che i miei amici fingeranno di apprezzare con un sorriso a denti stretti? Apprezzeranno il lavoro fatto pensando a loro ogni sera davanti a un film, o non sono amici miei.

Quello che voglio dire, in tutto questo, è: perché c’è la corsa ai regali, coi nuovi rituali dello sconto inventati negli ultimi anni? Perché così si usa. E perché così si usa? Perché abbiamo sempre fatto così.

Non sarà, allora, che sia questione di abitudine?

Perché, se è così, è fantastico: basta cambiarla! No, che non è difficile, basta fare un’altra cosa ogni giorno e diventa un’abitudine pure quella.

Sarà che i miei coinquilini, in questa casa, vengono e vanno a intermittenza, sarà che essere abbandonati al proprio destino genera mostri, ma io un po’ per volta ho assunto uno stile di vita basato molto sul fai da te, che mi taglia i costi perché compro quasi solo materie prime, e mi fa capire sul serio che tante cose che ci sembrano indispensabili lo sono diventate all’improvviso e quando impariamo a farne a meno non le rimpiangiamo affatto. Sì, lo so che non ho scoperto niente e siamo in tanti. Ma non sarà che siamo ancora pochi, a giudicare da come si sbattevano quelli del Black Friday?

Ok, le calze marroni mi servono ancora e non mi priverò della busta di germogli quando torno famelica dal corso delle 21.00. Non si tratta di riciclare per sempre le camicie smesse come stracci per la polvere e mangiare la stessa zuppa per una settimana, come “chi ha visto la guerra”.

Si tratta di scegliere come vogliamo vivere. Il resto, quello che dico succeda quando abbiamo cominciato, potrebbe sorprendervi sul serio.

 

 

 

desigualE poi ci sono quei pomeriggi.

Quelli in cui la traduzione del giorno è nel suo file, il bando l’hai letto, le nuove critiche al libro stanno lì a macerare, come fiori per un profumo, e tu hai la stessa tranquillità e pace interiore di Virginia Woolf (senza peraltro un briciolo del suo talento). Anzi, rispetto a te Virginia Woolf ha la tranquillità e pace interiore di un impiegato del catasto con l’hobby della filatelia.

In questi casi, prima di ricordare che vivi al quinto piano, è meglio uscire per saldi, che, senza fare la Sex and the City della situazione, un cappottino nero non ci starebbe male, così non appezzotti sempre la trapuntina-beige-che-sta-bene-su-tutto.

Allora, benvenuti al tutorial dei saldi del basilico! Volete sapere il trucco dei trucchi, quel posticino che sa solo chi ci vive, in una città? Ebbene, vi svelo il mio piccolo segreto. Rullo di tamburi…

Il Corte Inglés!

E manco quello dell’Hard Rock Cafè, o di Portal de l’Àngel. No, proprio quello di Plaça Catalunya. Sì, lo so, non ringraziatemi. Se non ve l’avessi detto io, non l’avreste neanche notato, sobrio com’è.

Sono giunta a quest’importante filosofia di vita dopo aver provato di tutto: gli outlet vicino Plaça Tetuan, i negozietti fricchettoni del Gotico, e perfino i cinesi di Sant Antoni. Niente da fare. Al Corte Inglés la maggior parte della roba esposta in saldi è per la serie “devi dare tu i soldi a me per mettermelo”, ma hanno tanta di quella stoffa a marcire nei magazzini, che ogni tanto trovi delle ex promozioni (leggi “scarti degli scarti”) al 50 e 70%. E se avete gusti diametralmente opposti alla maggioranza della popolazione (e un busto che per le magliette potreste andare ancora da Prenatal), vi siete fatti il guardaroba di Pasqua, Natale e Capodanno alla faccia di Manolo Blahnik.

Intendiamoci, le canotte a costine Ralph Lauren a 20 euro, che le trovi uguali a 5 di Sfera (la linea economica del magazzino), stanno bene dove stanno. Ogni tanto, però, rimedi cose buone, pure nell’intimo: in saldi trovi certe marche “che durano” al prezzo intero di quei completi italiani (non fatemi nominare la catena) che prima ti scuciono 20-30 euro, poi si scuciono il tempo di portarli fuori dal negozio.

In genere, poi, durante i saldi gli stranieri non residenti a Barcellona hanno uno sconto del 10%, presentando un documento d’identità all’ingresso. Le mie amiche catalane, sapendolo, hanno fatto tante di quelle storie che non ho il coraggio di presentarmi lì con le “s” a fine parola e dichiarare di essere appenas arrivatas. Anche perché, con la gente che frequento ora, magari mi uscirebbe in catalano, e non sarei credibile.

Comunque ribadisco, non è che si trovi granché. Infatti l’amica sarda ex residente, ora in visita fino a domenica, la incontro coi reggiseni a metà prezzo infilati in borsa e le mani vuote. Le sue, invece, sono occupate a scattare varie foto a una turista che voleva mettersi in posa sulla Rambla del Mar, con un venticello scherzoso che la bora in confronto è un ventilatore rotto.

Tanto noi andiamo al cinema, al Maremagnum. Per una volta che vogliamo vedere lo stesso film, The Hobbit, e prima che me ne penta, sbrighiamoci a comprare i biglietti (e l’osservazione che alla stessa ora ci sia anche Lincoln, amica mia, è proprio un colpo basso, vade retro Satana).

Per fortuna o purtroppo, nonostante la zona turistica al massimo, il film è in spagnolo. E voglio stare pure a discutere, per poi uscire comunque dal cinema, sui pregi del doppiaggio italiano, ma in spagnolo davvero non si può sentire .

Ma la simpaticona alla cassa è disposta a restituirci i soldi, non prima di aver sbuffato e fatto una predica alle due italianinis sul fatto che “in Spagna” i film siano doppiati in spagnolo, a meno che non sia specificato altrimenti.

Muy amable, eh, sibilo, ma lei traduce correttamente neh vrenzola, i favori si fanno o no, senza brontolare, credevo che in questa munnezza di centro commerciale fosse tutto per turisti e comunque, vivendo tu a Barcellona, la Spagna che ci vuoi insegnare l’avrà vista al massimo nonneta. E per sua fortuna non dice niente.

L’unica cosa certa è che devo una serie di birre all’amica allibita. Sarà la pace interiore di cui sopra.

pastisE al Pastís, inaspettatamente, c’è un delizioso concertino. Casi el mejor trío del mundo: banjo, trombone e clarinetto. Musica tipo swing, da orchestrine anni ’30, con tanto di vocione simil-nero del banjo, che in realtà pare slavo. La “trombona”, invece, è catalana.

Avventori simpatici, internazionali, dai francesini al tizio col pantalone a zompafuosso, che decidiamo esser fresco di ostello.

– Meglio che il cinema! – ammette l’amica.
– Mi piace quello di fronte a te – rispondo.
– Sì, non è male.
– Oddio, siamo d’accordo su un uomo!

Non succedeva dalla trobada de becaris, quando un collega dottorando si girò un momento e nella catalanissima aula dell’Ateneu Barcelonès risuonò un grido in sardo: “Abbiamo pensato la stessa cosa!”.

Ma dura poco. Fino al momento in cui la mia follia pomeridiana è affogata in un delizioso Don’t Worry Be Happy versione swing. E ci mettiamo tutti a fare i cretini appresso al terzetto.

Tutti, tranne lui.

– Complimenti, Maria. Sei riuscita ancora una volta a notare l’unico che non sorride mai. E non balla, non va a tempo…

Lo so, sono campionessa mondiale. Ho fatto di meglio, eh. L’ho sgamato anche una domenica sera al Big Bang, nel momento di massimo sovraffollamento.

Stavolta sono pure fiera di me, perché per notarlo non mi ci è voluta un’altezza straordinaria, o degli occhi azzurri che brillano nel buio. Solo un nasino all’insù sotto un paio di occhiali rétro, e scarpe da ginnastica con l’immancabile calzino bianco. Vorrei solo capire quale tipologia ha captato stasera il mio radar, che in genere, come Paganini, non ripete. Apatico cronico? Celo. Innamorato dell’ex? Celo. Religioso sessuofobo? Celo.

Per una volta, resterò col dubbio. E con una borsa piena di mutande al 50%.