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Lasciati andare - La leggerezza che aiuta a vivere - Centodieci
Da centodieci.it

Dal mio ritorno a Barcellona dopo la parentesi italiana, mi sono sciroppata due virus (uno intestinale e uno influenzale), un’altra dose di vaccino e svariate emergenze domestiche.

Quello che non mi sono sciroppata è l’ennesimo polemicozzo nel mio piccolo mondo di qua: Tizio che ha detto questo, Caia che si è candidata per “azzuppare” (scusate il tecnicismo catalano), eccetera.

Allontanarsi per un po’ dal posto in cui viviamo è salutare almeno in questo: viste da lontano, molte ambasce della nostra quotidianità appaiono francamente irrilevanti. Perché mai? Forse perché hanno perso l’importanza che avevano nella nostra vita quando abbiamo iniziato a preoccuparcene. La nostra non è stata per forza un’evoluzione: magari abbiamo preso un cammino diverso, e certe questioni sono diventate un rumore di fondo, che ci impedisce di fare ciò che conta davvero per noi, qui e ora.

Attenzione a un equivoco frequente: in una faccenda che non ci interessa più, distanza non è sinonimo di equidistanza. Riusciamo ancora a pensare che Tizio ha detto una cazzata, e che Caio, sbeffeggiandolo, non è passato per forza dalla parte del torto.

Però possiamo dire che ormai di Tizio e di Caio non ce ne frega una beneamata? Dai, fatelo anche voi. Prendete le vostre dispute condominiali, le faide al lavoro, le rivalità in famiglia, e confessatevi da uno a dieci il ca’ che ve ne frega. A quel punto, compatibilmente con le vostre necessità, chiamatevene fuori. In casi del genere, perfino sparire e basta non è sempre sconveniente.

Poi vedrete.

Queste scemenze funzionano così: quando ci sono (pre)occupano, quando spariscono… non succede nulla. Non ci sentiamo più felici. Ci sentiamo presenti, con il tempo e le energie per pensare davvero a ciò che ci pare.

Amen.

(Un’immagine della mia vita barcellonese fino a qualche tempo fa).

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Joakim Lund, Unfinished Landscape,  http://www.joakimlund.com/artwork/paintings/landscapes/

Ok, l’espressione che più detesto, dopo tutte quelle con “almeno”, è:

“È già tanto che…”.

Sapete perché? A vent’anni me la dedicavano spesso. Di solito si riferivano allo scoppiato di turno che volevo a tutti i costi al mio fianco. E poi non osavano, ma a volte alludevano proprio a me, alla mia vita: e a vent’anni si è solo buffi, ad avercela sgangherata.

“È già tanto che lui ti accompagni alla festa, invece di presentarsi con un machete e uccidere tutti” (per il ragazzo).

“È già tanto che le tue colazioni a base di panino napoletano e Coca Cola non ti abbiano portato direttamente all’ospedale” (per la mia vita).

Insomma, fino agli anni di Cristo conducevo un’esistenza amena, ma disconnessa da me e da quello che volevo davvero: hai visto mai che provassi ad averlo e non ci riuscissi.

Poi c’è stata la mia famosa crisi, e da allora è tutto in discesa! Anche se, come s’è detto, certe cose le ho cominciate tardino… E forse, per motivi estranei alla mia volontà (che sono i peggiori), dovrò rinunciare a questo o quel desiderio importante.

Allora, invece dell’antico “È già tanto che…”, devo pensare “È già tanto”. E basta.

Perché spesso ce lo dimentichiamo, il tanto che c’è.

È già tanto che io sia arrivata a essere serena, perfino felice. È già tanto che sia riuscita a recuperare la cosa che più amo al mondo, a farci perfino  qualcosa di buono.

Dirmi questo non significa fare come la volpe e l’uva: perché la sento, la rabbia e la frustrazione delle mosse false, delle scommesse che ho perso (un master, una relazione, un lavoro finito dopo pochi mesi), e di quello che mi costeranno. Quello va sempre ammesso, per salvare il salvabile.

Ma ci sono due modi di vedere lo stesso quadro, che è quello un po’ desolato e un po’ troppo barocco di ciò che siamo diventati.

Diciamo che scoprire che “È già tanto” non è il peggiore.

E poi dice che è l’unica speranza perché anche quelle cose che mancano all’appello, prima o poi, possano fare capolino: leggenda vuole che succede quando credevamo di averle perse per sempre.

Che vi devo di’.

È già tanto che ci credo ancora.

 

Wile-e-coyote-blown-up-1In una spedizione natalizia al paesello ho visto su Sky nientemeno che La verità è che non gli piaci abbastanza. Roba che La corazzata Potemkin è la ripresa di una partita a Risiko. Mi colpiva, tra le varie perle, il discorso del protagonista saputello all’amica che finisce per intortarsi (ops, ho spoilerato? Mi perdonate?). Le dice, in soldoni, che ci piace la tensione, nella nostra vita, perché un po’ di pepe al culo (sì, dice più o meno così) ci aiuta a fare le cose. Come pagare le bollette all’ultimo momento, giusto per avere il brivido.

Pare che sta storia della tensione sia applicabile un po’ a tutto, pure all’amore. Che sia una parte così “naturalizzata” della nostra quotidianità che senza non riusciamo a riconoscerci.

Infatti sento spesso persone dire “Che noia, se andasse tutto bene”, oppure “Che schifo, se vincessi alla lotteria non saprei che farmene di tutti quei soldi, meglio campare bene con poco”, o l’intramontabile “Che palle, in una relazione ci vuole un po’ di pepe, bisogna farsi desiderare, inseguire…”.

Sì, bravi, avviatevi voi. Ma qui arrivano anche gli esperti scienziati della domenica, quelli che sanno tutto di evoluzione e hanno studiato Scienze delle comunicazioni (ma leggono Focus), che spiegano che il genere umano è arrivato dove è arrivato (cioè, lontano assai…) per la sua insoddisfazione intrinseca e aspirazione a stare sempre meglio.

È solo attraverso l’insoddisfazione che grandi scrittori si sarebbero superati, che grandi esploratori avrebbero esplorato, che grandi cuochi avrebbero inventato gli spaghetti da condire col pomodorino fresco (mai col sugo, sacrileghi!).

Gli esseri umani s’inventeranno pure un Dio a loro immagine e somiglianza, ma poi fanno da sé, con lo stesso fastidio con cui un’ostrica crea una perla per liberarsi del granello di sabbia che l’opprime.

Oook, mi state dicendo che gli esseri umani avanzano nella vita a scapito della loro felicità? Che riescono nella carriera a scapito della famiglia? Che vivono grandi amori passionali a scapito del loro quieto vivere?

Sono contenta che questa sia un’idea molto semplificata e 2.0 di evoluzionismo, perché francamente preferivo rimanere sugli alberi.

Sono mediocre? Può essere. Ma penso ai tanti mediocri che non riescono né a scrivere versi decenti, né a essere felici, e mi chiedo a che pro si debba usare l’insoddisfazione come motore per la vita.

Perché non so fare altrimenti, mi verrà risposto. Sì, è stato anche il mio alibi per un sacco di tempo. Ma a me ha un po’ scocciato, non so voi.

È stato il mio alibi finché non mi sono decisa a guardarmi allo specchio e dirmi Ok, non sarai mai Proust, vuoi essere te, almeno?

E devo dire che preferisco i muffin al cioccolato alle madeleines.

Ne riparleremo.