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Risultati immagini per topolino storie a bivi Non avevo dubbi che nel piccolo gruppo maceratese che frequento a Barcellona ci fosse qualche conoscente dell’attentatore: finora era stata una gara al compagno di scuola più disagiato, con picchi che anche prima raggiungevano la tragedia. Da napoletana ipotizzo che non sia questione di un posto concreto, di una fabbrica di mostri sbattuta ogni tanto in prima pagina.

Fatto sta che a domanda “Che tipo era, a scuola?” mi è giunta la laconica risposta:

“Era l’ultimo in tutto“.

Allora la mia mente, che lavora molto per associazioni istantanee e veri e propri flash d’immagini, mi ha riproposto davanti agli occhi un altro che poi è diventato fascio. Ma non me l’ha ricordato com’è adesso, da adulto che nega l’Olocausto oppure parla di sostituzione etnica. Me l’ha fatto rivedere bambino, a scuola, con la testa sempre abbassata e l’incapacità cronica di spiccicare due parole in croce, tanto che si era parlato davanti agli altri alunni di “mandarlo da uno specialista”, con l’erronea noncuranza di chi crede che i bambini non capiscano niente.

Non tutti i bambini così finiscono a sparare alla gente per strada, ed è importante ricordarlo prima di usare nevrosi e disagi come “tana libera tutti”, se le vittime sono straniere e in tanti pensano che il carnefice abbia fatto bene, “magari avessero tutti lo stesso coraggio!”.

Io infatti vivo a contatto costante con persone che da quel disagio hanno creato nuove realtà, un po’ per culo e un po’ per tigna, e sempre da napoletana credo sia importante anche questo: ricordare che sia possibile, non sei spacciato solo perché vieni da quell’ambiente là, per quanto lo possa credere chi ha più soldi o meno accento di te.

Temo che certe realtà non ci lascino mai del tutto, così come io non sarò mai libera, né intendo esserlo, dalla “provincia denuclearizzata” in cui i figli dei professionisti finiscono nelle migliori sezioni e si ritrovano trent’anni dopo in consiglio comunale, o nelle stesse posizioni di comando occupate dai genitori.

Però riuscire a farne qualcos’altro, decidere che “noi non finiamo lì“, credo sia l’unica parte importante che possiamo giocare nella nostra esistenza.

E se c’è bisogno di chiamare più spesso “uno specialista”, per aiutarci nel processo, ben venga. Se qualcuno o qualcosa può fare la differenza tra un giovane emarginato e uno in pace, mai come oggi sappiamo che ignorare ci costa più che agire. Come abbiamo scoperto anche a Barcellona un 17 agosto, non sempre ci vuole la sfera di cristallo per capire che certi disagi non porteranno a nulla di buono.

Topolino ci ha ingannati, con le sue storie a bivi: non sempre si può scegliere quale strada prendere.

Ma quella volta che si può, facciamolo.

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Risultati immagini per when life gives you lemon squeeze Un mio amico è finito come tanti a lavare piatti a Londra, intanto che cerca di conquistarsi una faticosa carriera accademica. Con la sua dolce metà, italiana pure lei, il progetto era appunto restare lì a costo di darci di Svelto per tutta la vita.

Finché a lei, d’improvviso, non si presenta la Possibilità. Lavorare proprio nel suo settore, ma oltreoceano. E allora lascia alle commedie di Hugh Grant la romanticheria di rinunciare, sapendo che sacrificare la sua carriera le farà perdere anche l’amore, in un oceano di rancore e rimpianti.

D’altronde, salutare l’amore per una carriera comunque incerta nemmeno le piace. Però vivono insieme da tre anni, capite? Non c’è più lo slancio da tossicomani del “Ti seguirò in capo al mondo” (per poi pentirsene), e ormai sanno a memoria in che stato l’altro lasci il tubetto del dentifricio, al mattino. Ma proprio per questo, perché hanno un legame solido e sereno invece degli entusiasmi effimeri da inizio storia, non vorrebbero perderlo.

Adesso capite, di cosa parlo? Altro che win-win. Io ci vedo un lose-lose grande quanto Buckingham Palace.

Non ne ho fatto mistero parlandone col mio amico in chat, e chiedendogli come si sentisse.

Mi ha dato due risposte piuttosto strane, che volevo condividere con voi.

  1. Per certi versi, mai stato meglio. Lui si era assuefatto a questa vita stressante nella City, con questa storia rafforzata e insieme fiaccata dal tempo. Niente di meglio per rimettersi in gioco che perdere gli obiettivi prefissati, le definizioni che ci siamo autoimposti. Adesso deve per forza chiedersi: perché? Perché mi andava bene, la vita in fondo noiosa che facevo nella speranza di un domani non meglio definito? E adesso che la sua compagna minaccia di partirsene da un momento all’altro, ha dovuto rivalutare tutte quelle cose nel loro rapporto che ormai dava per scontate. Sicuro di essere disposto ad alzarsi senza che lei gli dia un bacio assonnato per augurargli il buongiorno? E se ne è sicuro, perché è rimasto tre anni a riceverlo? Insomma, la crisi destabilizza, ma ci rende anche totipotenti, come cellule non differenziate, spalancando baratri che possono inghiottirci per un po’ e poi portarci in altri mondi.
  2. Con buoni ingredienti, risultato mai pessimo. L’amico mi ha raccontato che alle elementari, per il suo compleanno, aveva insistito per prepararsi lui la torta da portare a scuola. Per orgoglio non ammetteva che il risultato non fosse eccelso, ma una volta in classe non si decideva a fare le porzioni. La maestra allora aveva reclamato per sé la prima fetta, commentando: “Se è fatta con ingredienti buoni, non può mai essere davvero cattiva”. Tanti anni dopo, adesso che la sua vita se ne va a carte quarantotto, il baldo giovine si accorge di quanto siano solide le fondamenta su cui l’ha costruita, riempiendola di aspirazioni ragionevoli e persone di cui fidarsi. Una vita così difficilmente verrà sconvolta del tutto da circostanze esterne non proprio tragiche. Se anche dovesse lasciarsi con la compagna, non sarà lanciandosi piatti e rimanendo con ferite insanabili.

Il mio amico non mi frega: “guardare il lato positivo” è spesso un contentino di fronte all’impotenza cronica rispetto al 70% di cose che ci succedono.

Però ha ragione lui:  è anche la scelta più conveniente da fare. Nella peggiore delle ipotesi ci si ritrova comunque infelici, ma con gli strumenti per venirne fuori, ridefinirsi, tornare a vivere bene.

In questo momento, quella torta di compleanno bruciacchiata, mai assaggiata, me la immagino più buona della pastiera di Scaturchio.

E mi manca più di qualsiasi cosa abbia gustato, credendo che me la sarei goduta per sempre.

  Sì, la tentazione ce l’abbiamo tutti. O in tanti, almeno.

Guardiamo la casa dove passavamo le vacanze da bambini, e vorremmo tornare indietro nel tempo.

Osserviamo chi ha preso il nostro posto quando ci hanno licenziati in tronco, e vorremmo tornare lì anche se il capo è uno stronzo.

Scopriamo che il nostro ex è diventato un incrocio tra Mister Universo e il Galateo, e dimentichi di quello che ci ha fatto passare ci chiediamo all’improvviso perché sia finita.

Ecco, io, ripensando a tutte queste cose, mi sono accorta di un piccolo particolare. Tornare indietro non sempre è impossibile. La vera domanda è: ci conviene?

Ok, la storia di tornare all’infanzia è dura. Ma già il lavoro, a riconciliarci con il capo, non sempre è un’utopia: in quanti accetterebbero di fare quella schifezza ogni giorno, per così pochi soldi? E pure gli ex: perfino con quello che non s’innamorava di noi manco a farlo ipnotizzare da Maga Magò, non sappiamo cosa accadrà tra 10 anni, quando l’avranno buttato via tutte le ragazzette tormentate che preferisce a noi. Oh, ho detto “non sempre è impossibile”, mica ho specificato in quanto tempo!

Il punto è un altro: quello che è possibile, è anche auspicabile? No, perché a volte ci nascondiamo dietro sta storia dell’impossibilità.

La usiamo per vivere nel rimpianto di qualcosa, senza fare alcuno sforzo per riprendercelo. Ne facciamo una scusa per lamentarci di quello che abbiamo ora. È un metro di paragone ingiusto, passato idealizzato vs presente vivo e vegeto, con tutti i suoi problemi.

Così quello che non poteva tornare più ci prende alla sprovvista. La casa che volevamo affittare, ma ci hanno preceduti, torna libera proprio mentre ne avevamo trovato un’altra. E adesso scopriamo che scegliere non è facile come credevamo.

Oppure, mentre idealizzavamo quel pazzo dell’ex, che tanto è impegnato, scopriamo che è tornato libero ed è più che disposto a offrirci un caffè. E allora dobbiamo improvvisamente essere oneste con noi stesse: lo rimpiangevamo sul serio, o era tanto per disprezzare chi ci sopporta ora?

Eccoci di fronte a ciò che temiamo di più. Scegliere. Ciò che l’impossibilità esorcizzava. Scegliere.

E allora, a mali estremi estremi rimedi: scegliamo.

E parliamoci chiaro. Se la casa che volevamo affittare è davvero più conveniente del rimpiazzo, meno male che si è liberata! E a certe condizioni un ritorno di fiamma, come lo chiamano le riviste rosa, potrebbe anche farci bene.

Ma se pretendiamo di tornare al passato tale e quale a come l’abbiamo lasciato, abbiamo la memoria corta. O la vista, corta. Pensavamo che non avremmo trovato di meglio di quel lavoro, di quella casa, finché non l’abbiamo fatto. Del nostro ex ora vediamo solo il sorriso nuovo di zecca, ce lo scordiamo arrabbiato con noi, imbronciato, indolente.

Allora no, non abbiamo più alibi. Impossible is nothing, dice una pubblicità paracula. Ammettiamo che per una volta abbia ragione, e rispondiamo onestamente: se è possibile, lo vorremmo? E non è una domanda generica. Rispondere sì significa prendersi le responsabilità di tornare sui nostri passi, affrontare consapevoli le lune storte dell’ex, le sfuriate del capo, rivivere i motivi per cui quell’esperienza si è conclusa la prima volta.

E spesso lo faremo in nome non di un presente nuovo, che ci includa come siamo ora nel mondo che viviamo ora, ma di un passato che non può più tornare, perché non possiamo cancellare tutte le esperienze, positive e negative, tra come siamo diventati e come eravamo.

Vedete com’è facile dire “è impossibile”?

Allora, quando è possibile, non tiriamoci indietro. Scegliere, per quanto scocciante, è un privilegio.

Scegliamo bene.

Fox and GrapesManco ‘e cane: espressione napoletana che designa qualcosa di estremamente sgradevole, tanto da non augurarlo neanche ai loppidi (le perdoniamo lo specismo per questioni di anzianità).

Il problema dei manco ‘e cane postumi, riferiti a situazioni che un tempo ci allettavano eccome, è di chiamare in causa un altro animale: la famosa volpe della favola di Esopo, quella troppo poco agile o semplicemente troppo scema per rendersi conto che l’uva tanto ambita si trovasse eccessivamente in alto per raggiungerla.

Come finisce la storia, già lo sappiamo: disprezzo per l’oggetto del desiderio e rapido dietro-front, verso frutti più accessibili. Che peraltro non si capisce perché debbano essere meno appetitosi di quelli così in alto. Non è che l’irraggiungibilità sia sempre sinonimo di buona qualità, eh.

Infatti stamane, mentre voi arrancavate con le ciabatte verso la macchinetta del caffè, io mi stavo ponendo il seguente quesito amletico: e se la volpe avesse ragione? Se l’uva fosse stata davvero acerba, ma da giù non si vedesse tanto?

Non conta, mi risponderete: la volpe critica ciò che non può ottenere, a prescindere dal suo stato di maturità. Se è per questo, lo desidera anche a prescindere da quello, perché francamente non ci credo, signor Esopo, che sto grappoletto situato più o meno sull’Everest fosse così visibile, da sotto.

Comunque, vi sottopongo tutto questo perché mi trovo nell’imbarazzante posizione di dire “Tanto è acerba” di un’uva postuma, in un postumo momento di lucidità.

La situazione l’ho già descritta qui, più o meno. Una visita alla mia antica università, e a un suo occupante a cui un tempo avevo tenuto molto, mi ha aperto gli occhi sulle mie aspirazioni di qualche anno fa. Allora puntavo a un magro assegno di ricerca per un argomento che manco m’interessasse molto, mi ci ero imbattuta per caso (e, come insegna Bourdieu, se ti devi puzzare di fame che sia almeno per qualcosa a cui tieni assai). E con eccessivo sforzo aspiravo all’attenzione distratta di un eterno indeciso, di quelli fin troppo propensi a regalare tutto il loro tempo a chi venga dopo di te.

Insomma, rivedo la mia vecchia facoltà, rivedo il mio non-ex e mi dico: “Ma che minchia facevo della mia vita, ai tempi?”. Il fatto che sia una dichiarazione col senno di poi la rende così sospetta? Cioè, dico ancora che l’uva è acerba perché non sono riuscita a papparmela?

Non posso essermi proprio accorta, per la gioia di chi “me l’aveva detto”, che fosse indigesta? È che dopo lo sfumare di entrambe le aspirazioni (borsa e uaglione), intanto che mi leccavo le ferite e saziavo la fame mi abituavo a qualcosa di nuovo, qualcosa da cui non si torna peggio che dal tunnel della droga: a fare ciò che volessi. O meglio, giacché non sempre vogliamo la felicità, ad aspirare esattamente a ciò che mi facesse sentir bene. Senza pretendere di ottenerlo, ma almeno provandoci.

Niente borsa da due soldi per un argomento che non m’interessa, a questo punto meglio vendere percoche (per dire) e tornare a ciò che mi piaccia davvero, sperando che prima o poi non sia gratis.

Niente amanti distratti da cercare finché abbia fame: questo tipo di amore ricorda un po’ questo, una fame eterna, come quella degli expat che si comprano al Lidl i prodotti finto-italiani. Ma una volta abituatami a cercare solo l’attenzione che voglio, e quindi a ottenerla, difficile tornare a dialogare con uno che si faccia pregare solo per prenderci un caffè. A questo punto, il “Ma come facevo, a sopportarlo?” non sembra una domanda peregrina.

La risposta è semplice: non conoscevo nient’altro. Credevo che tutto andasse conquistato a balzi e sbuffate e ignoravo che le cose indispensabili stanno alla nostra altezza.

Quindi, senno di poi o meno, rivendico il diritto della volpe a essere presa in considerazione, nella sua conclusione finale. Magari era solo una gran paracula, magari ha capito tutto senza saperlo.

Era proprio acerba. Meno male che i filari d’uva non sempre sono così bastardi.

E non tutte le volpi sono masochiste.

viavecchiaPer me quello che ha inventato il detto chi lascia la via vecchia per la nuova ecc. ci ha presi per il culo tutti.

Pensavamo fosse un monito e invece era una constatazione.

Di quelle così banali che poi ci scordiamo quanto siano vere: occhio che a cambiare strada non sappiamo che troviamo, ma siamo così occupati a immaginarcelo che poi ci delude.

Forse è per questo che tante religioni e filosofie si sono premurate di non farci affezionare troppo a ciò che siamo, ciò che crediamo ci definisca in un preciso istante: la cosa più sicura è che dovremo abbandonarlo per diventare altro.

Anche io attraverso l’ennesima fase di cambiamento, e meno male, una nuova “tappa” fatta di partenze, ritorni, progetti nuovi da abbozzare, vecchi da concludere. È qualche giorno che sono nervosa e non mi dico perché. Mi limito a esserlo e, cosa che avevo imparato a non fare da un po’, “evado” da me stessa, dedicando tutto il tempo al lavoro e cimentandomi in diversioni varie quando ho finito.

Quando mi muovo tanto, gatta ci cova, c’è qualcosa che non voglio ammettere, allora se permettete (intanto prendetevi un caffè, è una questione tra me e me) lo faccio adesso: sono nervosa.

Perché, appunto, so quel che lascio ma non so quel che trovo.

So quel che voglio in questo ottobre un po’ limbo, mezzo estate mezzo nubifragio, pieno di scartoffie vecchie e nuove e di voli da tenere d’occhio. Non so cosa avrò ottenuto entro dicembre, quando farò il solito bilancio di fine anno, se sarò delusa o contenta. Per me che ho le manie di controllo, non saperlo è un bello smacco.

Ma poi penso: ho qualche modo di appurarlo, se non vivendo giorno per giorno quello che mi preoccupa e mi fa innervosire? No.

Non lo so, che succederà, ma so una cosa: è sempre successo che cambiassi e sono sempre sopravvissuta al cambiamento. Ci sono buone probabilità che continui a essere così.

Il cambiamento è inevitabile, quello che si può evitare non è l’ansia, ma l’errore di farcene travolgere.

Quello che si può fare è accettare che da quando abbiamo messo piede in questo mondo siamo sempre diventati qualcosa di diverso da quello che avevamo creduto di essere, e che non sempre è stato un male.

Io, per esempio, se avessi assecondato me a cinque anni sarei dovuta diventare una principessa che come hobby servisse ai tavoli intanto che facesse anche la maestra.

A conti fatti sono riuscita a diventare tutte e tre.

Ovviamente gratis.

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Dopo anni immuni alla caciara virtuale che suole scatenersi su facebook, con le elezioni comunali a Barcellona ho riscoperto una rabbia argomentativa che non sapevo di avere. Senza aver sostenuto chissà quanto Barcelona en comú, la lista che ha vinto in barba alle previsioni dei “cauti”, mi  scoprivo molto arrabbiata con gente che criticasse il movimento perché sì, o perché si sentiva furba e controcorrente a non cedere all’entusiasmo generale.

Lo so, vi suonerà familiare rispetto a quelli che, a proposito di Grecia, si vantano di non essersi “lasciati coinvolgere dalle ideologie”, dunque di essere gli ultimi depositari del buonsenso (quando io non sono né riuscita a festeggiare per il NO né a sentirmi furba per non averlo fatto, senza che riesca a chiamarlo indecisione).

Nel caso del comune di Barcellona, su facebook leggevo: battute trite e ritrite sul cognome della candidata a sindaco (che ricorderebbe il nome di una bevanda al cioccolato); le illazioni di chi aveva votato Pisapia ed era rimasto deluso, concludendo che a noi sarebbe successo altrettanto; il solito “staremo a vedere MA sono scettico” che è la paraculata per eccellenza, va bene per tutte le stagioni e tutti i partiti politici e intanto ti fa fare lo splendido perché sei “fuori dal koro”.

Non mi rendevo conto, però, che dietro la mia genuina insofferenza ci fosse una considerazione molto personale: criticavo chi sceglieva di non scegliere, e si sentiva un eroe, per questo, perché io, intanto, sto scegliendo. Nella mia vita, dico.

Sto prendendo decisioni, il che significa quasi sempre arrivare a un bivio (ma più spesso le strade sono 3 o 4) e prendere una strada, chiedendosi invariabilmente come sarebbe stato imboccare le altre.

Un’operazione che non amavo fare perché, nonostante sia penoso, restarsene in disparte e non scegliere mai è infinitamente più facile. Più dannoso, anche, ma il terrore dell’alternativa (prendersi le proprie responsabilità e rischiare di scegliere male) è talmente forte che meglio quello.

Io, invece, decido, e non mi sento affatto saggia, per questo. Anzi, spesso mi sento una scema perché a volte i risultati sono scarsi, perché sto peggio a scegliere che ad aspettare la bacchetta magica senza muovere un dito.

Forse è questo che ci blocca, al momento di prendere decisioni: la paura che ci si sbatta tanto per poi ritrovarsi peggio di prima. L’eterno indeciso, invece, è diventato una specie di eroe postmoderno che sopravvive anche alla nostra epoca, assolto da una crisi che giustifica titubanze ed esitazioni.

E non ha tutti i torti. Spesso decidere è una fregatura. Le mie arrabbiature con chi non lo fa un po’ sono dettate dall’invidia (a volte vorrei tornare a imitarli) un po’ sono dovute, devo ammetterlo, all’idea che a queste persone possa sfuggire qualcosa: che tutta st’indecisione sia spesso una montatura, una posa.

Che, mentre io non so dove andrò a parare, e magari finirò male, loro possono essere quasi sicuri che di questo passo la situazione sarà sempre uguale: il quasi è dettato da botte di culo/imprevisti della sorte che sono rari e che spesso portano soluzioni a metà (es. gravidanza inaspettata che risolve un rapporto incerto, ma non crediate che questo faccia innamorare l’indeciso dei due).

Allora sarà questo: ultimamente mi sento chiamata in causa, quando uno sceglie di non scegliere, perché il contrario è una faticaccia, dai risultati incerti. Ma sono genuinamente convinta che sia la cosa migliore da fare, che prima lo si fa e più soddisfacenti saranno i risultati.

La questione sarà adesso non cercare d’imporre la mia idea agli altri. È una gentilezza che lascio a loro.