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Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone, persone in piedi, libro e attività all'aperto

Della foto qui sopra farei notare tre dettagli:

  • il libro: voi lo conoscevate, io no. O meglio, se avete avuto la bontà di prenderne una copia, ne sapevate più di me, che non l’avevo mai visto prima d’ora! Alla casa editrice avevo dato il mio indirizzo italiano, e mi rifiutavo di imporre ai miei una fila alla posta in piena pandemia, per una spedizione del genere… Però mercoledì scorso, al ritorno da una passeggiata in spiaggia, il compagno dello scambio linguistico italiano-francese mi aveva chiesto “se gli firmavo la sua copia”. Credevo che si riferisse al primo libro, e invece, mentre cercavo invano una penna nello zaino, mi ero vista mettere davanti, per la prima volta, il mio “fillol” catalano!
  • il lembo di pelle che la mia maglia lascia scoperto: allora, un po’ ci si è messa la pandemia, a farmi abbuffare senza ritegno, né rimorsi peraltro. Fanno la loro parte pure i leggings della mia ex marca preferita di vestiti: “ex” perché adesso hanno stravolto le taglie, e la loro M andrebbe stretta a Dolce Memole. In ogni caso, una maglia che non mi arrivi proprio ai piedi può creare questo effetto non voluto, specie se tolgo la giacca per farmi scattare una foto! Ma niente paura, perché un solerte ragazzo gay, col cappellino da baseball e un corteo di amici al seguito, ha pensato bene di avvertirmi ad alta voce che mi si vedeva un po’ “la hucha”, che sarebbe il salvadanaio… Ora, se il simpaticone voleva aiutarmi davvero, è stato un bel po’ indelicato a farlo ad alta voce, davanti a tutti, e con un tono beffardo che mi aveva fatto pensare alla buoncostume. Il sospetto, però, è che l’esteta volesse soprattutto sfottermi davanti agli amici, così l’ho ringraziato caldamente con altrettanta ironia, ed è finita che ci alzavamo il medio a vicenda, con in più il tocco americano: lui che si posava le dita davanti alla fronte, per formare la L di “Loser”. Nessuno dei suoi amici, compresa la biondina che si scompisciava a mie spese, gli ha spiegato che non stava andando esattamente a Malibù, ma a Barceloneta Beach.
  • il braccialetto: no, perché mi stavo cominciando a irritare sia per quel simpatico guardiano della buoncostume, che per il fatto che era il mio primo vero incidente con un ragazzo gay. E dire che avevo passato mesi a smentire amici attivisti (anche uomini) che mi dicevano che il problema “erano gli uomini cis”, a prescindere dall’orientamento sessuale. Poi mi ero guardata il polso. Quel braccialetto di perline mi era stato regalato all’improvviso, in spiaggia, da un venditore di pareo. Ci eravamo riconosciuti, solo che lui non ricordava i dettagli e io sì: lo incontravo ogni sera, mentre tornavo nella mia prima casa del Raval. Stiamo parlando di una decina di anni fa. Lui, un signore pakistano di mezza età, era sempre piazzato all’angolo tra la mia strada e la Ronda de Sant Antoni, e non capivo cosa vendesse, o forse preferivo non indagare: il tipo mi offriva sempre delle caramelle! “Per te gratis”, diceva. Non accettavo caramelle dagli sconosciuti, ma ringraziavo ogni volta e, quando avevo tempo, scambiavo anche due chiacchiere. Quel pomeriggio in spiaggia, il redivivo mi aveva fatto un sacco di feste: prima mi aveva regalato il bracciale, poi si era offerto, pensate, di prestarmi uno dei pareo che stava vendendo, perché mi ci sdraiassi. L’avrebbe recuperato al ritorno dal suo giro verso l’Hotel Vela! Insomma, dopo una tale prova di generosità, che me ne fregava dell’agente della buoncostume che si credeva a Malibù?

Dunque, questa foto resta qui a imperitura memoria, a ricordarmi qualcosa che a Malibù capirebbero subito: you gotta pick your battles. Scegliti bene le tue battaglie.

Infatti continuo a scrivere, e in italiano, nonostante la crescente alienazione che sento rispetto alla mia lingua e alla mia cultura. Il braccialetto di perline è ancora qui, davanti a me, poggiato accanto al pc. Se mi porta fortuna, il prossimo libro riuscirò a stringerlo in mano prima di voi.

Ieri mi è successo un fatto curioso, che vi voglio raccontare.

Devo fare, però, una premessa un po’ lunga. Il compagno di quarantena sta scrivendo delle memorie personali molto difficili, dati i contenuti, e il modo più divertente che ha trovato per sfogare lo stress (gli altri non li rivelo, perché mi ci sto giocando i numeri) sono le sue spedizioni in spiaggia, ogni fine settimana.

Con tenacia ammirevole, il Nostro si spinge fin dove è presente, almeno a riva, un’abbondante quantità di sassolini, che comincia a disporre tracciando diverse figure. L’iniziativa sta riscuotendo un buon successo di pubblico: perlopiù villeggianti che approfittano della chiusura comarcale per passare la giornata in spiaggia. Non contento, il nuovo astro dell’arte barcellonese lascia una sua particolare firma: sotto alcuni sassi più grandi, che dispone a poca distanza dall’opera, fissa dei foglietti contenenti certe sue riflessioni sul mondo, e sul retro riporta il suo indirizzo Instagram. Indovinate chi gli ha suggerito la storia dell’indirizzo… Comunque, ogni tanto qualcuno visita davvero la sua pagina, e ieri pomeriggio una comitiva di “latines” (definizione loro, in spagnolo inclusivo) gli ha addirittura mandato un video di ringraziamento: alcune delle ragazze leggevano le frasi e commentavano “¡Qué bonito!”. Dovevate vedere il Nostro, come si ringalluzziva…

A quel punto (e veniamo a noi), gli ho chiesto per l’ennesima volta dove minchia si piazzasse con i suoi sassolini: per due o tre domeniche ho girato a vuoto tra un tratto di mare e l’altro, ma nisba. Andiamoci insieme, ha proposto lui a sorpresa, e così abbiamo fatto. Almeno ho capito l’errore: nel corso delle mie ricerche balneari, evitavo una piattaforma in cemento piena di tizi nerboruti, che passavano la giornata a fare attrezzi e a fomentarsi a vicenda. Ovviamente, l’artista de noantri si metteva proprio lì vicino! E non era l’unico: non vi dico l’emozione quando, all’arrivo, abbiamo trovato accanto all’opera due signore autoctone di mezza età, che si palleggiavano una macchina fotografica e a turno si buttavano sulla sabbia con tutti i vestiti. Quindi si immortalavano a vicenda davanti alle ramificazioni dei sassolini. L’autore e io non sapevamo se avvicinarci o meno, e temevamo che le tizie (restie a schiodarsi) si portassero dietro qualche “souvenir”… Ho sofferto in silenzio, pensando ai personaggi dei miei romanzi: a quelli che io adoravo e non piacevano a nessuno, a quelli che detestavo e che invece suscitavano interesse… Senza nesso apparente, mi sono ricordata dell’addetta ai lavori che, in uno stralcio d’opera che le avevo mandato, aveva scambiato una mia stagista precaria per un’Erasmus, che in quanto Erasmus “non aveva niente da fare” e, dunque, si metteva addirittura a pensare all’indipendentismo! A parte il fatto che Irene è spagnolista, temo che la retorica di chi “non scappa dalla sua terra” concepisca solo ruoli stereotipati per chi, invece, la sua terra l’ha trovata altrove.

Sì, lo so, mi stavo appropriando di un momento di gloria dell’artista al mio fianco per fare considerazioni mie. Però, com’era che diceva quel mio pomposo professore di latino, all’università? L’opera non è più di chi la crea, ma di chi ne fruisce. Per questo mi venivano in mente le strane associazioni con le mie scritture.

Le due fans hanno levato le tende, ma sono state subito rimpiazzate: il mio neo-artista preferito ha mantenuto un aplomb impeccabile (e grazie, direte voi: è inglese!) quando, subito dopo, si sono avvicinati due ragazzini. Lì ho temuto il peggio: ho pensato all’emulazione che portava certi miei coetanei, quando ero ragazzina io, a distruggere qualunque cosa perché sì, e per dimostrare agli altri che ne erano capaci. Si cominciava con le sculture e si finiva con le donne, tranne “le madri e le sorelle” (forse). Ma continuo a pensare che sono approdata in una terra meno arrabbiata, nonostante gli exploit, o con meno motivi per esserlo. Uno dei ragazzini si è piantato al centro dell'”occhio” formato dai sassi. Prima ha scimmiottato un “om” a mani giunte, poi ha eseguito qualche figura plastica, stile Shaolin Soccer. L’artista fremeva, immaginando i sassolini scricchiolare sotto quei piedi nudi taglia 36, e io tornavo con la mente a un’altra addetta ai lavori, che in una bozza di romanzo mi aveva bocciato la descrizione di un seminario catalano: “Il mito della svedese nell’immaginario franchista”. Del tutto irrilevante, aveva scritto questa nuova “impavida-che-è-rimasta-nella-sua-terra”, e so bene che, a tante di queste impavide, del femminismo “fottesega” (per dirla in catalano). Sono anche sicura che Mary Nash, che ha cambiato la storia degli Studi di Genere in Catalogna, non si offenderà dell’ennesima detrattrice. Però la protagonista del mio romanzo sbava dietro a uno svedese, e durante il seminario riflette su una possibile inversione di ruoli (il biondone che si fa oggetto, e la mediterranea che, appunto, sbava). Dunque, qualche rilevanza in quel contesto dovrà pur esistere, no? Le gambe del ragazzino tremavano sui sassi instabili, mentre io concludevo ancora una volta che ormai, con i miei connazionali, ho in comune solo la lingua in cui mi esprimo. Una delle lingue.

I bambini si sono allontanati, e siamo accorsi noi. Il danno era minore del previsto: l’ordine con cui erano state disposte le pietre centrali si era un po’ incrinato, ma in fin dei conti l’opera ci guadagnava, perché era stata “vissuta”. Come quelle tazze giapponesi che si rompono ecc. ecc.

Ho chiesto all’artista se accanto al suo occhio di sassi non volesse posare anche lui, a beneficio del fan club (le “latines”, le due signore autoctone, i monelli del posto, e una graziosa studentessa col velo che ormai è una fan incallita…). No, ha detto lui. Fotografa solo l’occhio, come lo chiami tu. È quello, che conta.

Meno male: la pensiamo uguale. Noi non c’entriamo niente, l’importante è la trama. Che sia una disposizione di sassi, o di parole. Il racconto ci deve comprendere, è vero, ma poi ci deve superare, oppure non funziona. Il racconto dev’essere meglio di noi. Con buona pace della retorica di chi parte, e di chi resta.

Ci siamo allontanati. Dopo una decina di metri mi sono girata di nuovo, per vedere se c’erano ulteriori curiosi, ma si stava facendo tardi. Le coppie scacciavano via la sabbia dai teli comprati agli ambulanti, le comitive con la chitarrina cantavano a mezza voce, le reti di pallavolo erano scosse da schiacciate sempre più mosce.

Per oggi, ho pensato allora, l’occhio di sassi ha smesso di guardare, e farsi guardare. Domani, chissà.