Archivio degli articoli con tag: soffitto di cristallo

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Una volta uno mi mollò senza neanche dirmelo, e poi spiegò: “Non sei abbastanza quadrata“.

Questa informazione, se non leggete tutto l’articolo, non ha niente a che vedere con la seguente domanda:

“I soldi possono comprare l’amore?”.

Questo era il titolo della discussione su un forum online che frequento poco.

In realtà l’autore era il capo di una società che offriva prestiti, ma prima che fosse eliminato le risposte si erano divise in due categorie: una, portata avanti soprattutto da giovani donne, è che l’amore è un sentimento meraviglioso che si nutre solo di arcobaleni e unicorni; un’altra, la preferita degli uomini di mezza età che erano lì per acchiappare, era che bisogna essere concreti, e i soldi senz’altro aiutano.

Nonostante siamo imbevuti di Jane Austen, coi suoi damerini a caccia di fanciulle con dote, tutti hanno dato per scontato che si parlasse di amore delle donne verso gli uomini: pure quelli che crederebbero più agli unicorni che al soffitto di cristallo (qui in una curiosa definizione Treccani, che non nomina mai le donne).

Per tutto il resto c’è Deborah Levy, scrittrice sudafricana che in una conferenza di martedì scorso al CCCB mi ha ricordato una sensazione che conosco bene: il risentimento che può avere un uomo verso una donna con più soldi. Lo si può rivestire di lotta politica (ah, l’intersezionalità), come fa il “compagno” Gigi D’Alessio contro l’altezzosa – e cornutissima – moglie del Vomero: ma continua a sembrare una rivalsa più o meno consapevole, verso donne che non garantiscono la sicurezza virile prevista dal pacchetto “anima gemella”. Ho un solo problema con Levy e altre scrittrici bianche, d’influenza anglosassone, nate col boom: spesso i loro uomini sono assurdamente più insicuri e ciechi dei loro nipoti, nonostante sembri il contrario. Una cosa però non sembra cambiare, soldi o meno: anche i più colti e sensibili sono autorizzati dalla società a scappare come rudimentali maschi alfa, quando è ormai chiaro che non è tutto arcobaleno e unicorni.

Il punto è che l’amore è un sentimento a cazzo di cane, dunque un miracolo.

E qui vengo alla risposta che ho dato al quesito iniziale: risparmiandovi il preambolo che ho scodellato sull’amore romantico come sostituto del welfare, dicevo che l’amore è un sentimento così “random” (la discussione era in inglese) che neanche i soldi lo possono suscitare con certezza.

Va da sé che poi gli ormoni devono lasciare il posto alla stabilità – almeno nelle relazioni come le intendiamo noi – e ho sperimentato sulla mia pelle che l’amore si può “provocare”: almeno in una versione a fuoco lento, sempre più vicina all’amicizia che ai film ridicoli che ci siamo sciroppati fin dall’infanzia.

Ma l’attrazione iniziale che fa nascere l’amore, che dà ai primi tempi la benzina che porterà al resto, è talmente imprevedibile che per qualcuna chissà, la propizia sul serio la vista di un figo in una macchina buona, così come per certi comici spaventati (e) guerrieri “sotto la quarta non è amore“. Ma la verità, un po’ spaventosa e tutt’altro che scontata, è che non lo sappiamo.

E qui, adesso che l’avete dimenticato, torniamo al tipo che mi lasciò per quell’increscioso problema geometrico.

Nei mesi di digiuno e insonnia che seguirono, riflettei molto su quel “non essere quadrata”, e mi chiesi cosa volesse dire. Pensai sul serio alle mie abitudini, al fatto che non avessi orari prevedibili e affidassi alla creatività gran parte delle mie prerogative. Tempo dopo vidi la fortunata che mi aveva sostituita a mia insaputa: era quadrata. Vale a dire, era una bellezza di quelle interessanti, longilinee e mai scontate, ma sul serio potevi tracciarle una diagonale tra fronte e mento e dividerle la faccia in due triangoli isosceli.

Cioè, per innamorarsi a quello serviva davvero una tipa “quadrata”, nel senso più letterale del termine.

E magari un giorno avranno dei figli, festeggeranno le nozze d’oro, ma qualsiasi cosa abbiano costruito intanto – e gli arcobaleni qui non c’entrano, è lavoro e costanza – è cominciata perché lei era “abbastanza quadrata” da accendere quella cosa a cazzo di cane che neanche i soldi riescono a comprare.

Ed è un miracolo: lo dico sul serio. Un capolavoro che va contro ogni statistica, e tentativo di ragionarci su.

Per questo va goduto fino in fondo, checché ne dicano quelli del forum che erano #teamsoldi, e che per l’età e il mestiere che facevano erano la smentita vivente della loro stessa teoria.

Continuo però ad avere un dubbio, che è il nodo centrale di un progetto di cui vi parlerò, e che mi ha portato perfino a difendere insieme a un indiano il matrimonio combinato consenziente, davanti a una catalana schifata.

Il mio quesito è: siamo sicuri che vogliamo affidare cose serie come i figli, le aspirazioni, le affinità, a un fenomeno così aleatorio? O, come dicevo qui: possibile che di tutte le forme umane di relazionarsi, abbiamo eletto a norma la più complicata?

Come direbbe lo youtuber qui sotto, in un marcato accento argentino: sono domande a cui nessuno mai darà risposta.

 

Risultati immagini per una noche fuera de control cartel Camminavo verso plaça Espanya, in grave ritardo sulla mia passeggiatina serale, quando mi ha colpito un dettaglio del cartellone cinematografico che ultimamente mi nasconde la vista di chi aspetta l’autobus sul Paral·lel.

Stavolta a interessarmi non erano né Scarlett Johansson né le comprimarie alle prese con un improbabile addio al nubilato, ma il nome della regista e sceneggiatrice: Lucia Aniello.

E niente, ho pensato che, per vedere una Lucia Aniello su un manifesto di Hollywood ne sono passati, di piroscafi sull’Atlantico.

Perché per me, napoletana di ceto medio che a sua volta non si chiama proprio Jennifer, Lucia Aniello è un nome “con le mani”. Lo diceva ai primi del ‘900 il filosofo Eugeni d’Ors, a proposito di una Teresa che veniva, per lui, a rappresentare tutta la “razza” catalana. Invece una Lucia Aniello, nei pregiudizi delle parti mie, potrebbe evocare una mamma a tempo pieno in grado d’indovinare i tempi di cottura della pasta ammescata nei fagioli.

E mai m’immaginerei di vederla su un manifesto di Hollywood.

Per tre motivi:

  1. è donna;
  2. è terrona;
  3. non chiamandosi Martina o Valentina o Simonetta, nomi in voga ultimamente dopo secoli di Mariegrazie e Immacolate, possiamo sospettare che sia “di umili origini”.

Perché una Lucia così finisca a Hollywood, questa matassa informe di pregiudizi che mi fa schifo pure scodellarvi si deve disfare e tornare a imbrogliare, si deve mescolare con altri grovigli di popoli e culture e deve sopravvivere pure a quelli, ai nuovi pregiudizi, ai nuovi immaginari.

Emigrare è anche questo: spostare immaginari, cambiarli di forma, rielaborarli. Reinventarsi.

Restare? Restare è combattere, secondo qualcuno. Contro i pregiudizi di classe, di genere, di etnia. Magari con l’aiuto di chi se n’è andato, ora che andarsene non significa farlo per sempre.

In attesa che una Lucia Aniello, donna e terrona come me, e pure povera, finisca dalle periferie ai manifesti di Ollivùd.

soybean Questo post ce l’avevo in mente da un po’. Da quando i germogli di soia, venduti dai miei fruttivendoli cinesi in pacchi che sfamerebbero l’intera Pechino, si sono tramutati da soli in salsa teriyaki. Fermentando malamente, con un lezzo da antologia, prima che riuscissi a consumarne la metà.

Ci ho messo giorni a disinfestare il frigo, esorcizzare la vaschetta delle verdure in cui li avevo incautamente messi, e se non l’ho spaccata al tramonto con un palo di frassino c’è mancato molto poco.

Com’è potuto succedere?, mi sono chiesta.

Be’, ho considerato, questi fruttivendoli sono pionieri, nel mio quartiere. Rispetto a quelli di Arc de Triomf, che è un po’ la Chinatown di Barcellona, presentano infatti la caratteristica di vendere latte di fattoria biologica, che non sanno conservare. Infatti metà delle volte è fantastico e l’altra metà lo devo trasformare in formaggio casereccio per non tornare in negozio e schiattargli la bottiglia in faccia.

Se loro non sanno conservare un alimento che non consumano, noi clienti non cinesi abbiamo difficoltà con quello che consumano loro: i pacchi in cui vendono i germogli saranno così grandi, immagino, per giustificarne un prezzo superiore ai due euro. Ma è anche vero che nella Chinatown sarebbero andati a ruba, consumati in pochi giorni da un’intera famiglia numerosa, o da più famiglie.

Noi clienti non cinesi che vogliamo comprare i germogli, ce li troviamo “pensati” per una famiglia cinese.

Per me è la metafora più efficace, almeno nella mia mente bacata, per quello che volevo spiegare tra i commenti di questo articolo.

L’autrice sostiene che gli uomini e le donne non siano affatto uguali, ma somiglino a due frutti differenti. Assolutamente d’accordo finché non ho letto il testo: iniziava con la premessa che al giorno d’oggi le donne fossero cresciute come “uomini”, da intendere curiosamente come “individui liberi e padroni delle loro scelte”.

Innanzitutto, niente di più falso. Il vantaggio che ricavano gli uomini dalla loro prevalenza nel mondo del lavoro si sconta spesso e volentieri in termini di prestigio sociale, con scelte obbligate dalla famiglia o pagate al prezzo di una sorta di “svalutazione”: il breadwinner, chi è designato dalla società a portare a casa il grosso dei soldi, è incatenato al suo ruolo e, quando per la crisi economica non lo può più ricoprire, scatta pure la crisi identitaria.

Da qui a dire povera stella agli uomini ce ne corre. Ma è per sottolineare che i ruoli di genere li pagano tutti i generi: invece di guardare alla situazione di un genere solo, bisognerebbe guardare al sistema che produce certe regole.

Ma capisco che l’autrice dell’articolo non avesse il tempo di fare tutto questo, perché intanto aveva figliato. Auguri! E diceva di essere pronta alla guerra contro chi dicesse che un uomo e una donna sentissero cose simili riguardo alla condizione genitoriale. Preparo l’armatura? Magari mi aiuta col freddo in casa. Ma che lei riconducesse tutto a questi ormoni che la facevano impazzire se lontana dal figlio mi ha fatto sbadigliare quasi quanto l’inevitabile, trita precisazione che “siamo programmate per” diventare madri che diano priorità ai figli su ogni altra cosa: ah, la metafora biologico-informatica! È il caso di dirlo: che palle la scienza quando diventa dogma, soprattutto a questi livelli di divulgazione.

La conclusione non rendeva proprio onore alla scrittrice, che si chiedeva se per essere un uomo non dovesse restarsene in casa dei suoi a bere birra e lamentarsi della sua condizione. A questo punto ci si chiede se, invece di offendere una categoria che riprendiamo spesso per le offese gratuite che reca a noi, la signora non dovesse semplicemente cambiare frequentazioni.

Ma su un particolare siamo d’accordo: a educare le donne come uomini non si fa un grande affare, specie quando, approdate sul mercato del lavoro, si ricordano che uomini non sono. Per l’autrice saperlo prima avrebbe significato fare scelte diverse in passato. Rabbrividisco al pensiero di quali fossero: chiudersi in casa a cucinare? Scegliere un part-time che la rendesse dipendente dal marito con più soldi? Tutte decisioni molto nobili, ma che dal tono dell’articolo erano lì lì per diventare le uniche possibili.

Allora, torniamo alla questione dei germogli di soia, che abbiamo lasciato a fermentare.

Che quello del lavoro sia un “mercato” la dice lunga su quanto sia equo e come vada avanti: la bufala della meritocrazia, l’illusione che “se sei capace vai avanti sempre e comunque” (ma capace di che?)…

Il fatto che questo mercato sia pensato per uomini, che anzi sia diretto da uomini spesso bianchi, di ceto medio e ufficialmente etero, non aiuta quasi nessuno. Neanche gli uomini. Tanti dei nostri padri sono drogati di lavoro e una volta in pensione perdono la bussola. Intanto, potete dirmi, loro “scelgono” di dedicare la loro vita a un’attività che li nobiliterebbe e invece li trasforma in zombie della domenica e padri assenti.

Già. Ma è come per i germogli di soia.

Pensati per cinesi, in un mercato cinese, quegli enormi pacchi hanno un loro perché.

Trasferiti a un mercato non cinese, qualcosa va storto.

Le donne, nella società postindustriale, si sono ritrovate in un mondo pensato da uomini per uomini, che non aveva intenzione di cambiare per loro.

E provate a convincere il mio fruttivendolo a imbustare i germogli di soia in modo diverso.

Così in un mondo in cui le donne credono di dover fare le supereroine e considerano poco virili i compagni che si occupano dei figli (eh, loro sono programmate così!) è molto difficile che ci si metta tutti d’accordo per un congedo di paternità che non sia risibile. O malvisto in azienda. Ma per fortuna si tira fuori l’idea degli ormoni che costringerebbero proprio le donne a sognare di pannolini e sonaglini e amen.

Certo. Mangiate pure i germogli di soia fino a scoppiare, specie se il massimo della ricetta “forestiera” che abbiate provato sia stato l’insalata russa.

E se io posso boicottare il fruttivendolo finché non mi vende i germogli come dico io, la stessa cosa non avviene nel mercato del lavoro. Le donne non tengono in pugno proprio nessuno, tranne la loro stessa vita, quando fanno propria l’idea di meritare meno perché donne.

Quello che possono fare è smettere di pensare che essere tirate su come individui liberi equivalga a essere educate “come uomini”. Non è eliminando le differenze che si risolvono i problemi, tanto più che, spoiler, eliminare le differenze è mooolto difficile (per fortuna).

Dovrebbero smettere di dare per scontato che quella tra lavoro e figli sia una scelta, che debbano mettere da parte qualsiasi idea abbiano della loro femminilità (che sia un pastocchio di ormoni come per quella dell’articolo, o una cosa complessa e gratificante come la vediamo un po’ di noi).

Soprattutto, dovrebbero tenere in mente che se subiscono mobbing o ricatti che portino a decisioni repentine non è normale, se sacrificano la loro vita al lavoro non è normale. Quello lo lasciassero fare a quegli uomini convinti che il mondo del lavoro sia tagliato a misura loro.

Spero che i germogli di soia che trovano a casa ad aspettarli, preparati da una moglie o una domestica straniera, non gli siano indigesti.