Archivio degli articoli con tag: silver lining
The End Handwritten On Old Vintage Paper Stock Photo - Download Image Now -  iStock

Bella, eh, la Pasqua di Ricomincio da capo? L’anno scorso aveva quasi una sua nobiltà, il restare chiusi in casa ma “vicini col cuore”, cantando dai balconi che ci saremmo abbracciati presto (quando non si cantava l’inno italiano anche a Napoli!). Adesso, come suggerisce il buon Zerocalcare, è la ripetizione che fa strano.

Cioè, le storie sono strane per conto loro, spesso e volentieri, specie quando sono tristi o angoscianti come quelle dell’ultimo anno. Però, mentre guardo il plotoncino di conterrOnei che hanno sfidato la zona rossa per farsi Pasqua proprio sotto casa mia, ripenso a un ragionamento che faccio da tempo.

Dove finisce una storia? E mi riferisco a una storia di qualsiasi tipo. C’è l’evento principale, che so: io che prendo una multa. Quello di solito è fatto e finito, e lo subiamo, nel bene e nel male, anche quando siamo noi a provocarlo: non controlliamo che una piccola parte della situazione. La storia della multa può finire con me che la straccio, e dieci anni dopo ne sto ancora a pagare le conseguenze. Oppure con me che vado dall’amico avvocato, che per evitarmela si fa invitare a cena per il resto dei suoi giorni, e a quel punto era meglio pagarla. Oppure con me che vado alla posta a pagare la multa, e incontro un’amica d’infanzia che adesso insegna presso un carcere minorile, così tra noi inizia una collaborazione fantastica… Quand’è che do la storia per finita, e su quale dei finali mi voglio concentrare?

È per questo che non arrivo mai a terminare un manoscritto, e l’anno scorso proponevo correzioni anche quando il libro era in stampa!

Non so mai quando finisce una storia, quando è il caso di dare per concluso l’evento in sé (e di solito è facile) insieme a tutte le sue conseguenze (e quest’ultima è un’operazione difficilissima, se consideriamo quanto tutto sia collegato e quanto durino certe conseguenze nel tempo). Allora, con le storie che finiscono male o promettono di farlo ho questo mio metodo, che a volte diventa un po’ una mania, ma di solito funziona: non la faccio finire lì. Ciò non significa ripudiare il “lasciala andare come va” di una Irene Grandi d’annata, ma comporta piuttosto la determinazione a tirarci su qualcosa di buono.

Questa crisi per me devastante, che mi fece entrare per qualche mese in un paio di jeans taglia 38 (miracolo!), poteva finire col tizio che mi mollava senza dirmelo per una che, sapevo già, sarebbe durata tre mesi (e no, la cosa non mi consolava affatto). Ma è stata per me l’occasione per dare una svolta alla mia vita, che mi cambiasse sul serio in meglio. Ancora oggi, più di sette anni dopo, sto pensando di usare in qualche modo le conoscenze che ho acquisito in quel periodo di crescita, magari sistemando un’antica bozza di manuale di self-help per impedite come me, o diventando la figura professionale che manca al mondo: la counsellor cinica. Eh, lo so, già vi vedo a dire: “Non ci serve niente, grazie!”, oppure “Stavamo scarsi!”. Però io sarei quella che non ti vende la stronzata che volere è potere, ma ti cita Camus e ti ricorda che la vita probabilmente non ha senso, tanto vale che gliene trovi uno tu. Lo so, avrò clienti a frotte! E le amiche psicologhe, spesso private dal counselling di pazienti che avrebbero bisogno solo di “uno bravo”, dormiranno sonni tranquilli. Scherzi a parte, visto che sono finita a parlare come sempre di storie d’ammmore, dove potrei far finire le mie? Al preciso momento in cui voglio ridurre il mio ex a polvere di stelle, e spedirlo su Marte a cercare acqua? Oppure a quando risolvo i nostri conflitti interni e torno a sentirlo ogni tanto? O a quando, finalmente più tranquilli, riusciamo a diventare anche amici sul serio? Con alcuni mi sono fermata al primo stadio, con altri al secondo. Il terzo è complicato e richiede molte energie, spesso non ne vale la pena: quando succede, però, è fantastico. Oh, il nostro tempo è solo nostro, possiamo lavorare a un numero limitato di cose alla volta. Che siano quelle buone!

Quindi, vi chiedo: dove finiscono le vostre storie? Familiari, lavorative… di ogni tipo. Se terminano con l’evento in sé, amen, gente, a volte bisogna solo mettere il punto, e magari a voi riesce meglio che a me. Ma provate il mio gioco: far finire una storia quando ne avrete ricavato qualcosa di veramente buono.

Ricordo ancora la madre che, al mio paese, perse il figlio in un modo assurdo e terribile, e anche se aveva tutto il diritto di starsene in casa a maledire il mondo fino alla fine dei suoi giorni, intitolò al ragazzo un premio culturale. Una volta, una ragazza ormai prossima alla trentina si beneficiò di questo premio, e tornò ad avere un po’ di speranza nell’umanità.

E la storia continua.

Un po’ ve l’ho raccontata, la storia del mio sofà.

Però ci ho ripensato all’incontro di scrittura terapeutica, che come immaginerete sta proseguendo online, a partire da… ieri mattina.

Una mattina speciale, tra l’altro: un biglietto aereo datato 22 dicembre mi obbliga a ricordare che col mio compagno di quarantena festeggiamo… tre mesi, e non di quarantena. Lui ha onorato la ricorrenza spezzandosi con la forchetta i capellini nel piatto (vi giuro, se le ambulanze non servissero a ben altro…) e non cogliendo uno scherzo molto partenopeo sul fatto che, in caso mi contagiasse, gli apparirei in sogno per dargli tutti numeri sbagliati di una cifra. “Allora non mi resterebbe che correggerli per difetto!” ha concluso con aplomb, che è una parola che usa sul serio. Incredibile, vero? Quando in tre mesi si bruciano tappe che manco nei fitanzamenti in casa (e più in casa di così…), o in convivenze meno improvvisate: addirittura il fatidico “Non andiamo più da nessuna parte”, che le circostanze attuali rendono non un rimprovero, ma un’ovvia constatazione.

A dirla tutta, questa storia qui è cominciata proprio perché un divano ancora non ce l’avevo: ci si arrangiava su una poltrona senza braccioli, che potevo condividere solo in compagnia di ospiti con cui avevo confidenza, o con cui ne volevo avere. Con quello là, albionico per giunta, non si poteva stare ancora troppo vicini, così dal mio angolino ero stata sul punto di cadere: lui mi aveva afferrata per il braccio all’ultimo istante, ed era scattato un momento che definirei da Via col vento, se non fosse che lo schizzinoso odia l’accento americano.

E il sofà che c’entra, in tutto questo? Un momento, ci arrivo. L’esercizio di ieri, nel gruppo di scrittura, prevedeva di completare delle frasi sulle nostre emozioni (“Mi sento felice quando…”, “Mi sento ignorata quando…”) e trovare similitudini tra i pensieri così espressi: ne avevo concluso, come altri, che quasi tutte le situazioni per cui provavo rabbia o tristezza erano dovute a decisioni altrui, di cui avevo pagato le conseguenze. Le anglosassoni in videoconferenza avevano ripiegato sul loro mantra, piuttosto attuale peraltro: “A volte non possiamo decidere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come reagire“.

Io però avevo l’asso nella manica, cioè il divano che ha rimpiazzato nell’ultimo mese la poltrona “galeotta”, e che, senza volerlo, mi ha insegnato un’altra tecnica di SSM (Superamento Situazioni di Merda): provare a trasformarle in un trionfo.

E veniamo a dove ho preso ‘stu bellu mobile, e perché mi ha aiutato tanto.

Per la verità è stato un “regalino” dell’ex inquilino francese, anzi, l’esatto contrario di un regalo: in una discussione piuttosto sgradevole, avvenuta davanti all’ascensore già pieno delle sue cose, il tipo se l’era fatto scontare intero dall’ultimo affitto (e fortuna che erano “solo” 80 euro), anche se l’aveva comprato di sua iniziativa e l’idea era di fare a metà. Secondo lui, adesso che traslocava, i suoi quaranta euro me li doveva rimborsare l’ignara nuova inquilina, che per la verità avrebbe barattato volentieri quell’arnese ingombrante con una poltrona mia a dondolo.

Allora, invece di cimentarmi nel mio scarso turpiloquio in francese, e solo per recuperare quaranta euro, ho stipulato con l’inquilina un Patto Dash: io ti offro le due poltrone mie – ti raccomando quella senza braccioli – e tu, in cambio, mi cedi l’oggetto del contendere. Ok? Ok.

Senza saperlo, ho fatto la fortuna mia! Innanzitutto, le manovre di trasporto sono state esilaranti: alza qui, abbassa là, e ci passa per la porta? Tirate fuori il goniometro… Poi è finita a tarallucci e vino, per recuperare le forze perdute. Infine, ne ha guadagnato anche la casa: con la quarantena mi sono ritrovata un angolo in più per leggere e scrivere, ora che dobbiamo centellinare ogni metro, in attesa di poter invitare di nuovo ospiti il cui spazio vitale rispetterei con più facilità – e senza rischiare rovinose cadute.

Sono convinta che l’operazione divano – che consiste nel trasformare una disavventura in una cosa buona – sia estendibile a tante situazioni di merda che ci sono capitate, ma che, rispetto a certe tragedie sotto i nostri occhi, possono davvero trasformarsi in opportunità.

Non sempre, eh. La prossima forchetta che si abbatte su dei capellini innocenti verrà punita con una diretta integrale di Gigione.

A ben vedere, è un’opportunità anche quella.

 

(La scena di spostamento del divano.)