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couple-funny-and-hot-exercise  Il mio corpo ha pensato bene di prendere in mano la situazione.

Sarà che sono campionessa mondiale in somatizzazione. Ma lo fa sempre, quando non so che pesci pigliare.

Adesso, per esempio, mi ha detto basta credere di conciliare tutto se vivi a 40 minuti di metro da dove studi/lavori. Ti mando certi crampi di fame fin dalla prima ora di Filosofia, che se fai una domanda cominci a parlare spagnolo come Pieraccioni ne Il Ciclone.

Allora, visto che io non mi ci raccapezzo e vivo come se fossi Superman, ci pensa lui.

Prima di tutto, un bel raffreddore, così faccio poco la spiritosa ad alternare doppie felpe in casa e piumini primaverili fuori, ingannata da questa falsa primavera.

Poi, non riesco a rispettare l’ultimatum “a letto all’una”? A mezzanotte e cinquantanove, se mi decido a staccarli più di dieci minuti dal pc, comincio a chiudere pesantemente gli occhi.

Direte voi: ma questo il tuo corpo l’ha sempre fatto.

Rispondo io: sì, ma non me lo filavo proprio.

E non capivo che ascoltarne i ritmi ha decisamente senso. Se è per questo, non lo capite neanche voi, vero?

In quanti avete detto “a gennaio palestra”?

In quanti dite “da domani dieta”? Io, da quando riesco a individuare il momento stesso in cui mi finisce l’appetito (a costo, i primi tempi, di restare con la forchetta sospesa a mezz’aria), mi sono accorta che gran parte del piatto la ingurgitiamo per abitudine o perché sta lì. Ma non ci serve, e magari neanche vorremmo finirlo. Siamo abituati. Invece, mettiamo tutto in una schiscetta e abbiamo letteralmente “la pappa pronta” per il prossimo pasto.

E poi quelli che se ne stanno giorni e giorni al pc su un lavoro che non riescono a terminare, senza rassegnarsi al fatto che a spegnere tutto (cervello compreso) per una serata, le cose verranno quasi da sole la prossima volta che ci daranno dentro.

Insomma, a lasciar fare al corpo sappiamo i nostri ritmi. A non mortificarlo con digiuni e notti insonni per finire un lavoro da consegnare, ci viene spontaneo lavorare ore, seguendo il flusso.

È che l’abbiamo perso, un po’, il contatto col corpo. In fondo crediamo ancora a Monsieur Descartes (Cartesio) e lo usiamo come strumento di una mente che, quando ci viene meno il supporto fisico, ci lascia soli con le cose più elementari da fare. Così riponiamo il pacco di pasta nello sgabuzzino e lo strofinaccio in dispensa.

Alla fine, a lasciar fare al corpo, si risparmia energia e si arriva lo stesso. Si parte sempre dall’idea che non sia saggio, che sia solo un impaccio cocciuto.

E invece è lì, impossibile da metter via perché al massimo ci metterà via lui, quando si sarà scocciato di venire incontro alle nostre esigenze matte.

Allora, senza essere così drastici, proviamo a dargli ascolto e vediamo che succede.

Attenzione: tende a far tutto lui. E pure bene. Che smacco per le nostre manie di controllo.

faro tempesta

Mi è rimasto questo vizio dall’infanzia: pensare che tutte le attività diverse dal divertimento siano un peso per chi le svolge. “Non muoverti, lasciami lavorare”, mi diceva il parrucchiere, mentre barcollavo sulla pila di cuscini messi lì perché arrivassi all’altezza del phon. “Mi pagano per insegnarti l’italiano, quindi non ti lamentare”, sparata di una maestra un po’ umorale a un mio commento su un termine difficile. E io a pensare ecco, stanno lavorando, fosse per loro io potrei anche sparire dalla faccia della terra, mi sopportano perché devono.

Ovvio che l’esperienza m’insegna che alcune delle cose più belle si fanno proprio quando non ci si diverte. Che lavorare a una cosa che ti piaccia è sicuramente meglio di certe feste barcellonesi tutte tequila e sorrisi finti.

Ma non avevo mai applicato questo ragionamento a situazioni in cui non svolgiamo nessuna attività, anzi, siamo in completa balia degli eventi. Quando ci diagnosticano una malattia quantomeno fastidiosa, la nostra metà ci informa che non ci ama più, il capo ci schifa a morte a prescindere da come lavoriamo. Insomma, quelle botte di culo in cui sicuramente non ci stiamo divertendo (a meno che non siamo masochisti forte), e non possiamo certo dire di star svolgendo un’attività utile o appagante che giustifichi il mal di pancia.

Allora mi è venuto in mente quel filmazzo con George Clooney ancora idolo delle folle, La tempesta perfetta. Mai visto, ma improvvisamente mi appassionava l’idea. Due ore al cinema a vedere il George dondolare paurosamente tra cavalloni forza 7 (che è il massimo a cui arriva la mia immaginazione, limitata dalle peripezie degli aliscafi per Capri).

Ok, anche no.

Ma mi è venuto in mente perché improvvisamente ho capito perché attraversare la tempesta perfetta possa vendere biglietti e sembrare perfino interessante. Niente a che vedere col sadismo, né col pensiero positivo (che in qualche occasione possono essere sinonimi). E il lato positivo della cosa non si manifesta subito.

Ma dopo qualche tempo che siamo lì che dondoliamo e buttiamo le viscere in quei sacchetti odorosi d’arancia che ci porgono i marinai sull’aliscafo di cui sopra (ma allora lo fanno apposta?), la cosa comincia ad avere un piacere sinistro. Nel senso che vogliamo sapere come va a finire. Specie se, come dovrebbe essere, siamo al timone, e una certa parte dell’esito dipende da noi. Non quella che vorremmo, purtroppo: la tempesta è lì, che ci piaccia o no.

Una non meno importante, però: quella che ha a che fare con come ne usciremo.

Che ci ritroviamo su un’isola deserta con un tipo curioso (non chiamatelo Venerdì che secondo me s’incazza) o sulla zattera della Medusa, o riusciamo ad arrivare sani e salvi a un porto, un qualsiasi porto, osserviamo come ci siamo arrivati. Se ci siamo afferrati al timone con tutte le nostre forze, abbiamo fatto le virate giuste, o dobbiamo ammettere di non averle proprio azzeccate tutte. Se abbiamo lanciato gli SOS del caso, che pure a chiamare aiuto, a volte, ci vuole coraggio.

Se ci va di tornare indietro, al porto sicuro che avevamo lasciato, o vogliamo restare lì, a tempesta passata, a scandagliare un po’ i flutti in cerca di balene da favola o esplorare l’isola, con buona pace di Lost (altra lacuna).

Insomma, dopo giorni e giorni che precipitiamo in una situazione sgradevole, dopo i primi momenti di frustrazione cominciamo a galleggiare, nella migliore delle ipotesi impariamo a nuotare, e impariamo molto sulla nostra capacità di resistenza. E la prossima tempesta col cazzo che ci prende alla sprovvista (ok, pia illusione, ma quanto a fiato e bracciate avremo un allenamento che manco Rosolino).

Qualsiasi cosa succeda, le tempeste, riconosciamolo, possono avere un loro perché. Perfino quelle.

E se perfino le esperienze cattive hanno un loro perché, non dico che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poteva andare peggio, molto peggio.