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La parte più leggibile del mio esercizio!

Ci sono due modi di scrivere insieme.

(In realtà ce ne sono vari, ma per comodità prendiamo ‘sti due).

Uno è a partire dalla paura, e lo vediamo ogni giorno. Non mi riferisco per forza alle grandi battaglie da tastiera, ma anche a discussioni online in cui a un certo punto capisci che l’altra persona non sta più scrivendo dell’argomento in questione, ma di sé: allora, la critica al femminismo diventa uno sfogo contro l’ex moglie, la difesa del turismo di massa non è che un’interessata apologia di AirBnb, e minimizzare la questione stipendi equivale a creare alibi sulle “paghette” elargite ai propri dipendenti.

E poi c’è la scrittura a partire della condivisione (non quella dei post, proprio quella “alla vecchia”).

Io ho scoperto questo gruppo che ogni domenica mattina fa una cosa semplicissima: si riunisce due ore nello stesso bar, solo per scrivere. Alla fine delle due ore, ci sediamo in paranza intorno allo stesso tavolo e condividiamo difficoltà, piccole soddisfazioni, grandi obiettivi di grafomani.

C’è di tutto: dalla prof. di francese che formula materiale didattico e aggiorna una newsletter, alla studentessa di Pechino che viene col suo libro di testo a fare gli esercizi davanti un caffè, passando per il britannico che svolge curiosi esercizi di scrittura, utili a sviscerare certe questioni personali.

Proprio quest’ultimo ci ha proposto, tre settimane fa, di svolgere insieme uno dei suoi esercizi, e ho pensato: ah, magnifico, un altro po’ di self-help nella mia vita!

Poi mi sono resa conto che stavolta, almeno, mi sarei scritta ‘sta roba da me, invece di accettare lezioni di ottimismo da qualche guru del marketing. Così, la domenica successiva, sono riuscita ad arrivare mezz’ora prima per provare.

Ci credereste? È arrivato in ritardo il prof.! Che una volta lì ci ha proposto un esercizio all’apparenza semplice: avevamo quattro minuti per dare un consiglio a qualcuno, ma con carta e penna (e qui le millennials hanno avuto problemi a reperire il materiale…). Doveva essere qualcosa che ci premesse di consigliare, a qualcuno che nel bene e nel male occupasse i nostri pensieri.

Pronti, via! Questa prima parte è stata un bagno nel latte per il mio ego, perché ho espresso molto bene il consiglio nel tempo prestabilito. Ma non ho fatto in tempo a darmi i baci da sola, che… STOP! Cambio sedia!

Come, cambio sedia?

Eh, ha puntualizzato il prof., viste da una prospettiva diversa, le cose sono più facili da comprendere. O-ok. Mentre mi trascinavo dietro almeno il caffelatte, ho appreso che la seconda consegna era immaginare la risposta della persona che aveva ricevuto il consiglio. E che cavolo ne so, mi sono detta con crescente insofferenza.

Quattro minuti dopo, mi ero accorta di una cosa: il consiglio non serviva. L’altra persona c’era arrivata di suo alle cose che dicevo, il problema tra noi era un altro… Sta’ a vedere che si stava creando la stessa situazione delle discussioni online, quando invece che dell’argomento parliamo di noi: la questione qui non è più il consiglio in sé, ma il tipo di rapporto che mi lega a questa pers… STOP! Cambio sedia!

Aridaje.

Il caffelatte sballottato mancava di un millimetro il manuale di francese, mentre ricevevo l’ordine più strano di tutti: scrivere in quattro minuti che ne pensava, di tutto questo, qualcuno che passava di lì per caso. Anzi no, qualcuno che occupava il tavolino di fronte, nel bar in cui dispensavo il consiglio: diciamo che, a quel punto, l’avventore davanti a me con metà capelli raccolti a cipolla si è sentito un po’ osservato…

Oh cavolo, e che poteva pensare mai ‘sto povero mago delle acconciature hipster? Beh, che a ben vedere il consiglio non contava proprio niente. Tutto quello che dovevano fare ‘sti due matti che, in teoria, litigavano a un metro dal suo caffè, era cambiare l’interazione tra loro, e soprattutto andare avanti. Soltar. Let go. Il vantaggio di uno spettatore immaginario è che può essere poliglot… STOP! Torniamo al posto di partenza, e formuliamo riflessioni su quello che abbiamo provato. Comincio a spiegare le mie a voce, finché il prof. non m’interrompe: no, devi scrivere pure quelle!

Ancora?! Vabbe’. Almeno, quattro minuti dopo… Fine esercizio.

Resta scolpita nella roccia, o almeno nella mia grafia impossibile, l’osservazione dell’ignaro avventore, che se non vi dispiace metterei proprio in virgolettato:

Eri diventata quel consiglio. Adesso sei libera di essere tutto il resto.

Grazie, spettatore ficcanaso con la cipolla! Hai proprio ragione: let go! Anche se un giorno scoprirò che sei dell’entroterra di Vic, e magari hai qualche difficoltà pure con lo spagnolo…

Non ci è rimasto che parlare, stavolta sì a voce, di come fosse andato l’esercizio, e scoprire che avevamo una gran voglia di farne uno nuovo la settimana dopo. Anche a costo di arrivare quarantacinque minuti prima, e non mezz’ora (vita spericolata).

La levataccia domenicale è stata poi premiata, perché il nuovo esercizio ha avuto lo stesso effetto, su di me, della scoperta dell’esistenza del gazpacho: mi ha cambiato la vita!

Come abbia fatto, però, ve lo racconto lunedì.

(Cercando canzoni sulla scrittura ho trovato questa. Direi che ce la teniamo!)

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Abstract earth hoovering over an open hand with sky backgroundA un corso di narrativa, un tizio che passava per bravo scrittore espresse la seguente metafora sulla letteratura: “Una birra con due patatine è sfiziosa, ma la gastronomia è un’altra cosa”. Poi, come esempio di “gastronomia letteraria”, segnalò Baricco. Immaginai l’orrore dei colleghi saccenti italiani. Che magari, con raccapriccio del mio compagno di corso, leggono Zafón.

Ma non era di romanzi, che volevo parlare.

Una volta il tizio di cui sopra se l’è presa anche con Jorge Bucay, terapeuta e scrittore argentino che si occupa molto di spiritualità. Gli contestava il fatto di infondere falso ottimismo nei suoi lettori, per illuderli che la vita fosse tutta rose e fiori. A giudicare dall’aspetto e dalle critiche (infondate, ho letto Bucay), costui doveva pensare che la vita fosse pulp, molto pulp, pure troppo.

In ogni caso, a domanda “Hai mai letto Bucay?”, lui ovviamente rispose di no.

Una caratteristica di chi critica i libri di self-help, o autoayuda, come si dice qua in Spagna, è che non ne ha mai letto uno. La sua intelligenza si rifiuta, il titolo stesso gli fa schifo. Ricordo una videoblogger che sbraitava indignata “Leggete filosofia”. Il rischio, a mio avviso, è che lo snobismo renda meno credibili tutte le comprensibili perplessità del caso.

Io non ritengo in tutti i casi che non si debba mai criticare un film senza prima, prima vederlo, ma sospetto che la visione aiuti.

Proprio Bucay, comunque, può essere considerato un esponente di quel tipo di self-help che alla lunga trovo addirittura pericoloso.

Manuali che ci insegnino a campare sono stati scritti fin dagli albori della civiltà, fin dalla Bibbia. Oddio, non tutti sono artistici come l’Ars amandi di Ovidio, ma insomma, se trovo sullo scaffale della Fnac Come si seducono le donne, non penso subito che l’autore sia Filippo Tommaso Marinetti.

D’altronde i libri di oggi sono anche una raccolta spesso esibita trionfalmente di massime ispiratrici dei vecchi filosofi. Marco Aurelio, raccomandato anche, ricorderete, dal Dr Hannibal Lecter, sembra spopolare sul fronte americano, per esempio. E gli esperti di filosofie orientali buttano da sempre acqua al proprio mulino, denunciando il saccheggio di complesse teorie filosofiche asiatiche, frullate in un Bignami occidentale di comodo.

Ma il vittimismo è la migliore delle argomentazioni degli autori di ogni genere accusati di produrre materiale scadente, compreso Gigi D’Alessio.

Quando però il materiale diventa divulgativo, secondo me, è tutt’altro che un male, a seconda di cosa si divulghi e come.

A me del self-help piacciono quei manuali che fanno da ponte tra “la torre d’avorio dell’accademia” (nella definizione di Wikipedia) e le persone che non hanno studiato molto. In questo senso, opere diversissime come Donne che amano troppo e Donne che corrono coi lupi hanno già aiutato un paio di generazioni di donne a riflettere su se stesse. Alcune, prendendo alla lettera i passi del primo libro (i famosi step cari agli autori americani) per la guarigione. Altre ricavandone riflessioni utili senza lasciarsi eccessivamente condizionare.

La diffidenza nei confronti di queste pubblicazioni mi sembra affliggere questo prodotto della letteratura pop come altri prodotti, vedi generi letterari considerati minori e le serie tv che sono le discendenti del romanzo d’appendice.

Ma so che il discorso è delicato. Le speranze della gente sono materiale pericoloso da maneggiare e il tipo di letteratura basata sulla crescita spirituale potrebbe sfruttarlo senza gli accorgimenti del caso. Si sprecano le battute tipo “le uniche persone aiutate da questi libri sono gli autori, che si fanno miliardari”.

Sarà anche per questo che alcuni autori, infatti, mi diventano i talebani dell’ottimismo. Opere come The Secret e la loro legge di attrazione (se pensi a cose positive, ti succederanno cose positive) diffondono idee che trovo corrette, come per esempio che un atteggiamento ottimista aiuti. Nei miei periodi di tranquillità e sicurezza personale sono ancora propensa a vedere una sorta di “magia” intorno a me, che in molti casi fa succedere le cose esattamente come le volevo, quando le volevo. Ma non è magia, sono io. Che in quel momento ho le energie giuste per cambiare le cose che posso (per citare la famosa preghiera della serenità), per accettare serenamente quelle che non posso cambiare, e per cogliere al volo le opportunità che mi si presentano.
Fin qui, tutto ok. Il pericolo è quando la felicità viene venduta come un atto della volontà, come se l’Universo (quest’entità benefica cui rivolgersi) ti procurasse tutto ciò che ti serve solo se lo desideri ardentemente, e se non te lo procura è perché non l’hai desiderato abbastanza.

Hai voglia di scrivere che l’ottimismo non è rimozione delle cose negative, come si affrettano a precisare vari autori. Ma in fin dei conti rischia di diventarlo. Quando ti viene consigliato di eliminare tutte le canzoni piene di “energie negative” e di non guardare troppo il telegiornale, la soluzione proposta sembra quella di alimentare l’autoinganno nella sua forma peggiore (l’ignoranza volontaria dei fatti) e vivere in una sorta di bolla di sapone, che non so se sperare o meno che scoppi.

Sospetto che qui ci sia lo zampino di quell’ottimismo a oltranza che sembra caratterizzare la società americana. Sulla quale mi professo ignorante, motivo per cui mi astengo dal linciarla come si credono in dovere di fare altri sinistrorsi più antiisraeliani e antiamericani che filopalestinesi, filodemocratici (a proposito, Madre Teresa di Calcutta che non andava alle manifestazioni “contro” e attendeva con ansia quelle a favore di qualcosa, si può considerare autrice mancata di self-help?).

Ma dal bombardamento mediatico e non di prodotti americani (se mio nonno non avesse ricordato chi la vinse, poi, quella guerra enorme che scoppiò quando era giovane, gli sarebbe bastato accendere la radio) mi sembra d’individuare quest’ottimismo a oltranza che a lungo andare, temo, può diventare davvero una piaga.

Devo dire che, proveniendo da una terra che trovo tendere a un pessimismo cosmico spacciato per realismo, a un cupio dissolvi dal quale cercano di salvarla pazientemente gli amici rimasti là, quest’ottimismo, nella sua forma non estremista, mi sembra cosa buona e giusta.

Della mia terra, però, conservo volentieri un sacro rispetto per l’amore. Sono d’accordo coi manuali che stigmatizzano il masochismo che lo accompagna, al giorno d’oggi, la profusione di messaggi terribili, specie per le giovani donne, per cui amare e soffrire sono sinonimi. Ma alcuni manuali presentano l’amore come una specie di elettrodomestico da comprare, una relazione “sana” (aridaje con la medicalizzazione del linguaggio come parvenza di scientificità) è tale se ti permette di crescere, se ti dà serenità, ecc. Tutto giusto, ma tra amore tossico e amore IKEA, da “comprare” se ti conviene e comporre a tuo piacimento, spero proprio esista una via di mezzo. Poco tempo fa confidavo dei problemi sentimentali a un amico che a un certo punto della sua vita ha compiuto un percorso spirituale importante. “Questa relazione ti permetterebbe di crescere?”, mi ha chiesto lui. Gli ho risposto che se c’è una cosa che per me manca al cosiddetto crecimiento espiritual, come si chiama qui, è la libertà di dire “No, però non me ne frega niente”. E, a prescindere da se fosse o no la risposta giusta alla sua domanda (non lo era) la libertà, almeno per me, è tutto.

Ma una parte dell’America stessa prende più o meno bonariamente in giro questa tendenza.

Nel film The Company Men Ben Affleck, licenziato da una florida impresa insieme a molti suoi colleghi, va in un centro preposto ad aiutarlo a trovare lavoro. Al momento di assistere alla prima sessione del programma di assistenza, il centralinista gli dice, scherzando: “Fammi la Tigre”.

La Tigre, si scopre poi, è un’affermazione positiva con cui i neolicenziati cominciano la loro lunga e infruttuosa ricerca di un lavoro: “Vincerò, perché ho fiducia, coraggio ed entusiasmo”.

Alla fine, Affleck e il compagno di sventura che l’aveva preso in giro trovano lavoro come muratori presso il cognato del primo, quadretto familiare al mio background nepotista ma solidale. E allora sì, scherzando ma credendoci, i pantaloni sporchi di malta e polvere, possono recitare la Tigre. Finiranno per ripartire da 0, fondando un’impresa di difficile gestione.

Insomma, rifuggendo dalle facili formule magiche per risolverci la vita, per me certi libri di self-help più connessi alla psicologia divulgativa possono essere una risorsa. Non mi sono mai laureata in psicologia, anche se mi sarebbe piaciuto, e sono contenta se qualcuno mi dà qualche trucco per combattere l’ansia, o mi ricorda che molte convinzioni sulla vita e sul mondo le ha sviluppate la me stessa di 5-6 anni con cui ora non sarei più tanto d’accordo.

Sono banalità? Vengo da un contesto in cui forse, a furia di “leggere Marco Aurelio”, o meglio di citarlo male senza averlo mai letto, le banalità si scordano. Ed è un peccato.