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Il mio portamonete gigante. Sono troppo fashion.

Questa storia è a metà tra la figura di merda epocale e il mio solito pippone sull’intersezionalità tra genere e classe sociale.

Perché l’altro giorno ero in metro ed è entrato in vagone questo mendicante: un anziano corpulento con una gran barba, e con una malattia alla pelle che mostrava a tutti attraverso gli abiti, estivi per l’occasione.

Per la verità si è presentato anche con un pezzo di pane in bocca, che masticava prima di riprendere la questua. La mia impressione è stata che dicesse: la mia pelle parla per me, che aspettate a darmi qualcosa? In effetti, la sua pelle parlava per lui.

La sua tattica, ammesso che fosse programmata, era puntare qualcuno fisso, e avvicinargli con insistenza il bicchierino con le monete, come se l’altra persona gliele dovesse – il che, a livello più sociale che individuale, non era del tutto campato in aria.

Indovinate a chi è toccato.

Ebbene sì: alla biondina con la borsa a forma di portamonete gigante (che ho comprato da Humana, quando ci ho accompagnato un’amica, contravvenendo alla mia abituale politica di boicottaggio).

Il questuante era un uomo davvero grosso, si reggeva su una stampella. Mi guardava severo, assentiva come per incoraggiarmi: apri questo borsellino gigante e dammi qualcosa.

Ho avuto la sensazione che quest’uomo fosse convinto di potermi dare ordini: di essere in diritto di farlo. E pure quella che mi separavano da lui vari abissi di privilegio.

Ho fatto cenno di no con la testa, mantenendo un’espressione ferma, e un accenno di sorriso che era più una smorfia.

Anni fa ho passato diverse domeniche pomeriggio a preparare panini per i senzatetto: una ventina alla volta, e solo formaggio e insalata, perché quasi tutti in strada potessero mangiarne. Li accettavano e ringraziavano, ma sospiravano anche un poco. Qualcuno si faceva coraggio e chiedeva: “Non è che avete un po’ di riso? Questa roba la mangio ogni giorno!”. Le mie compagne dell’associazione tornavano a casa soddisfatte e convinte di essere brave persone.

Io pensavo che qualcuno, in un ufficio con fuori uno stemma istituzionale, non si preoccupava proprio di questa parte della popolazione: tanto c’era il volontariato, e poi i mendicanti mica votano. Ci pensava la polizia a scacciare questa gente dal centro, almeno dai Bancomat al chiuso, dove loro avrebbero potuto dormire al caldo, ma poi i turisti non prelevavano.

Per questo sono diventata critica verso la beneficenza, dagli abissi, si diceva, del mio privilegio.

Tendo a dare un euro o due per volta, ogni tanto. Ho sempre la sensazione di star facendo poco e niente per chi me li chiede, e la mia sfiga cronica mi ha messo in situazioni in cui quelle monete mi avrebbero risparmiato bei grattacapi: una volta, a Roma, stavo perdendo il treno perché il giorno prima avevo dato dei soldi a un tipo che mi stava seguendo, e non trovavo più il biglietto della metro che mi aveva regalato mio fratello. Avevo cinquanta euro, e letteralmente un minuto per cambiarli. Alla fine avevo comprato una borsa da mare rosa shocking in un bazar cinese – “Può darmi qualche moneta, col resto?” – e avevo preso il treno per un pelo.

Questa e altre cose mi hanno fatto pensare a quanto poco possiamo fare con la nostra elemosina – il che non significa che dobbiamo smettere di farne – e quanto siano complicate le miserie umane che nessuno vuole sanare davvero.

Il metodo del tipo con la malattia alla pelle funzionava: mentre mi guardava severo, e io ricambiavo serena, la gente intorno a lui gli dava monete. Ora ero io la cattiva che non ubbidiva alla sua richiesta.

Alla fine, il mio avversario in quella battaglia di sguardi se n’è andato dedicandomi un insulto sdegnato, in una lingua che non conoscevo. Potevo, però, immaginarne la natura.

“Gracias” gli ho risposto, a bassa voce.

Lì per lì non ci ho pensato molto su, è solo una storia che mi è capitata.

Le persone in metro, ammesso che si siano prese il disturbo di pensare qualcosa di me, mi avranno considerata un’egoista, ingrata con la vita. Disumana, magari. E loro saranno i buoni.

Che vi devo dire.

Fare la buona a comando è da un po’ che mi riesce male.

madrid.lecool.com

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Vegetariani di tutto il mondo, unitevi: da Elias & Zakaria, spartanissimo bar sul c. del Carme, c’è il cous cous vegetal a 5 euro. Non quello che vi arronzano al maghrebino normale, che poi non sa manco come farvelo, senza carne.

Ma vabbe’, prima di precipitarvi lì documentatevi sul brodo, il mio panettiere dice che è sempre e comunque di carne. Quindi magari vi ho appena detto una stronzata, verrete sotto casa mia a picchiarmi e fareste anche bene.

Ma non di venerdì, per favore.

Quando un lavoro ce l’avevo, il manager di venerdì entrava nella stanza e invariabilmente diceva: “Today it’s a good day, today it’s Friday!“. Ero l’unica a non volerlo strozzare, la sua vita era un’eterna sorpresa come per la buonanima di mia zia, che ogni domenica mi chiedeva se Simona Ventura non avesse freddo, conciata così.

Ora che non lavoro più, quello che cambia è che non mi pagano. Ma di venerdì mi sveglio alle 8 e alle 8.15 sto attaccando coi lavori di chi non lavora: traduzioni, progetti di ricerca, proposte di pubblicazione… Ok, stavolta che avevo il ciclo ho cominciato alle 9.30. E mi è andata bene: Leonardo Da Vinci se n’è rimasto buono buono nel capitolo della settimana scorsa, senza uscirsene con qualche intraducibile invenzione alla Mc Gyver, ma di dubbia efficacia. E mentre rispondevo in catalano a una paludata casa editrice che mi proponeva un incontro, avevo nelle orecchie a palla LU TAMBURREDDU MEU VENE DE ROMAAA.

Alle 14.30 (che qui si mangia tardi), il cous cous di cui sopra con un quasi-vicino che ormai è il convitato del venerdì. Un piatto per due, date le dimensioni, basta e avanza. Mettici il laban per me e il mitico succo di banana e avocado che fanno così bene i marocchini (davvero, a imitarlo non ci si riesce), e col tè alla menta finale siamo usciti sazi con 5 euro a testa. Standing ovation alla cuoca, che come sempre mi ha sorriso pacioccona con la faccia incorniciata dal velo.

Abbiamo deciso d’inseguire il sole, che si è fermato a Plaça Espanya al Caixa Forum. In tanti anni non l’avevo visto mai, il volto presentabile di Mordor. È un centro che organizza conferenze ed esposizioni. Un’amica latina che ha lavorato per un po’ a La Caixa come contabile, non proprio una socialista bolivariana, diceva che era un buon metodo per giustificare certi movimenti di denaro. Io mi sono persa tra le esposizioni. Quella di fotografia propone lastre di metà ‘800 accanto a rifacimenti, parodie e ritratti di oggi. Mi piace la riproduzione del 3 de mayo di Goya, senza i protagonisti, rimossi digitalmente. Quella lanterna nel buio di un angolino desolato di Madrid era spettrale e riconfortante insieme, poteva essere lo scenario del terzo atto della Bohème come il mio balcone con una nuova lampada IKEA.

E poi, in un’altra sala, la colorata fila di striscioline su cui l’artista aveva stampato i desideri di 10mila persone. desidero che non ci sia gravità, desidero che la mia famiglia viva a lungo, desidero… Lì mi sono resa conto che non avrei saputo che scrivere. La risposta è sempre stata un nome proprio di persona, sempre lo stesso. E ora? Nel dubbio ho scelto il mio nastro, se ne può scegliere uno. Per scoprire col mio accompagnatore che, tra tante risposte, avevamo preso entrambi “desidero che i miei desideri si avverino”. Attenzione, gli ho detto, attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi.

Nell’attesa, ho deciso di chiudere col mercatino vintage a Gràcia, alla Casa Capell, Rambla del Prat 27. Però ho un problema col vintage di qua: perché questi vestitini a 30 euro, di taglio delizioso, devono sembrare carta da parati, con profusioni di fiori e frutta e beveroni di trine e ghirigori? Per la stessa ragione per cui una parrucchiera di Barcellona non ti sa fare una linea dritta in testa, e i fricchettoni ritengono che verde e cocozza sia un grande abbinamento? Insomma, ho cercato di vincere le divergenze culturali infilandomi coi vestiti più semplici in uno stanzone con su scritto “camerini”. Sì. Sono finita tra un esercito di donne in mutande, che si contendevano ridendo i pochi specchi in giro. Niente tende. E le mie autoreggenti H & M fresche di terzo lavaggio a trasformarmi ufficialmente in Priscilla, la regina del deserto. Superato l’imbarazzo, è stato divertente. Le amiche ridevano e si passavano i vestiti, quella con le tette strizzate nei corpetti anni ’60 vicino a quella secca a cui tutto scivolava addosso perfetto. E ho pensato a quanto siamo belle, tutte (tranne me, con la biancheria spaiata da ciclo).. E quanto spesso ce lo scordiamo.

Dopo essere scesa alla fermata Paral·lel, sulla strada di casa ho visto gente in fila, guarda un po’, alla Caixa all’angolo di Nou de la Rambla, che ha anche un bancomat interno, deserto per l’occasione. Mi sono affacciata e accomodato a terra sotto varie coperte c’era un uomo, ancora giovane, immobile, bocca e occhi aperti. Ho aspettato di vedere che respirasse, mentre un signore mi osservava preoccupato, e ho deciso di andare avanti. Il signore era preoccupato solo di vedere se entrassi, “io, con quello lì, dentro non vado”, ha borbottato in catalano.

Su Nou de la Rambla mi sono fermata. Ok, respira. Ok, è un luogo chiuso. Ok, non so come reagisce se gli chiedo se sta bene. Non sono tenuta a farlo. Se vado via non ho niente da rimproverarmi, se torno indietro…

Sono tornata indietro.

Ora non voglio fare la Pollyanna della situazione, ma il momento più bello di tutto questo venerdì è stato quando il tipo mi ha stretto la mano.

Pensateci. Il signore che non voleva entrare l’avrebbe fatto anche solo per presentarsi. Un barbone che si degni di stringerti la mano è raro quanto una nonna che non sappia cucinare.

E io da oggi (nonna non me ne voglia) posso vantare di aver sperimentato entrambi i fenomeni.