Archivio degli articoli con tag: sinistra italiana

Related image

Per chi si chiedeva come fosse andata ieri: sono stata l’unica a ordinare un tè.

Per chi non sa neanche di cosa stia parlando: ieri ci siamo incontrati in un bar, tra italiani a Barcellona, invitati da un connazionale che voleva farci un po’ di domande.

Eravamo una dozzina, tra i 25 e i 45 a occhio e croce, e non odiavamo tutti l’Italia, anzi. Qualcuno voleva pure tornarci.

Per me, dopo un po’ che giri, è Francia o Spagna purché se sta bene. E allora perfino l’Italia.

Eravamo d’accordo sul fatto che la deriva razzista e la chiusura non fossero solo un fenomeno nostro, ma una tendenza europea. E l’Europa, così com’è, non ha fatto granché per impedirlo.

Eravamo d’accordo sul fatto che l’Italia avesse paura, più della miseria che del cambiamento, e sul fatto che la sinistra italiana (scusate l’ossimoro) ci metterà tempo a risorgere.

La domanda è stata: “Come?”.

Un po’ di noi avevano fatto studi umanistici, o si occupavano di comunicazione. Insistevamo sulla narrazione, sul dare un obiettivo positivo e possibile a cui aggrapparsi, che accompagnasse il lavoro più serio e approfondito.

Io continuavo a pensare ai ‘mericani, che questo lo fanno bene: al “Vote Kennedy” che oggi sarebbe un hashtag, in risposta a un Nixon che parlava di tasse, e al #lovewins, quello sì un hashtag, di Obama.

E allora ho detto che se c’è una cosa che dovremmo esportare dalla Catalogna indipendentista, come immagine, è quella di un paese migliore, più equo, inclusivo, che si contrappone al conservatorismo di un re e della Chiesa che lo sostiene.

Insistevo sul fatto che, per portare avanti quest’idea, non ci fosse bisogno di battere sull’identità nazionale. Mi dispiace che sfugga sempre questo, delle cose di qua. Ci fermiamo all’idea indigesta di un nazionalismo a sinistra (che per i suoi perpetratori ovviamente non sussiste), senza vederne le complessità, che non condivido, ma che ammiro in molti sensi.

Perché questi che “lottano per una terra migliore” sono incredibilmente concreti: partecipano anche alle azioni antisgombero, si incontrano millemila volte a settimana, si chiamano per nome. Possiamo farlo anche noi senza essere un marchio registrato. Un ragazzo emiliano condivideva l’esperienza dei centri civici, e a me non era neppure chiaro che i centres cívics esistessero anche in Italia.

E se siamo la nazione del “tengo famiglia”, qualcuno al tavolo aveva partecipato a un congresso in India sulle nuove tecnologie, e si era reso conto che, a pensarci cinque anni fa e investirci il giusto, quella roba si sarebbe potuta fare anche in Italia. E allora… “Per i nostri figli!”, slogan perfetto per la nazione delle campagne sballate di fertilità.

A me è rimasto un dubbio: in questo mondo interconnesso, dalla crisi non ne usciamo soli. L’unico rimedio che mi è stato indicato è stato la decrescita, e, come si dice dalle mie parti, ce vo’ tiempo. Dunque, non c’è soluzione immediata e indolore. Questo come glielo spieghi, a milioni di persone? Specie a quelli che, più che votare “di pancia”, hanno detto “proviamo questi altri qua e vediamo che succede”.

Questi altri qua hanno detto che la panacea è una: cacciare gli immigrati. E che risolve quasi tutto.

Come riesci a fare che la gente ti segua, senza sparare anche tu una palla?

La domanda è rimasta lì sul tavolo, anzi, sul tavolino, insieme a uno scontrino che riportava non so quante birre, e una tazza di tè.

Passate voi a rispondere. Noi abbiamo già pagato.

Annunci

pasolinimarainiMi sono decisa all’ultimo momento (mezz’ora prima in questi casi lo è), infatti ho trovato la fila. Talmente lunga che non sono riuscita a entrare.

Ma ho un problema grande, con Dacia Maraini che parla di Pasolini al CCCB: non amo il secondo, spero perché letto troppo presto e troppo in fretta, e sono arrabbiata con la prima. Perché ho amato Marianna Ucria, e Isolina, e in nome loro ci ho provato con Bagheria, Colomba… Niente. Mi faceva piangere nelle prime pagine, mi faceva precipitare nella sua storia come Alice nella tana, e poi mi lasciava lì, piantata nel bel mezzo di un labirinto di cui si fosse persa l’uscita.

Ma la donna che mi è apparsa davanti sullo schermo per i ritardatari, mentre spostavo la seggiola IKEA per scansare le teste delle prime file, era solo quella del vortice di storie. Così vorticoso che mi ha fatto riconsiderare anche Pasolini, non quello delle poesie lunghe e faticose che ho letto, ma il giovane innamorato di Amado mio, trovato misteriosamente nella biblioteca di mio nonno (un regalo di mio padre, ho scoperto poi).

Quello che in un’intera spedizione in Africa, raccontava questa donna bella e minuta, li aveva costretti a girovagare sul gippone in cerca di fumo. Il fumo dei fuochi che voleva riprendere per un’Orestiade africana, ma che non andava mai bene: o troppo denso, o troppo nero…

Quello che ha avuto un’emorragia di fegato nell’unico ristorante del ghetto di Roma in cui sia andata io, cominciando a scrivere per il teatro durante la convalescenza.

Quello della madre bambina che chiedeva a Dacia, parlando di omosessualità davanti a un caffè, “Davvero credi che esistano queste porcherie?”. E che dopo la morte del figlio metteva sul tavolo tre tazzine di caffè, una per lei, una per l’ospite, e l’altra per Pier Paolo. È in giardino, adesso arriva. E io ascoltando tutto questo torturavo il quadernetto degli appunti, pensando che non importa se il dolore ci spezza le vene e ci lascia sfiniti la sera, c’è sempre un lutto più urgente, più straziante, più muto, perché impossibile da raccontare.

Ma Pier Paolo (“Paola” per un gruppo di giovinastri fuori a un teatro, l’Italia omofoba non muore mai) è anche quello delle pagine strappate di Salò che improvvisamente compaiono in mano a Dell’Utri, almeno questo dice lui, per poi sparire quando la magistratura gli chiede di esaminarle.

E a questo punto la narratrice si ferma a spiegare ai non italiani, Dell’Utri è amico di Berlusconi.

Ed è di quest’ultimo che, mi spiace per voi, volevo parlarvi. Delle riflessioni che stasera ho ascoltato sul berlusconismo.

Alla domanda di uno studente d’italiano, “Dove sono finiti gli intellettuali, in Italia?”, l’autrice ha risposto che manca la consapevolezza della comunità, il tessuto connettivo col paese. Da soli non si può cambiare il mondo, va cambiato collettivamente.

Il berlusconsmo, il degrado culturale che ha invaso l’Italia, ha provocato una reazione tra gli scrittori, che si è tramutata in impegno.

Però, appunto, manca questa comunità. Non esite neanche più un bar, un salotto, un luogo in cui gli scrittori s’incontrino [al di là del momento consumistico delle fiere per vendere libri]. Manca il momento connettivo.

Intanto Berlusconi si mantiene ben solido nel suo degrado culturale e nella sua volgarità, forte di questa resistenza senza coesione.

Ma la magistratura, da sola, non può assolvere alla funzione di restaurare un’etica che si recupera solo col rispetto della legge.

E la sinistra ha peccato di aver accettato troppo questo compromesso. Non con la destra, che di per sé è rispettabilissima e ci vuole, in una democrazia, ma con questa destra, con la criminalità.

Sarà stato un miraggio o un problema dello schermo, ma giuro che, tra gli applausi seguiti a questa dichiarazione, “Rita Hayworth con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta, equivoca e angelica, stupida e misteriosa, con quel suo sguardo di miope freddo e tenero fino al languore, cantava dal profondo della sua America latina da dopoguerra, da romanzo fiume, con un’’espressività divinamente carezzevole”.