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Risultati immagini per mercat de sant antoni L’inaugurazione ufficiale è domani e già mi arriva il messaggio dell’agenzia immobiliare fighetta (devo svoltare, ricordate?), che mi propone un appartamento “con vista sul Mercat de Sant Antoni“. Pavimento con “mosaico idraulico”, travi a vista. Prezzo: 800.000 euro.

Al terzo appartamento dal prezzo gonfiato perché, suggeriva la descrizione in mail, s’intravedeva il Mercat, ho concluso che è ufficialmente aperta la stagione di caccia. Agli allocchi.

Qualche giorno prima, una piattaforma di abitanti del quartiere di Sant Antoni postava quest’articolo del País, secondo cui i residenti storici sono costretti a smammare, e (purtroppo) la popolazione del quartiere diventa sempre più giovane, straniera e specializzata. Adesso, anche se i quaranta si avvicinano e le mie specializzazioni si sono rivelate inutili, confesso che un po’ mi fischiavano le orecchie.

Ho fatto quindi presente che, spesso, questi “speculatori senza cuore” lavorano in realtà per multinazionali che gli danno anche 1600 al mese (mica male, per Barna!), ma con contratti risibili anche quando sono a tempo indeterminato. Possono quindi permettersi affitti più alti, ma per quanto tempo? Sono gente del posto, invece, tanti dei proprietari di intere palazzine, magari ereditate dopo l’abusivismo dei ’70, che aumentano gli affitti del 50%, o magari mandano il portiere a fare mobbing ai vecchietti con contratti antichi, non modificabili.

Facile identificare nemici, quindi, in mancanza di politiche collettive di contenimento degli affitti, o di prevenzione delle speculazioni “seriali”.

Poi ci sono entrata, nel mercato: ho fatto lo slalom insieme ai magazzinieri tra le vecchiette dotate di carrello, con un nastro giallo appuntato alla giacca di mezzi tempi. Mi ha colpito lo stridore tra i tentativi di “vendere” Sant Antoni come barrio chic, e la merce venduta nelle bancarelle: le casacche un po’ amorfe che qui passano per “pratiche ed eleganti”, le versioni economiche dei sandali più in voga tra gli autoctoni, i legumi già cotti e sconditi che sono un classico dei mercati locali.

E allora mi sono accorta di avere due sogni, per la città che mi ha accolta più o meno benevolmente da dieci anni: delle politiche sociali che, come diceva l’illuminato partecipante a un seminario sul turismo, “tutelino sia i diritti di chi sta qui tre giorni, che quelli di chi ci vive, senza badare a quale dei due spenda di più”; l’ennesima prova di creatività da parte di un popolo che ne ha già date tante. Fuori al mercato c’era un negozio tutto catalano di scarpe non troppo care, dal design originale, fatte con “materiali ecologici”. Ecco, una cosa simile spero di vedercela dentro, al mercato, prima del chioschetto “Avocado project” che esponga insalate di semi di chia (?) a 10 euro.

Faremo in tempo?

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Francisco Goncalves Photo

Francisco Goncalves Photo

Sento l’italiano e mi giro a guardarla, nel supermercato. La trovo alta, ma non mi accorgo della pelle ambrata. L’accento mi pare del sud, è lontana e non so con chi parla. Lo scopro alla cassa.

Con una bambina.

I capelli mai visti. Come quelli della mamma, sospetto paziente mentre la cassiera sbriga non so che faccende. Solo che la mamma, che ha la pelle più scura di lei, se li è stirati un po’, sempre mossi ma addomesticati. Quelli della piccola sono ancora anellini di lana, che vorresti passarci le mani dentro, proprio ora che si arrampica annoiata sul parapetto accanto alle colonnine antitaccheggio.

Che bei capelli che hai, vorrei dirle nella nostra lingua, perché lei almeno è italiana, la madre no. O forse chissà, non è italiana manco la bimba, ufficialmente, perché qualche idiota in Parlamento o fuori ritiene che non lo sia anche se in Italia c’è nata. O ci avrà vissuto la maggior parte dei suoi 5 anni. Infatti, quando tutto è ormai in busta, alla mamma dice Guarda, e non nel senso spagnolo di conserva. Proprio guarda.

Sono tornata ad accorgermi di queste piccole scene, perché è primavera anche se non si vede, o non sempre.

Mi sono accorta anche che è meglio così, un po’ di quasi-primavera ci sta. Non che sia di quelle che procrastinano i piaceri. Ma in questi giorni da convalescente, e a volte lo si è senza aver mai avuto l’influenza, mi rendo conto che certe sensazioni le sottovalutiamo. Il primo giorno in cui stai meglio. Non bene, che manco ti accorgi di starci. Meglio. Il corpo di nuovo in vigore, e la mezza speranza di vedere qualcosa di buono, uscendo. Come una bimba coi capelli di lana che si arrampica alla cassa di un supermercato.

Così è aprile, che certi sommi poeti considerano il mese più crudele, e sfottute cantantesse nostrane dipingono piovoso, dopo lunghi e tormentati inverni . Io finora ci vedo accenni. Di serenità, speranza. Di lutti quasi elaborati, di sogni ammuffiti riconsegnati a cassetti tarlati. E piccole lezioni sull’imprevedibilità della vita, che mi fa pure comodo perché non devo pensare a tutto io.

Mi posso pure riposare sul prato di filo del copriletto verde, mezzo pieno, che ha sostituito quello viola complicato dalle matasse di coperte e dal freddo invernale. Ora tra me e il materasso c’è solo il piumone smilzo e una coperta a fiori, che se mi ci infilo col vestito estivo ereditato da Alessandra (ma con la giacchina sopra) mi manda riflessi azzurri. Tra me e la finestra, una gatta, quando passa.

E allora, dopo una riunione per la città della Scienza, mentre ricordo di avere il frigo vuoto e mi allungo verso il cinese di Villaroel (un cinese per europei, ma il riso alle verdure è buono), mi sembra bello pure il capannone bianco del nuovo Mercat de Sant Antoni. Quello degli alimentari, già sprangato per l’ora tarda. Perché? Boh, decido, è qualcosa nell’aria. Ho il cappotto ma è fresca, non ti accarezza ma neanche punge.

A volte serve anche questo.