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Ok, adesso che mi è “sparito” il naso nuovo ve lo posso dire: per un anno ne ho portato uno finto addosso a quello che già avevo, e nessuno ha notato niente. Avete presente la roba che si sparano nei labbroni le dive, e le abitanti più bionde di Napoli centro? Ecco: io me l’ero fatta mettere nel naso.

Ok, vi do i tre secondi di rito per dire “sticazzi”. Fatto? Allora procediamo, perché sono riuscita a ricavare della filosofia anche da questo. Sì, ho molto tempo da perdere.

Sostanzialmente ho trovato un’offerta in una clinica che non fosse troppo sospetta (in giro ci sono perfino promozioni sotto i duecento euro, ma proprio non garantisco), e non avendo né un mutuo da pagare né un marmocchio a cui badare mi sono tolta almeno questo sfizio: accontentare la me tredicenne che si chiedeva perché, di tre nonni col naso a pippa (leggi “aquilino”) e una nonna col naso a papaccella (leggi “a forma di peperone dolce“) dovessi avere sulla faccia un pot-pourri del loro peggio. Sì, lo so, niente di drammatico, ma volevo vedere come mi stava una versione un po’ rialzata senza gobbetta, con la stessa tigna con cui ho rimesso per quattro mesi l’apparecchio, ma in versione moderna e (stavolta) efficace. Il risultato, per quanto riguarda il naso, mi ha soddisfatto un sacco: discreto e divertente. L’acido ialuronico non fa altro che aggiungere materiale, invece che sottrarlo, quindi mi sono ritrovata con un nasone assurdo, ma modellato come plastilina! Adesso che l’effetto va scemando piano piano, ed è durato quasi un anno, mi sto ritrovando col peggio del naso di prima, più il volume del naso di dopo. E, come per i capelli color pavone, mi ci sto facendo delle grasse risate.

Lo so, lo so, state ancora a dire sticazzi, ma ho pensato bene di farvelo sapere per la questione del corpo: questo “amarci come siamo” che vedo anche in articoli recenti, l’idea del corpo come problema da risolvere accettandolo e amen. Io sono d’accordo, eh: quando mi sono piaciuta così com’ero ho deciso anche che ogni tanto, più per sfizio che per altro, avrei potuto usare il mio sterminato privilegio per vedermi sotto altre sembianze, che andassero dalla tintura rosa al trucco, per passare a interventi un po’ più “drastici” come questo.

E lungi da me l’idea di fare appropriazione proprio di questi tempi, ma mi vengono in mente due personaggi di finzione: la Princesa di De André, che voleva che il suo corpo le rassomigliasse, e Agrado di Almodóvar, che conclude il suo famoso monologo con la frase: “Una è più autentica quanto più somiglia a ciò che ha sognato di sé stessa”. Io a tredici anni sognavo in ordine sparso i denti dritti, il naso all’insù e il Nobel per la letteratura. Purtroppo per il terzo sto cercando ancora la promozione giusta su Groupon.

Però c’è questo modo di trattare il corpo, che in effetti è un campo di battaglia, come se fosse il cibo messo a tavola davanti ai bambini: con quello non si scherza. Le suore, a scuola, criticavano le bambine che giocavano con gli smalti, predicando che “le unghie dovevano essere come ce le ha date nostro signore”. Parlando di bambine che giocano col proprio corpo, ho assistito da lontano a tutta la polemica su Mignonnes (Cuties). Non mi sembra di andare fuori argomento: di base c’è l’idea che specie le donne debbano compiere fin dall’inizio della loro vita una scelta decisiva tra corpo e mente, presentati in modo fraudolento come antitetici. Ovvio che le donne possono “sfoggiare” entrambi i reperti insieme, anzi in alcune occasioni è richiesto (vedi cerimonie di laurea e lavori di rappresentanza): ma, appunto, ciò si verifica giusto in alcune occasioni. Guai a postare foto del mare se sei un’ex ministra, per esempio!

Io mi sono fatta colare il sudore quasi fin sul collo pur di sostenere un esame a luglio con la giacchetta addosso: sotto avevo una canotta, benché nera, e mettersi un reggiseno italiano pensato per la schiena di Pollyanna equivaleva a morire per soffocamento. A 30 gradi all’ombra non era il caso. Qualche amico spiritoso, ai tempi, avrebbe commentato “Mi ero scordato cosa rischiavi di mostrare, là!”. Sì, ma con tutte le leggende metropolitane di studentesse che “andavano discinte apposta all’esame” (meglio schiumare, no?), di quello si trattava: corpo o mente. E se si sceglie la seconda, il primo deve sparire. Che poi è una delle spiegazioni più frequenti fornite da imam e collettivi di ragazzi musulmani su perché le donne dovrebbero portare il velo: “Per rispettarti meglio, bambina cara: noi andiamo oltre le apparenze”. Oook, ma confesso che preferisco di gran lunga chiederlo alle ragazze, che spesso dicono solo: “Io sono così, questo pezzo di stoffa è parte di me” (che poi certe mie colleghe di università a Manchester si toglievano il velo alla cerimonia dei diplomi).

Il corpo, però, torna sempre: e meno male! Impone le sue leggi, riempie “troppo” i jeans in barba alle mode (e allora sono i jeans a essere sbagliati, non il corpo!). Oppure si lascia cadere fino alle costole gli scolli profondi (ehm…): ma se la scollatura non incontra gli standard di un museo famoso, scordati pure di vedere la Gioconda.

Perché il corpo è ancora un tabù, mai come ora che viene esibito tanto, e sempre in una salsa accattivante: questa versione sciapa della già triste Body Positivity dimostra quanto poco sappiamo accettarlo per com’è davvero. Leggete ad esempio i commenti sotto questa pubblicità, che di corpi non ne esibisce nemmeno granché.

E invece, tra l’imperativo di sfoggiare corpi perfetti e quello di ripudiarli per pensare “a ben altro”, ho trovato un’altra soluzione: il corpo, a modo mio. Le mie scelte estetiche continuano a essere poco rilevanti per gli standard o a non entrarvi proprio, però piacciono a me.

Perché col corpo si può giocare, anche per compiacere nessun altro sguardo che il proprio. Quando si vince la pressione estetica e si fanno le cose per “scelta” (qualunque cosa significhi) possiamo, si diceva, porci un obiettivo: quello che vediamo allo specchio deve rassomigliare davvero a quello che ci sentiamo di essere.

Specie se in realtà siamo Batman.

Awkward yeti image by Khira on Miscellaneous | Heart and brain comic, Funny  comics

Its-al-about-that-bass1-960x514Finalmente l’ho ascoltata! No, Adele non pervenuta, ancora, ma da una serie d’indizi intuivo che la canzone All about that bass, giuntami alle orecchie solo nella versione jazzata, fosse in realtà un successo pop. Che vuol essere incoraggiante verso quelle persone considerate sovrappeso, infatti la bellona di turno con taglia sotto la 40 viene ironicamente malmenata dalla protagonista.

Ok, si ride e si balla, ma già ho espresso la mia perplessità su quelle campagne che tendono a fare l’elogio di tutto quanto vada contro gli standard di bellezza correnti, finendo a mio avviso per confermarli alla grande.

Io in effetti mi riscopro un’eroina involontaria secondo i siti italiani che esercitano volenti o nolenti pressione estetica (concetto chiarissimo in spagnolo, ma se lo cerchi in italiano ti escono le le leggi della meccanica dei fluidi). Rispetto a certe amiche italiane che si sentono trasgressive per i capelli corti, io ho il caschetto da sei mesi e manco ho cambiato la foto profilo su facebook. Poi mi faccio la ceretta solo quando voglio (trovo i peli brutti sia sugli uomini che sulle donne) e vado senza reggiseno perché francamente mi soffoca senza servirmi a niente. So fare lo smokey eyes, magari un po’ sbavato, così come esco spesso struccata. A volte mi vesto troppo elegante per andare in pizzeria e troppo informale per il teatro. Non lo scrivo perché convochiate d’ufficio il Grande Capo Estiqaatsi, il punto è: ci rendiamo conto? In Italia una potrebbe passare per coraggiosa solo perché fa come le pare.

In realtà non mi piacciono, le smagliature che ho sui fianchi. Sono bella “anche” così? Spero di sì, ma da qua a cercare d’imporle come modello di bellezza, come si prova a fare con le ossa in vista sui giornali di moda, ce ne corre.

È vero, però, che queste cosiddette imperfezioni raccontano una storia. Quella di quando sono dimagrita di colpo a 30 anni passati, per la seconda volta in un anno, ma in una botta sola. Diciamo che ho reagito alla stessa cosa in maniera opposta ad Adele, e facendomi un punto d’onore di non telefonare. Mangiavo metà di quello che spazzolo ora al take-away cinese. Di tortilla, ne prendevo una fettina con un pezzo di pane e avevo finito il pranzo. Avevo un panettone al cioccolato vicino al comodino che pugnalavo con un coltello al risveglio, per estrarne solo le parti con la crema. E questo a volte era anche la cena.

Non vi dico, tornata a casa a Natale, le scene da panico. Analisi su analisi. Il problema dei medici, nella mia esperienza, è che non si rassegnano al fatto che certe cose siano solo psicologiche. Stavo una merda e non volevo mangiare. Amen.

Infatti, ho ripreso ad abbuffarmi quando sono stata meglio. Ho ricominciato prima a consumare pasti regolari. Poi ho avuto abbastanza forze da tornare in palestra. Ma intanto che ricominciassi? Bum, perdita di tono.

E io a inseguire la mia vita, più che la caduta libera dei fianchi, a trovarle un equilibrio, un senso, a correggere quello che mi aveva fatto precipitare, nell’unica maniera possibile: raccoglierlo da terra insieme al mio culetto ossuto e portarlo con me, camminarci insieme come un amuleto, come diventa un amuleto una vecchia cicatrice.

E adesso, a due anni di distanza, sono disperata: mi va tutto strettissimo! I vestiti che ho preso in quell’epoca maledetta. Va bene la genialità di comprarsi l’unico paio di jeans nel picco della magrezza, ma il resto? Io che salto per chiudermi cerniere, mi siedo e mi si arriccia tutto sulla panzella (che mi aridiventa tonica, eh, ho cambiato palestra!).

Che è successo, da allora? Che sono contenta. Serena. Felice? Uhm. Contenta. Serena.

E quando mi metto il pigiama davanti allo specchio gigante, ereditato in questa nuova casa di questa nuova vita, le mie smagliature mi ricordano di quando contenta e serena non ero affatto.

E non mi piacciono.

Diciamo che restano lì come promemoria.

La mia serenità ama andare comoda e per me va bene così.

Che vi sia comoda anche la vostra, in qualunque formato vi arrivi.

tiparleròdamorNella puntata precedente si parlava della mia lacrimevole vita di bimba graziosa che si era ritrovata, all’epoca dello sviluppo, a scoprire di essere normaluccia anziché no, magari caruccia ma “non sto granché”, come sentenziai presto dietro gli occhiali da vista, che toglievo strategicamente quando i miei non erano presenti. La macchinetta era impossibile toglierla, per quello che mi è servita.

MA non buttiamoci giù, soffermiamoci sul quel “non sto granché”. Dicevo che due gemelle, una bellissima e tormentata e un’altra meno appariscente ma più serena, mi hanno dimostrato “plasticamente” gli effetti sul volto dell’autostima.

In effetti una cosa del genere era successa anche a me, quando una ragazza incontrata a un concerto dopo anni senza vedersi mi disse che ero molto più carina da universitaria che da liceale (nonostante qualche chiletto in più e un taglio sbarazzino poco “standard”), perché mi ero tolta “quella faccia da seccia” che in effetti sfoggiavo nell’ultimo anno al classico.

Ma le rassicurazioni altrui servono a poco.

Forse succede perché, una volta che vediamo che non ci toccherà sfilare in passerella a Milano, molte danno per scontato che “da quel punto di vista”, nella battaglia che ci siamo creati tra corpo e mente, sono inadeguate. Come se mens sana in corpore sano fosse una dichiarazione incomprensibile del compianto Boškov. Specie se abbiamo puntato su una carriera universitaria e ci siamo accontentate dell’equivoco per cui “le ragazze serie pensano soprattutto al cervello”.

Capisco il dare la giusta importanza alla bellezza, non mitificarla come fanno i media, ma non mi sembra giusto neanche negarla, nascondercene il fascino intrinseco che fa scattare petizioni, come mi segnalano giustamente, se il delinquente è bello.

Vedete che succede, a negare il potenziale della bellezza, solo perché non sentiamo di possederne?

Il modo in cui la viviamo fa tutta la differenza. Io, si diceva, mi sono premurata di innamorarmi solo di persone che mi confermassero la mia visione autosvalutante (e lo so, l’amore è complesso, ma sappiamo l’attrazione fisica che ruolo vi giochi). Ora che ho deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno, è cambiato molto. Non tutto, ma molto. Ho scoperto che quando capiamo che non siamo proprio uno sperpetuo, lo trasmettiamo anche agli altri. E facciamo molto più esercizio fisico, ci prendiamo più cura del nostro corpo, ci vestiamo come ci piace senza pensare al filo di pancetta che potrebbe emergere sotto i colori un po’ più appariscenti.

A me forse è andata bene, a rivalutarmi solo adesso: conosco un ragazzo che, senza diventare un modello (peraltro è rimasto bassino), si è ritrovato da un’adolescenza con problemi di scoliosi, di acne, di miopia e quant’altro, a una giovinezza in cui si è quasi letteralmente svegliato un giorno e si è scoperto un bel giovine. Lì, immaginerete, strage di cuori, eccolo pronto a “castigare” le stesse che non se lo filavano manco di striscio.

La stessa tentazione che a 30 suonati avrei a volte qui in Spagna, in un paese più generoso coi suoi standard, in cui le donne, fresche di transizione democratica, hanno imparato da meno tempo e quindi con meno complessi a darsi valore a prescindere dall’aspetto fisico.

Ma è questo “a prescindere” che, secondo me, ci deve spaventare.

Perché una cosa è il sacrosanto ribellarsi agli standard di bellezza, e una cosa la cecità selettiva di chi, per evitarsi delusioni (torniamo al tema paure), si rifiuta di conoscere il proprio corpo a favore di una mente che, lasciata sola, può tradire peggio di Giuda.

Ma degli standard parleremo nella prossima saga.

ioaltalenaOra, perché m’importa tanto della bellezza.

Potrei scrivere: perché sono una donna. Nata in una società in cui la bellezza è ancora un fattore di potere, per le donne, o uno standard da raggiungere, qualcosa da procacciarsi o con cui fare i conti ogni giorno, nell’impossibilità di essere all’altezza di modelli che al femminile si traducono nella solita idealizzazione feroce, che sia di zoccola o di madonna.

Ma questa supercazzola la lasciamo a discussioni sociologiche che qui non mi competono. Questa è la realtà per milioni di donne (e ultimamente di uomini), e ciascuna reagisce a modo suo. La cosa più importante è capire cosa significhi la bellezza per noi, per la nostra storia personale.

E io ero una di quelle bambine che dici, magari esagerando, “dovrebbe fare la pubblicità”. E siccome ero pure una bimba sveglia (me so’ perza p’ ‘a via) intuivo che la maggior parte dell’attenzione che mi dedicavano gli adulti, anche i perfetti sconosciuti, fosse dovuta a questo. Ergo, devo aver pensato, se non sono bella non sono più nessuno. Infatti, l’avrò già detto, mentre aspettavo di vedere mia mamma nel reparto maternità (e mio fratello si approssima alle 30 primavere) a domanda “Che vuoi fare da grande” risposi convinta “Miss Mondo”. Anche perché il posto di Madonna (l’originale, non la cantante) era occupato. E che te ne fai, mi venne risposto. Ti dicono “sei bella”, e poi? Come, e poi.

L’ “e poi” dovetti chiedermelo più tardi, coi denti cresciuti un po’ alla rinfusa, un naso improvvisamente uscito dagli angusti confini dell’infanzia, e lo scherzo della natura (e del ciclo precoce) di essere pin-up a 9 anni e minuta a 13: è frustrante vedere le coetanee cambiare mentre tu rimani sempre uguale, ti sembra di perdere una maratona che non hai mai neanche corso, prima ancora di avere gli strumenti culturali per dirti che non vale la pena correrla.

Per questo penso che, più dei discorsi sociologici su una realtà che si fa sempre più complessa e superficiale (e che comincia ad affliggere anche gli uomini, coi modelli di bellezza irraggiungibili), bisognerebbe partire da noi, dalla nostra storia.

Io sulla bellezza ho avuto la mia rivelazione grazie a due gemelle, identiche e splendide entrambe. Conoscevo solo quella misteriosa e tormentata, però, ovviamente amica mia.

L’altra la incontrai per caso in strada e… Immaginate la classica figuraccia che si verifica in questi casi. Lei, abituata, la prese con filosofia, mi diede due baci allegri e rise con me dell’equivoco. In quel momento, mi accorsi che era più grassottella della sua gemella, vestita in modo meno originale, e forse anche più, non so, più propensa a rimanere inosservata rispetto all’evidente “alterità” della quasi-sosia.

Ma in un certo senso era più bella, o di una bellezza diversa, più affabile, più attraente in senso letterale. Non capivo perché, finché non le guardai meglio gli occhi. Erano sereni, senza le complicazioni della mia amica “tormentata” come me. E il sorriso non era nervoso, ma aperto, sincero. La ragazza che avevo davanti mi stava insegnando la differenza tra lo star bene con se stessi ed essere insicuri.
E questa ovvietà da salotto, tradotta su un volto umano che ti si profila davanti, è una piccola rivelazione, meglio di Photoshop.

Delle sue conseguenze parleremo tra qualche giorno

rainingpeopleL’altro giorno un pompiere altissimo, nel caos di una strada piena di ambulanze e polizia e folla curiosa, mi ha seguito per un lungo istante con lo sguardo e con un sorriso birbone, di chi sa di essere figo e sta dicendo sì, sto guardando proprio te.

La mia reazione? Passare avanti. Con la testa alla nazionale appena eliminata dal mondiale, e al paradosso con cui avevo iniziato la mia giornata: certi occhi bellissimi che incontro per strada mi raccontano una cosa diversa da quello che in genere mi dicono gli unici occhi che m’interessino (e che se applicassero a se stessi i loro standard ci andrebbero a perdere), ma io credo solo a questi ultimi.

Infatti la mia reazione a quella piccola attenzione maschile è stata simile a quella di molti di voi, mi sa, messi di fronte a un complimento:

Chi? Io?

Voi come reagite, ai complimenti? Di qualsiasi genere, eh. C’era una vignetta divertente in giro su Internet, raffigurava una che come reazione cominciava a balbettare, che ignorava l’interlocutore, che addirittura s’incazzava per le parole gentili.

Di solito per prima cosa, come ci hanno insegnato educatamente fin da piccoli, ci rifugiamo nella falsa modestia. Che, ripetuta per una vita, diventa modestia vera e si considera una grande qualità, anche perché con la schizofrenia che ci contraddistingue nella società 2.0 l’alternativa è un’apoteosi dell’ego.

E allora no, testa alta, occhi bassi, e qualsiasi evento che esuli dalla nostra insicurezza, che non ci confermi la visione che abbiamo di “non essere abbastanza”, viene passato sotto silenzio.

Da adolescente, quando mi guardavano per strada, mi dicevo “il reggiseno che mi sono messa oggi sarà troppo imbottito”. Oppure: “si sa che da queste parti sono tutti maniaci”.

“Si sa che in chat sono tutti maniaci”, mi sono sentita dire tempo fa, quando rivendicavo stupidamente un “certo successo di pubblico” che gli occhi riottosi di turno già mi concedevano, col malcelato disprezzo di chi è determinato a distinguersi dalla massa.

E mi sono sempre premurata di trovarmi occhi del genere, o almeno, hai visto mai, d’innamorarmi solo di quelli. Occhi da cercare di conquistarmi invano, che non mi facessero correre il pericolo di uscire dall’angolino in cui mi fossi chiusa da sola.

L’angolino di chi non ha nessuna colpa per non soddisfare tutti gli standard di bellezza di un’epoca di apparenze, e allora risolve la questione “cosa mi ha dato madre natura” buttandosi giù di default. Che come donna si è trovata di fronte al modello schizofrenico del “devi essere bella ma anche intelligente, e non puoi essere troppo entrambe le cose, neanche se ne avessi la possibilità”.

E non crediate che sia un discorso che riguardi solo le donne. Forse, anzi, negli uomini tutto questo prende una connotazione particolarmente dolorosa, perché chi tetiene il potere, direbbe Abatantuono, ha standard ancora più alti da soddisfare, prove di valore da fornire senza il conforto di tutta la riflessione che accompagna, invece, le categorie discriminate.

Quindi tutto congiura nella nostra vita perché, se un giorno ci capita qualcosa di bello o semplicemente di buffo, simpatico, di troppo bello per essere vero, per l’idea che abbiamo della vita come sofferenza, la nostra reazione sarà Chi? Io?.

Ho un paio di esempi carini da fare, ma li vedremo insieme la prossima volta.