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Le manie di grandezza di quando ho il ciclo. Da: https://en.wikipedia.org/wiki/Rhiannon

Insomma, sono assediata tra il Natale e il ciclo.

Così, un giorno sì e uno no me ne resto a letto con Furia, Pegaso e Ronzinante. Che come avrete intuito non sono tre civette: smentiamo le malelingue che attribuiscono alle figlie di medico certi atti di zoofilia! Sono i tre cavalli che mi pestano il basso ventre fin da quando mi vengono i primi crampi premestruali, che un ginecologo ottimista, a suo tempo, ha paragonato alle doglie del parto.

Adulatore, hanno commentato gli equini. E hanno colto l’occasione per ringraziare del totale disinteresse verso fenomeni, sindrome premestruale e dismenorrea, che hanno il tremendo difetto di non riguardare gli uomini. Con i miei tre amicici correggo alle 6 del mattino, quando mi vengono a svegliare con una zoccolata a testa nei reni, gli ultimi capitoli del libro che pubblico ad aprile. Quando ho finito la revisione, circa cinque ore dopo, si vanno a fare una passeggiata nella bolgia qui descritta. Li raggiungerò presto, ma solo dopo un dormiveglia estenuato di mezz’ora.

Intanto, però, avrò sognato. O dormivegliato, che so io. Le cose di sempre: questo periodo, si diceva, è fatto di attese.

Ormai è pacifico che il tipo che doveva “farmi sapere” quando sarebbe andato a vedere quel film promettente ha perso, nell’ordine: il mio numero; la memoria; un’occasione! Oppure aspetta che la pellicola si proietti solo in un cinema d’essai sull’Everest, dove alla fine porterà ‘n’ antra zzzoccola (cit.).

Invece, dalla banca del prestito ipotecario mi fanno gli scherzi: mi chiamano che ancora sonnecchio con l’orribile maschera di nuvolette verde acqua, si presentano col tono di chi mi sta per dire qualcosa d’importante, e poi mi annunciano per l’ennesima volta che gli mancano documenti miei. Stavolta posso mandargli il mio contratto di lavoro? “Già ce l’hai nella richiesta di prestito, cara” rispondo più o meno “la tua collega sta ancora ridendo su quanto faccia schifo!”. “Ah, quand’è così grazie, buona giornata”.

Si è fatto attendere per i motivi sbagliati anche il WhatsApp dell’amico avvocato, troppo occupato per illuminarmi su un argomento a caso (il prestito ipotecario, giacché di cinefili rapiti dagli alieni non se ne intende), che infine mi risponde: Mission Impossible, ma parliamone a voce, uno di questi secoli.

Insomma, i miei dormiveglia premestruali e prenatalizi sono interessanti. Soprattutto quando mi chiedo chi me l’abbia fatto fare di interrompere la vita tranquilla, “no alarms and no surprises” (cit.), che mi succedeva fino all’anno scorso. Ne deduco che il corso di sceneggiatura mi ha fatto male, e maledico il prof. che mi ha insegnato il concetto di “rispondere alla chiamata“: succede quando la protagonista (cioè io!) decide di rompere la sua routine per intraprendere un viaggio che, in fondo, la porta alla scoperta di se stessa.

Però mi mancava questa, di scoperta: le visioni mistiche della mia mezz’ora di dormiveglia sono divise tra ah, se il passato tornasse (leggi “quello che rimpiango”), e ah, se la banca capisse che nel 2019 il tempo indeterminato esiste quanto Babbo Natale (leggi “quello che vorrei”).

C’è un grande assente: quello che potrei. Ovvero, quello che potrebbe essere, che potrei scoprire e godermi se la smettessi di pensare a cose che non possono tornare, o che non sono del tutto nelle mie mani (semmai sono in quelle, forse afflitte da paralisi temporanea selettiva, del tipo del cinema!).

E pare una grande banalità, ma non è facile essere abbastanza attenti a quello che ci circonda, annusare l’aria e carpire opportunità, fossero anche riassumibili in quella di goderci ciò che abbiamo.

Ebbene sì: ci vuole lavoro anche per quello. Ci vuole un’attenzione che, se siamo impegnati a concentrarci sul nostro passato, o su un futuro ideale, non avremo mai la forza e il tempo di mettere insieme.

Per questo, secondo me, le cose sembrano succedere più facilmente quando crediamo nelle coincidenze, o in un destino benevolo: siamo attenti a tutto per carpire chissà che nesso, e invece, secondo me, lo vediamo solo noi. E finché ci è utile va bene, il cervello si allena a trovare risorse non ovvie. Poi, però, rischiamo l’errore di crederci troppo, e finire per fare autentiche minchiate perché “i segni c’erano tutti” (quelli della nostra demenza, senz’altro!).

Però ci resta l’attenzione. E si coltiva con tempo e pazienza, come tutto il resto. Non lasciandoci distrarre neanche da quello che siamo sicuri di volere, più di quanto non ci lasceremmo rovinare una bella passeggiata da Google Maps. A volte, la fretta di raggiungere la nostra meta ci toglie la curiosità di esplorare i dintorni.

A me, nel giretto lungo che poi ho fatto al posto della spesa – ho depistato pure i cavalli! – è successo di vedere il consueto suonatore africano del Parc de la Ciutadella, che strimpellava uno strumento a corde che come vedrete sotto si chiama kora, mentre cantava canzoni in un francese fiorito. Stavolta, però, era in compagnia: accanto a un connazionale che danzava in onde dinoccolate, s’era messa a zompare in maldestre imitazioni una schiera di bambini biondissimi e pallidissimi, che seguivano entusiasti il ritmo.

“Voglio vedere come balli, Barcellona!” gridava il suonatore, arrotando le erre.

Devo dire che adesso lo voglio anch’io.

Soprattutto, voglio proprio vedere se riesco a stare al passo.

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Lo scenario che ho trovato dietro la lavatrice

Ci sono due modi di raccontare questa storiella, ma io scelgo il terzo che non c’è: il mix tra lo “Sticazzi” e il “Miracolo! Miracolo!” (che poi, come insegna Lello Arena, c’è miracolo e miracolo).

Era il mio ultimo pomeriggio a Marsiglia, e, anche se i cosmetici me li produco da me, per una volta mi ero concessa di comprare un correttore e due rossetti in una catena più affidabile di altre.

Immaginatemi davanti allo specchio del bagno, i capelli sciolti perché ho perso di nuovo la pinza (non mi ero portata elastici!), mentre mi accorgo che prima del mio volo mi dovrei procurare un nuovo sacchetto per i liquidi: quello verdolino per congelare gli alimenti, che per di più esibisce tronfio la scritta “IKEA“, è troppo piccolo per contenere anche i nuovi acquisti. Sono un po’ preoccupata: vicino casa non ho visto bazar che vendano queste cose, e non voglio passare il mio ultimo giorno lì a cercarne uno. Però non voglio neanche litigare con qualche addetta ai controlli dal forte accento marsigliese.

Un minuto dopo aver pensato tutto questo, riesco a far cadere il cellulare dietro la lavatrice incassata in un angolo del bagno, e sormontata da una mensola: ovviamente, il triplo salto carpiato lo mette in una posizione che neanche David Gnomo potrebbe raggiungere.

Non mi resta che spostare la macchina infernale, abbastanza da potermi infilare tra il tubo di scarico e la parete.

Nell’operazione recupero: tre chili di fuliggine, un elastico per capelli, un calzino nero, e un sacchetto trasparente per liquidi di quelli che si usano negli aeroporti.

Per fortuna recupero anche il cellulare, e poi ingaggio la lotta furiosa con la lavatrice per rimetterla al suo posto, pregando gli dei che ho bestemmiato trenta secondi prima perché non mi facciano rigare il finto parquet, o bye bye caparra.

Ma voi, che siete più svegli – e meno sudati – di me, avete notato qualcosa, vero?

Ebbene sì. All’improvviso, ho il mio sacchetto per i liquidi. Trasparente e non verdolino, e abbastanza capiente per i nuovi acquisti. Una buona lavata e posso usare sia quello che l’elastico, alla faccia della pinza. Ok, a casa mi mancherebbe un calzino uguale a quello recuperato, ma su quello decido di soprassedere.

Come dicevo sopra, questa storia si può raccontare in due modi. Un amico guru direbbe: “Hai fatto una richiesta all’Universo, e l’Universo ti ha dato quello che ti serviva, nel più imprevedibile dei modi”.

Un’amica scienziata gli risponderebbe: “Wow, un sacchetto per liquidi finito dietro una lavatrice, in un appartamento turistico! Che ci faceva, lì? Cose da pazzi!”.

Io ho deciso di dirmi che, intanto, adesso ho il mio sacchetto. E la parte più importante della storia non è la “miracolosità” del ritrovamento, ma il fatto che lo stavo completamente ignorando.

Troppo intenta a bestemmiare, sudare e maledire il mio cellulare, non mi stavo neanche accorgendo che la soluzione a un mio piccolo problema era lì, a portata di mano.

Secondo Watzlawick, le coincidenze non esistono che nella nostra testa. Secondo me, banalmente, se ci aiutano avanti tutta.

Non rimpiango di essermi aperta all’irrazionale, in un periodo in cui ne avevo bisogno. Credo ancora che noi umani dovremmo dargli il giusto spazio, invece di lasciarlo alla chiesa, alla pubblicità e ai rettiliani.

Però la cosa più magica che possiamo fare resta quella che ci ha portati fin qui: saper guardare.

Che sia un oggetto impolverato dietro la lavatrice, o qualcosa d’infinitamente più vitale.

Questa “magia” non ce la toglie nessuno.

Se ci ricordiamo di applicarla, l’Universo si può riposare un po’ anche lui, dopo 13 miliardi di anni di onorata attività.

Poi ci lamentiamo dell’età pensionabile.

Dalla copertina di Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Dalla copertina di Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Ecco, il fatto della sincronicità. Delle coincidenze “che non esistono”.

Come ve li spiego, pensavo, sia il fenomeno che l’opinione mia in merito? (Lo so, lo so, non aspettavate altro, oggi).

Magari la storia la sapete, i saggi che Jung scrive col fisico quantistico Pauli per provare “scientificamente” che le coincidenze possono non essere casuali, che ci sono dei meccanismi, il cui funzionamento ignoriamo, che si mettono in moto nello spazio e nel tempo, e spiegano cose come la telefonata dell’amico a cui avevamo appena pensato, o perché l’I Ching, nei primi mesi inappetenti della mia crisi, mi consigliasse costantemente di mangiare (“E ce vuleva l’I Ching!”, sentenzierebbe mio padre, armato di Dostinex). O perché, la prima volta che ho giocato coi tarocchi, ogni volta che chiedevo del mio amore perduto, su 22 Arcani Maggiori mi uscisse 3 volte di fila la Ruota della Fortuna. La fine o l’inizio di un ciclo. La fine, mi sa.

Potrei cercare di spiegarvi tutto questo.

O potrei argomentare perché non escludo affatto l’intepretazione di Watzlawick, per cui è la nostra mente a vedere delle coincidenze, e rilevanti, nell’infinità di cose che ci succedono ogni giorno. Potrei spiegare perché credo che quest’ipotesi non cambi il fatto che, se vedere coincidenze è utile, ben venga pure l’autoinganno, l’illusione di sincronicità.

Ma ho deciso che si capisce meglio con Per dieci minuti, di Chiara Gamberale.

Dieci minuti erano quelli che mi separavano effettivamente dalla chiamata per il mio volo, e avevo deciso di passarli alla Feltrinelli di Capodichino, a cercare l’ultimo romanzo di questa autrice, mia quasi-coetanea.

Mi accorgo solo in aereo che mi hanno dato il libro sbagliato. O meglio, che mi hanno dato quello che ho richiesto, “l’ultimo romanzo”, ma per le sfasature temporali tra Napoli e Barcellona il libro che cercavo io era già diventato il penultimo.

Prima di bestemmiare, comincio a leggere.

È la storia di una che alla fine di un trasloco difficile, in una zona che non le piace, viene lasciata dal compagno.

Guardo fuori dall’oblò, Napoli che si allontana.

Ok, obietterebbe chi conosce me e il libro, ma lei trasloca dalla sua casa di gioventù e viene lasciata dal marito, non da uno che, parafrasando l’autrice, è sempre rimasto sulla soglia a bloccare il traffico.

Va bene, va bene. Continuo a leggere.

La tizia entra in un buco nero e si scorda di mangiare e dormire.

Ok, succede a tutti. Proseguo.

Ogni giorno, per dieci minuti, deve fare qualcosa di nuovo, di mai fatto.

Ora, vi ho già parlato di Julia Cameron, delle pagine del mattino. Quello che non so proprio fare, delle prescrizioni dell’autrice, è l’appuntamento con l’artista. Andare a fare qualcosa di curioso, mai sperimentato prima, una volta a settimana. Non ne ho la voglia, semplicemente. Non sento curiosità, non ancora.

Come la protagonista. Che però, a differenza mia, per dieci minuti al giorno prova smalti fucsia, abbraccia vecchi amori mancati, si dà all’hip-hop e al ricamo.

E ai tarocchi. Sissignori. Ok, chiunque stia in un periodo nero cerca qualsiasi pretesto per recuperare il controllo sulle cose (vedi articolo corrispondente). E poi mica le esce la Ruota della Fortuna. Le esce il Matto. Che non vi dico chi rappresenta, per me, quando tiro le mie carte. Strano, perché per lei rappresenta tutto il contrario. Rappresenta il cambiamento.

Quello che, distogliendo un attimo gli occhi dal libro, leggo negli occhi verdi che, prima che il loro proprietario si sieda due file davanti a me, posto corridoio, insistono nell’incontrare i miei. Che allora scappano di nuovo tra le nuvole fuori all’oblò, impreparati.

Quella curiosità che ancora non mi viene, mentre invece mi arriva la primavera e lo stesso giorno di una ben triste notizia trovo curiosamente la casetta che avevo smesso di cercare, proprio per trovarla prima. Proprio perché noto, come la protagonista del libro, che “Da quando la mia vita è vuota non mi ero mai accorta che fosse così piena”. E che se invece di sbattersi, e sbattere le corna contro muri appena acquistati, dedichiamo a noi stessi almeno 10 minuti al giorno, le cose succedono da sole. Cioè, non da sole, perché le avremo preparate, e (contrariamente agli occhi verdi di cui sopra) ci siamo preparati a riceverle. Ma succedono proprio quelle cose che buttandoci il sangue non siamo riusciti a provocare.

Non tutte, eh, magari fossero tutte. O magari anche no.

E magari è un caso che mi sia imbattuta in questo libro, che trovo un po’ ingenuo in molti tratti e che ho scoperto essere una sorta di diario, tenuto dall’autrice proprio mentre scriveva il romanzo che avrei voluto leggere.

Ma nessuno venga a dirmi che in questo momento di cambiamenti, in cui ieri di corsa ho sentito gli accordi volgari di una lambada ambulante nel sottopassaggio di Gràcia e mi è venuta voglia di ballare, in cui allo specchio mi sono detta “Perché non ti dai una seconda opportunità?”, e ho giocato a tenermi i capelli su per 10 secondi (10 minuti era troppo) e mi sono scoperta a piangere, come si piange delle Cose Serie tipo nascite e morti, ed era quello che mi stava succedendo in quel momento, tutto insieme… Nessuno mi venga a dire che in questo momento, per combinazione, non fosse questo il libro utile da leggere. Non il più utile, magari, ma utile uguale. Nessuno me lo venga a dire.

Perché forse avrebbe ragione. Ma fa lo stesso.