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PREPOSITIONS 1 - Cuestionario

Stavolta c’eravamo quasi.

Nell’A.D. 2003, esasperata dall’inglese parlato a Manchester, ho un’illuminazione improvvisa sul vero scopo della mia vita: poter pronunciare in circostanze non forzate le parole “The book is on the table”. E che cavolo, ai miei tempi quella era l’unica frase di senso compiuto che insegnasse la scuola italiana! O giù di lì.

Nell’A.D. 2021, in particolare sabato scorso, metto insieme tutto il mio inglese per fare il più scrauso dei test: quello di Duolingo! In barba alla dittatura IELTS, alla mia nuova università pezzotta va bene pure quello. Regole del test: 1) non spostarsi dalla webcam, 2) non parlare con nessuno, 3) non muovere il cursore dalla casella delle prove. Se entra qualcuno nella stanza, il test è annullato. Ovvio che, intanto che vado avanti con le prove, il caro gattino Archie: 1) si sveglia, 2) salta sul tavolo, 3) beve con soddisfazione dal mio bicchiere d’acqua, 4) mi salta in grembo, 5) mi morde il cavallo dei pantaloni, 6) si dispone tronfio a dormirmi sulle gambe. Il tutto, senza che io possa battere ciglio. Chissà i risultati del test, adesso.

La sera sono già a letto a mezzanotte, quando mi accorgo che manca qualcosa: il mio ebook! Sto leggendo il romanzone di Hilary Mantel sulla Rivoluzione francese. Come sta andando? Diciamo che adoro, ma mi concilia il sonno. E mi sono dimenticata di riporlo sul comodino. Per fortuna, il compagno di quarantena è rimasto sveglio a placare quella belva di Archie.

“Per favore” grido in inglese, “mi prendi il romanzo di Mantel? L’ebook è sul…”.

Indovinate dov’era l’ebook.

E sì, sabato scorso avrei dovuto dire “l’ereader“, ma degli oltre cento libri che ho sul Kobo volevo leggere proprio quello di Mantel. E sì, davanti alla sospirata parola book c’era quella maledetta “e”. Ma ormai, per problemi di spazio e per la difficoltà a trovare libri non tradotti, sono quasi costretta ad andare di ebook: dunque, il mio sogno di usare la parola “libro” è sfumato, forse per sempre.

Che dire? Questa è la prova più cretina e lampante di ciò che predico da secoli: bisogna adattare i nostri sogni ai cambiamenti della vita!

Come quando i test di fertilità mi suggeriscono che sia meglio adottare, e a quel punto i salti mortali per fare la scrittrice parassita risultano meno allettanti di uno stipendio, almeno agli occhi di chi dirige un orfanotrofio.

Come quando dovevo diventare Claudia Schiffer, ma poi capirete, ho deciso di non privarvi di questo fantastico blog.

Come quando dovevo sposarmi con Kim Rossi Stuart, ma lui ha scelto un’altra (cos’avrà lei che io non ho?), e allora ho formato la famiglia più improbabile di Barcellona: The MArvians! Dalla crasi dei cognomi Marchese-Servian, featuring la “Ar” di Archie. Kardashians, chi?

Così me ne resto qua al computer, disputandomi un atroce caffè solubile con Archie che vuole assaggiare, mentre il compagno di quarantena fa colazione con dei capellini cotti nel microonde, su cui ha schiaffato una scatoletta di tonno: il tutto, a un millimetro dal mio ebook.

Perché l’ebook, ovviamente, è sul tavolo.

(I miei nuovi miti di sempre!)

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona
Foto di Foschini Libraio, che ha avverato il sogno di una vita!

La faccia che fa la gente.

Ieri, intanto che cercavamo un Veggie Garden non troppo affollato, abbiamo incontrato degli amici per strada. A un certo punto si parlava di azioni in borsa, e il compagno di quarantena si è lasciato scappare che era laureato in economia. Panico generale: com’è possibile? Come può avere una laurea in economia, questo tipo con un arbusto rosso al posto dei capelli e uno zaino sempre in spalla, con cui ogni tanto piglia e sparisce per mesi?

Beh, risponde lui di solito, mi sono laureato in quello perché sembrava la cosa più sensata da fare. Non quella giusta, la più sensata: per lui la facoltà di economia era la naturale continuazione del college fighetto da cui aveva ricavato solo bullismo, e un’infarinatura di Shakespeare che consisteva nel guardare Romeo + Juliet insieme alla sua classe di piccoli milionari.

Di cosa ci sorprendiamo, poi? È laureato in psicologia il ragazzetto che dorme sotto il mio palazzo e, ogni tanto, mi chiede una coca cola con ghiaccio e limone, salvo offrirmi lui un caffè se passo per di là il giorno dopo (e passo sempre troppo tardi, quindi non lo trovo mai). Ecco, quella è una storia diversa: magari lui voleva laurearsi proprio in quello, ma la maniera ossessiva con cui parla mi fa pensare che, oltre alla teoria, gli ci voleva anche la pratica, sotto forma di una terapia gratuita ed efficace.

Ma funziona così, lo sappiamo: tu scegli di fare qualcosa nella vita, poi chissà come andrà. Tanto vale, scusatemi, scegliere qualcosa che ti piace sul serio. Ve lo dice una che a vent’anni ha accantonato la scrittura per la ricerca, e poi si è ritrovata a fare i conti con la crisi economica e i tagli all’università. Per fortuna, i corsi di counselling che sto seguendo ora insegnano a distinguere tra il nostro “io ideale” e l'”io imposto” (traduzione mia di Ought Self).

Un esempio della differenza tra i due? Mia nonna mi diceva sempre che avrei vinto il Premio Nobel. Adesso il Nobel lo vince Bob Dylan, e io… Sono una tipa da Nobel, io? Ammesso che fosse possibile accontentare la buonanima di nonna, se mi sbattessi a scrivere libri “pesi” nella speranza di conoscere il re di Svezia, sarei un’infelice a vita.

E invece, altro che Nobel! Non faccio per vantarmi (ok, mi sto proprio vantando!), ma il mio primo romanzo ha ricevuto un biasimo dal Beato Bartolomeo Camaldolese, mentre il secondo è finito in bella mostra nella libreria storica del paesello, insieme al capolavoro di Tony Tammaro.

Ecco, il mio Io ideale si sente arrivato! Controllate un po’ cosa vuole il vostro: magari è roba che ha già ottenuto, ma non se n’è neanche reso conto perché era troppo occupato a raggiungere gli obiettivi di qualcun altro.

Adesso, nella vita, non mi resta che un solo obiettivo: lottare perché il Nobel se lo aggiudichi Tony Tammaro!

(Sentite che poesia… Nobel subito!)

Time to close the blinds.. or is it?

Prima notte passata con la finestra aperta per il caldo.

Ne ho trascorso la metà a determinare per prove ed errori quanto dovesse restare alzata la persiana. Di conseguenza ho dormito una schifezza, e al risveglio ho avuto le seguenti visioni:

  • me a 10 anni, che nella stessa situazione mi alzo fresca come una rosa, col pensiero del Giornale di Barbie, che sto centellinando, e il progetto di farmi dieci giri di bicicletta in cortile. Unica preoccupazione: l’agguato che potrebbe tendermi il nonno con le lezioni di latino;
  • me a 40, che stamane mi tolgo la mascherina (non quella per la bocca, l’altra) e mi scopro cieca. Ah, no, sono gli occhi cisposi: ho preso sonno alle quattro. Mi alzo col pensiero dei piatti che non lavo da due giorni (ieri c’era la fiera vegana!) e il progetto di cambiare una volta per tutte il finale del romanzo a cui lavoro da due anni, anche se chiunque lo legga si chiede perché mi ci accanisca tanto. Unica preoccupazione: sto buttando la mia vitaaa! Sapevo che sarebbe andata così!

Insomma, la finestra di camera mia ormai affaccia sulla mia vita, coi suoi sbalzi di tempo, più che di temperatura! Poi mi sono lavata la faccia e mi sono arripigliata, eh. Mi si dice che anche voi, al mattino, avete pensieri catastrofici mica male, specie dopo una notte quasi insonne. Però vorrei spezzare una lancia alla me quarantenne che ha la sensazione molto, ehm, cisposa di aver tradito la bimbetta di dieci anni, che era più o meno convinta che la vita fosse facile. Ua’, quella bambina ignorava un sacco di cose! Alcune le ho già scritte qui.

Una che non ho scritto è che quella bambina, un giorno, avrebbe incontrato per caso da adulta un parroco che era stato il suo influencer (e che lei aveva pure difeso da certe compagnelle che lo accusavano di “stringere un po’ troppo”), e si sarebbe sentita accarezzare con insistenza la schiena proprio all’altezza del reggiseno. A quel punto si sarebbe congedata in fretta, e in preda a più di un dubbio su chi pretendesse di insegnarle a campare quando era bambina!

Un’altra cosa è che, per come sarebbero state composte poi le coppie etero in paese (ma quelle gay non erano contemplate), la desiderata carriera di insegnante, con l’aggiunta di almeno due pargoli, avrebbe creato il rischio di dipendenza economica dal marito ingegnere, avvocato, medico. Specie dopo due crisi economiche a distanza ravvicinata. Nessuno dei compagnelli maschi di quella bambina (tutti di ceto medio, e finiti tutti insieme, chissà come, nelle stesse sezioni), avrebbe fatto l’insegnante.

Un’altra cosa è che di avere figli ci si può anche pentire, e allora ti stigmatizzeranno. Non perché tu abbia smesso di amare i figli (il che non succede), né perché tu abbia smesso di prenderti cura di loro. No, sei una caina per il solo fatto di ammettere che avresti evitato, se avessi avuto certe informazioni sulla questione (ci torneremo tra poco).

Un’ultima cosa che la bambina ignorava è che un giorno avrebbe letto come buona notizia il titolo:

I dati della settimana, decessi ridotti del 70% in un mese. Si torna ai livelli di settembre.

Quindi, se in questo giugno vi svegliate come me, insonni e non vedenti per cinque secondi, ricordate che certi obiettivi della nostra vita sono stati stabiliti da altri, o da una versione di noi che era ancora in una fase di transizione, e che non disponeva di un fattore importantissimo nel prendere decisioni: tante, tante, tante informazioni..

Adesso, però, abbiamo quelle, compresa la teoria, fin troppo ottimistica, che possiamo controllare almeno il 40% della nostra felicità.

Vabbè, oggi diamola per buona, che ancora sto sbadigliando per la nottata: vorrà dire che, almeno quel 40%, ce lo godremo come si deve.

Ok, succede anche a me.

La mia versione preferita del nuovo scherzo che circola è questa del Falzo Vegano:

L'immagine può contenere: cibo

Ma ne ho viste di simpaticissime, tipo il meme con un Jack Nicholson prima neoassunto come guardiano di un certo hotel (my plans), e poi letteralmente congelato (2020). Oppure quello con una Margaery Tyrrell prima radiosa e poi, mettiamola così, esplosiva… Insomma, si scherza sul fatto che quest’anno dalla numerazione curiosa (i due venti accostati) sia stato dapprima celebrato dai media e da Paolo Fox, e poi sia andato appena appena un po’ in malora: chi per fortuna sta scampando alla pandemia si ritrova già fino al collo in una crisi economica che, come da sottotitoli di Netflix, può solo intensificarsi.

E sì, a volte lo sconforto prende perfino me che ho la fortuna di non dover fare la fila fuori alla chiesa di Sant’Anna, per mettere il piatto a tavola: dunque, è con lo stomaco fin troppo pieno che in questi due mesi ho finito di leggere dodici romanzi, e ne ho iniziato a scrivere uno. Però ho anch’io la mia bella serie di progetti a cui ho dovuto dire, una volta per tutte, arrivederci a mai più. D’altronde, in tempi non sospetti (e con buona pace di Fox) avevo appurato che questo era l’anno d’ ‘a merma, come la definiva la mia versione spagnola dell’I Ching. E se non masticate lo spagnolo aulico o il mandarino antico, cambiate una sola consonante a “merma” e vi farete un’idea.

Però, sapete che c’è? L’altro ieri stavo passeggiando per strada nell’orario serale consentito, e mi sono resa conto di una cosa, che farà anche un po’ uovo di Colombo, ma appunto, a volte si fatica ad arrivarci: non ci posso fare proprio niente, tanto vale pensare ad altro. Cioè, sul serio: posso mai mendicare un volo di stato tramite il Consolato, per tornare a Napoli e presentare il nuovo romanzo a un massimo di quindici persone per volta, tutte in mascherina? E magari restare bloccata in paese per chissà quanto. Posso mai tornare indietro nel tempo e acquisire per miracolo le informazioni che ho adesso su un paio di progetti che avevo cominciato, a scatola chiusa, alla fine dell’anno scorso? In questo momento mi è perfino difficile arrivare a vedere il mare, visto che la Barceloneta è a due chilometri da casa (uno in più di quelli percorribili in fase 1). Inoltre, a giudicare dai viandanti, il quartiere marittimo sembra avere in questi giorni la stessa densità di New York, quindi finisce che arriva Sánchez e dice: “Tutti a casa!”. Ma in un senso meno speranzoso rispetto al titolo di Comencini (perché sto pure recuperando i film italiani storici che mi mancavano).

Però ci posso fare qualcosa? No. Voi ci potete fare qualcosa? No. E allora di che ci preoccupiamo? Pensiamo piuttosto a come evitare che questa impasse diventi ancora peggio.

Il primo passo è: smettere di preoccuparsi di quello che non possiamo cambiare. Tipo: il modo in cui le persone a noi vicine reagiscono alla quarantena; la “data da destinarsi” del concorso pubblico in cui speravamo; le restrizioni alla circolazione. Una volta ingoiato questo boccone amaro, arriva una specie di sollievo, ed è lì che succede un miracolo, sempre che non ci aspettiamo proprio… il miracolo! (Chi trovasse oscura la mia frase, chiedesse a Lello Arena.) Succede che mettiamo fine al logorio mentale che causano certi tarli senza rimedio, e a quel punto facciamo spazio a soluzioni inedite. Che nove su dieci non sono quelle che volevamo, ma spesso la volontà è abitudine, e quando cambiano le abitudini cambiano anche certe volontà.

Quanti di quei progetti che abbiamo perso erano davvero desiderati? Io ne conto un paio, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi mi ci ero trovata in mezzo per forza di cose o spirito di adattamento, più che volerli con tutte le mie forze. A voi non succede lo stesso?

Vediamo allora, in questo cambiamento sventurato di circostanze, quali nuovi progetti potremo inseguire e quali, in fin dei conti, erano il nostro modo di accontentarci delle circostanze in cui versavamo.

È difficile, lo so, parlare adesso di sogni e speranze.

Ma vi assicuro che sono lì e, se glielo permettete, venderanno cara la pelle.

(Una serie che ho finito ieri, e mi mancherà.)

La mia ghigliottina per tette personale!

Avete presente la storia per cui ci accorgiamo dell’aria solo quando ci manca?

Ecco, ieri mi sono accorta di avere le tette – almeno quella sinistra – quando ci è piombata sopra una porticina di legno massello. Le stelle che ho visto sono state per me la prova più lampante di essere provvista sul serio di questa parte anatomica!

Quando già era o amato o detestato – come una certa adolescente svedese su cui ci stiamo scatenando anche in Italia – Roberto Saviano raccontò in TV la storia di un tizio in gulag, che si fece non so quanti giorni di reclusione ai limiti della sopravvivenza: non aveva acconsentito a “dare la sua anima” a un carceriere. L’aneddoto, che non riesco a ritrovare, si chiudeva col tipo che sospirava: “E io che neanche sapevo di avercela, un’anima”.

Che combinazione! Io non sapevo di avere una tetta sinistra. Finché non ci si è schiantata sopra una porticina di quelle che si schiudono tirando un piccolo manico in alto: come una cretina l’avevo aperta solo a metà.

E mentre mi massaggiavo, jastemmando in napoletano, mi sono resa conto una volta di più dell’ingratitudine che ho nutrito verso questa parte del mio corpo, che da adolescente accusavo di non rientrare negli standard del mio contesto d’origine (dove, più che la coppa di champagne, si predilige con convinzione il proverbiale secchiello), e che credevo ormai ridotta a leggenda metropolitana adesso che non sto mangiando più come un bufalo (e qual è la prima cosa a sparire, in questi casi?!).

A quanto pare, tuttavia, non è svanita abbastanza per non “stroppiarsi”, come avrebbe detto mia nonna, di fronte a questa mannaia inaspettata, che mi ha punita per l’errore in cui cado sempre: per accorgermi di quello che ho, mi serve sempre un promemoria, fosse anche doloroso.

Ditemi la verità: non starete facendo lo stesso errore?

Io sono un disastro soprattutto con le cose che riesco a ottenere, piuttosto che quelle che mi ritrovo (o meno) in dotazione per default.

Per esempio, non vi sto a dire quanto ho studiato negli ultimi anni della laurea in Lettere – anche perché ero un po’ in ritardo con gli esami; però a ventidue anni, quando i voti contavano molto per vincere la borsa Erasmus, ho guardato ipnotizzata l’impiegato di banca che mi faceva frusciare davanti tutti quei bigliettoni, e ho sussurrato all’amico che mi accompagnava:

“Questo che vedi è l’equivalente di un anno e mezzo sui libri”.

Mai convertire un pezzo dei tuoi vent’anni in carta stampata! Ma il mio amico aveva passato lo stesso periodo in modalità cicala (e se io ero la formica, stava proprio fresco!), così è rimasto impressionato dal fatto che la mia scarsa vita sociale avesse avuto quegli esiti pecuniari.

Di recente, al compleanno della libreria italiana, ho discusso con una mia coetanea di progetti accantonati, o in forse. “E hai già pubblicato qualcosa?” mi ha chiesto lei, quando le ho spiegato che scrivessi. Allora, con mia somma sorpresa, ho sbirciato sugli scaffali alla mia destra e scovato subito il libro col mio nome in copertina, che ho mostrato con la noncuranza un po’ eccessiva di chi suggerisce: “Tranquilla, adesso non devi anche comprarlo. L’importante è averlo qui”.

Sì, perché quel mucchietto di carta col mio nome sopra mi dimostrava che questi anni passati a fare scelte strane, e tanti sbagli, hanno prodotto un risultato. Di “carta stampata”, come per l’Erasmus, anche se ahimè i due tipi di stampa non sempre vanno insieme…

E voi cosa state sottovalutando, di quello che avete ottenuto? O, semplicemente, di quello che avete.

Sospetto che il motivo per cui dobbiamo sempre criticare le conquiste altrui è in realtà duplice:

  • non crediamo in quello che abbiamo fatto;
  • non crediamo in quello che possiamo fare.

Mi sa che è arrivato il momento di rimediare.

Related image E anche questo gennaio, se lo semo tolto ecc. Dai, che a volte sembra perfino peggio di Natale (e so che siamo alla fantascienza). Ma per me, forse per i tempi un po’… movimentati che l’hanno preceduto, il primo mese dell’anno è stato piacevole come l’odore di vernice fresca, che manco a dirlo io adoro.

E non so voi ma, se non ho adorato anche questo gennaio, almeno l’ho stimato cordialmente. Il periodo trascorso in paese mi ha visto ormai riabituare al pensiero, che credevo obsoleto, di essere quella strana, magari perché non credevo che “gli zingari rubano”, o non sempre sorridevo paziente quando mi si offriva un pezzo di carne, o addirittura non prendevo bene un “Quando sarai madre capirai”, e in tal caso ero perfino convinta che l’intollerante non fossi io. Ma attendo al varco i miei detrattori tra i “ricchiuncielle” di Sitges e le lasagne vegetali, poi parleremo di nuovo di chi sono “quelli strani”.

Anche perché la parte trascorsa a Barcellona è stata la prima tranquilla dopo tanto tempo, quella in cui ho raccolto i frutti delle acrobazie fatte in precedenza, e ho atteso con relativa serenità notizie sulla mia preoccupazione del momento: le tasse sulla casa! Ed è un lusso, lo so, specie di questi tempi, avere quelle come pensiero più inquietante.

E poi, a farmi compagnia nelle insonnie post-labirintite, c’è stato Pierre di Guerra e Pace, che descritto così pare un personaggio della De Filippi. Ma a lui, per imparare a campare, ci è voluto “ben altro” che i consigli di Tina Cipollari (“No, Maria, io esco!”). A dir la verità, a momenti non gli bastavano l’esercito napoleonico, l’incendio di Mosca, la deportazione, e la morte dei suoi migliori amici, tra cui il saggio – e mefitico – Platon Karataev, che ho scoperto essere un idolo degli eccentrici anarchici russi. Ma lo ringrazio di cuore per aver affrontato tutta ‘sta roba al posto mio, perché adesso, bontà sua, mi consente di prendere nota dei risultati:

Proprio ciò che prima lo angosciava, ciò di cui era costantemente alla ricerca – lo scopo della vita – ora per lui non esisteva. […] Prima lo aveva cercato negli scopi che si prefiggeva.  […] Ora invece aveva imparato a vedere il grande, l’eterno e l’infinito in tutto e perciò, per vederlo, per godere della sua contemplazione, in modo del tutto naturale aveva gettato via il cannocchiale con cui sino ad allora aveva guardato al di sopra delle teste degli uomini, e contemplava con gioia intorno a sé la vita eternamente mutevole, eternamente grande, incomprensibile e infinita. E quanto più da vicino la guardava, tanto più si sentiva tranquillo e felice.

 Forse dipende da che ora è.

Diciamo che, se torno in ritardo alla Feria e addio cena, sono ancora in modalità problema-soluzione, problema-soluzione: dieci minuti dopo sto provando i vermicelli da asporto del nuovo cinese a conduzione familiare, con opzioni erbivore.

Due ore prima dei fatti narrati, tuttavia, non sono stata così propositiva. La domenica gentile, trascorsa tra lasagna e chiacchiere dopo le giuste ore di scrittura, mi crollava addosso con i problemi non risolti, da quelli esistenziali a quelli cretini come: il divano troppo grande che langue ancora in corridoio, nonostante avessi trovato un’acquirente; i piccoli disastri lasciati in giro da Abdul; il ritorno a una vita mondana con personaggi che credano opportuno parlarmi per doppi sensi, perché come ci parli, a una tizia biondiccia che “sorride troppo”?

Insomma, come fu come non fu, ieri i miei cinque minuti di pianto me li sono fatti. E poi sono successe una serie di cose belle. Una è che il mio coinquilino preferito è venuto subito a consolarmi, il che è stato surreale perché non sapevo neanche fosse in casa (dormiva). Poi mi ha fatta ridere il caro Rostov, che dopo una Guerra insensata anela a una Pace senza Sonja: sì, un classico è per sempre. Infine, una volta riacquistate le forze, toppata la feria, e spazzolati via i vermicelli di consolazione, ho messo il divano su Wallapop e un’ora dopo avevo qualcuno interessato.

Problema-soluzione. Problema-soluzione. La mia nuova ossessione è questa. Non risolve tutto, perché, si diceva, non su tutto abbiamo potere decisionale. Ma è uno sport da provare ogni tanto. So che lamentarci ci piace, e ne abbiamo tutto il diritto.

È divertente, però, e sorprende anche, scoprire tutto quello che possiamo fare col resto del tempo.

E così oggi presento il libro. Forse venite e forse no. Magari dobbiamo aggiungere altre sedie, oppure ci siamo giusto io, Rossella e Piero, con Cecilia che fa avanti e indietro.

Ya no está en mis manos, come si dice da queste parti: non dipende da me.

E non sono solita emozionarmi per cose che succedano a me, adesso la mia idea è rendere il miglior servizio possibile a Fatima e Anna, a quello che hanno rappresentato nella vita mia e di chi in qualche modo le ha incontrate.

Però oggi, al risveglio, pensavo a tutto ciò che mi ha portato a provarci, almeno: ad abbandonare percorsi più sicuri per mettermi a fare quello che voglio. A questo punto mi pare chiaro che non sia stato il destino.

Quando ho creduto che mi guidasse lui, ho imboccato strade contorte, pensando fossero le uniche possibili.

Quando ho creduto che fosse solo questione di lavorare sodo, invece, ci sono andata più vicina, ma mi sono comunque illusa: puoi ucciderti di fatica e non riuscire mai.

Penso quindi all’incredibile dose di culo che ci vuole anche solo per fallire in quello che ti piace, perché significa che hai avuto il privilegio di provarci. Sì, il privilegio.

Mi sono innamorata di questo ragazzo colombiano, figlio e nipote di musicisti, che è passato dal suonare in un terzetto ad analizzare musica di merda (sic) su Youtube. Luís Fonsi, Enrique Iglesias, Shakira… Che poi io Fonsi non riesco neanche a schifarlo, neanche da femminista: mi sembra un mio compaesano che “si fa il ciuffo” per guadagnare centimetri, che si arrotola una sigaretta davanti alle ragazze e si fa scivolare per puro caso un plettro in mano, perché sia chiaro in giro che ogni tanto strimpella. Però Alvin mi fa schiattare dalle risate, quando gli scimmiotta l’autotune.

Ecco, se ci fosse un destino sarei sicura di aver trovato l’anima gemella, perché, in un’intervista sulla piega curiosa che ha preso la sua esistenza, il mio nuovo idolo ha dichiarato: “Ho finito per vivere di ciò che mi piace, ma non come sognavo o speravo”.

Mi sa che succede ogni volta.

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Joakim Lund, Unfinished Landscape,  http://www.joakimlund.com/artwork/paintings/landscapes/

Ok, l’espressione che più detesto, dopo tutte quelle con “almeno”, è:

“È già tanto che…”.

Sapete perché? A vent’anni me la dedicavano spesso. Di solito si riferivano allo scoppiato di turno che volevo a tutti i costi al mio fianco. E poi non osavano, ma a volte alludevano proprio a me, alla mia vita: e a vent’anni si è solo buffi, ad avercela sgangherata.

“È già tanto che lui ti accompagni alla festa, invece di presentarsi con un machete e uccidere tutti” (per il ragazzo).

“È già tanto che le tue colazioni a base di panino napoletano e Coca Cola non ti abbiano portato direttamente all’ospedale” (per la mia vita).

Insomma, fino agli anni di Cristo conducevo un’esistenza amena, ma disconnessa da me e da quello che volevo davvero: hai visto mai che provassi ad averlo e non ci riuscissi.

Poi c’è stata la mia famosa crisi, e da allora è tutto in discesa! Anche se, come s’è detto, certe cose le ho cominciate tardino… E forse, per motivi estranei alla mia volontà (che sono i peggiori), dovrò rinunciare a questo o quel desiderio importante.

Allora, invece dell’antico “È già tanto che…”, devo pensare “È già tanto”. E basta.

Perché spesso ce lo dimentichiamo, il tanto che c’è.

È già tanto che io sia arrivata a essere serena, perfino felice. È già tanto che sia riuscita a recuperare la cosa che più amo al mondo, a farci perfino  qualcosa di buono.

Dirmi questo non significa fare come la volpe e l’uva: perché la sento, la rabbia e la frustrazione delle mosse false, delle scommesse che ho perso (un master, una relazione, un lavoro finito dopo pochi mesi), e di quello che mi costeranno. Quello va sempre ammesso, per salvare il salvabile.

Ma ci sono due modi di vedere lo stesso quadro, che è quello un po’ desolato e un po’ troppo barocco di ciò che siamo diventati.

Diciamo che scoprire che “È già tanto” non è il peggiore.

E poi dice che è l’unica speranza perché anche quelle cose che mancano all’appello, prima o poi, possano fare capolino: leggenda vuole che succede quando credevamo di averle perse per sempre.

Che vi devo di’.

È già tanto che ci credo ancora.

 

Risultati immagini per alice coniglio parodia Forse ho cominciato a fare tutto con dieci anni di ritardo.

Se dieci anni fa mi avessero chiesto cosa volessi fare nella vita, avrei risposto: “Trovare un lavoro dignitoso all’università che mi permetta di scrivere”. Laddove “scrivere” sarebbe sembrato un’utopia, e “lavoro dignitoso all’università” no. Era l’inizio della crisi, cosa volete.

Le cose che volevo io, ho il coraggio e la lucidità di cercarle solo da quattro anni o giù di lì: come intuirete, non sempre si può recuperare il tempo “perduto”, o starei già affinando le mie apprezzate abilità canore per diventare Lana Del Rey. Oppure starei organizzando almeno il secondo compleanno della piccola Eufrasia Fulgenzia Prassede, pianificata già in età da arresto insieme a Kim Rossi Stuart (che era fidanzato con me a sua insaputa, come Paolo Maldini).

Invece è nei ritorni dalle vacanze che spuntano foto di ex coinquilini conosciuti dieci anni fa, ora sposi e con prole (non in quest’ordine) in una città diversa da Barcellona, che con stipendi come il loro sarebbe un posto fantastico per figliare: ma, se tutto quello che hanno imparato a dire in due anni è “Un mojito, por favor”, capisco anche che stentino a crederci. Oppure vengono fuori scartoffie (notifiche, anticipi da dare, ricevute) che mi costringono a pianificare il mio futuro immediato. Risultato? In questo lunedì pre-settembrino, a tutto penso, fuorché al presente.

Allora mi ricordo che, pazienza per Lana del Rey, ma scrivere dipende solo da me e comincia a dare risultati decenti. Quanto ai figli, l’idea peregrina sarebbe ancora averli con un padre bendisposto, ma, tra gli ex degli ultimi dieci anni, uno crede che gli attentatori sulla Rambla siano stati mandati dal Re di Spagna, e un altro che il Corano preveda gli tsunami. E parliamo di quelli che, a nominarli, la gente non mi ride letteralmente in faccia, come fa invece in altri casi. È difficile imparare all’improvviso a non circondarsi di psicopatici, se sei psicopatica anche tu, e quando guarisci un pochetto devi comunque scommettere su qualcuno e sperare che la sua barba non sia poi così blu. O che la tintura regga abbastanza.

L’unica cosa certa è che la paura di non avverare i miei desideri stava ottenendo esattamente il risultato che temevo, perciò volevo far presente che, a volte, si è più realisti a inseguire esattamente ciò che si vuole, che a trovarsi dei surrogati ancora più fallimentari.

Oppure vi ritrovate come me a fare quello che è necessario dopo un allagamento in casa: salvare il salvabile, in ordine di priorità. E per fortuna, scrivere dipende solo da me e posso farlo sempre.

Se viene anche il resto, sacrificherò un gallo a Esculapio.

Un gallo di tofu, ovviamente.

Tanto chi se la mangiava, quella schifezza.

(Questa dev’essere un’ex dei miei ex)