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Risultati immagini per fish climb tree  Avete presente la storia inflazionata del pesce e dell’albero? Ma sì, la frase attribuita erroneamente ad Einstein, sul fatto di giudicare qualcuno secondo parametri non affini a tutti. Com’era?

Ognuno è un genio. Ma, se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

Ecco, una roba così.

Quante volte facciamo quest’errore, e quante volte lo infliggiamo a noi stessi. Forse, semplicemente, abbiamo paura di quello che riusciamo a fare, o pensiamo che non sia importante quanto altre attività più alla moda, o apprezzate socialmente. Io stessa ho ingaggiato un’allegra battaglia con gli amici d’ingegneria, nei nostri vent’anni, su chi avesse più meriti tra ingegneri e letterine. Al che loro dicevano: “Certo, se lavoro male io cade un palazzo…”. E noi? Oltre a provare ancora a combattere il tanto chiacchierato analfabetismo funzionale, ci batteremo fino alla fine perché Nietzsche e Capitan Harlock non siano considerati simboli della destra.

Insomma, bando alla falsa modestia, se abbiamo una qualche dote dobbiamo apprezzarla! Io potrei dirvi cosa indossavate quando ci siamo visti la prima volta, fosse anche trent’anni fa, o raccontare imbarazzanti aneddoti su vostri trascorsi mooolto passati, a meno che non compriate il mio silenzio.

La mia buona memoria sarà una caratteristica meno spettacolare di un fisicaccio che mi catapulti sulle passerelle di Parigi, o nelle fiere più pacchiane di abiti da sposa! Né mi farà fare esattamente i miliardi di un genio della finanza.

Ma è un peccato che, se abbiamo delle caratteristiche poco apprezzate a Natale dallo zio fallito che ci interroga, tendiamo a fregarcene, o a sminuirle.

Il collega che mi aveva riveduto un po’ la tesi di master me l’aveva detto: “Mi piace come scrivi e lo sai, ma sai anche che la commissione lo troverà troppo informale, personale. Quindi camuffa un po’ le parti emotive, scrivi più frasi come ‘Da questo brano si evince…’ “.

E invece no. Invece quella tesi che parlava di ragazzi morti appesi a un filo spinato meritava forse un maggiore rigore scientifico, ma non una lacrima di meno. E chi prova a spacciare per scienza l’assenza di lacrime, a mio parere, non ha capito un cazzo né di quella guerra, né di tutte le altre.

Di che stiamo a parlare, quindi?

Be’, di coerenza, fedeltà a se stessi, consapevolezza di quello che sappiamo fare, nel bene e nel male.

E di non disprezzare il nostro mare tranquillo, solo perché l’arrampicamento sugli alberi non è mai stato il nostro forte.

cravattaE allora, perché pensi che io e te, così intelligenti, siamo single, Maria? Perché gli uomini vogliono delle bamboline stupide che li facciano sentire forti.

E, ancora peggio: perché non ho la ragazza, Maria? Perché le donne badano troppo ai soldi.

Non siamo mai noi, o non è mai quel misto tra circostanze esterne e responsabilità personale a farci fare determinate scelte di vita. È questa società marcia ai cui standard ci rifiutiamo di adeguarci.

Peccato che nel “rifiutarci” di fare qualcosa la stiamo affermando, la stiamo riconoscendo come legittima.

Che il vero modo di rifiutarsi sia ammettere che ce la portiamo dentro, la legge che vogliamo infrangere, che è una delle prime cose che abbiamo imparato, e che a dedicare la nostra vita ad andarle contro la stiamo esattamente legittimando, trasformandoci nell’eccezione che conferma la regola.

E, soprattutto, rischiando di fare la fine da cui scappiamo: quante di quelle che non sanno truccarsi, che criticano le loro simili che hanno deciso di imparare, che si beano della loro cerebralità, finiranno col primo stronzo che le riempia di complimenti, rinunciando volentieri alla carriera per sfornargli quei cinque pargoli che fino a un anno fa “mai nella vita”?

E quanti giovani uomini insicuri, di quelli che ahimé piacciono spesso anche a me, anarchici e “incapaci di avere una storia seria perché il mondo è labile rob’ cos'”, finiranno con una maniaca di Hello Kitty che per il primo meseversario li porti all’acquapark con Groupon?

E se era quello che in realtà volessero, bene. Il guaio è passare da un estremo all’altro, dalla negazione delle regole alla loro accettazione totale, solo perché, per paura o insicurezza, non ci si è mai presi la briga di scoprire cosa volessimo noi in realtà.

E allora, secondo me, se vogliamo davvero essere liberi dagli standard dobbiamo rintracciarli dentro di noi, ascoltarli, e decidere esattamente quali cose prendere.

Io mi tengo i libri ma anche i trucchi, e se uno mi fa un complimento senza star pensando solo dammeladammeladammeladammela, ben venga.

E continuerò a criticare gli standard ridicoli che ci farebbero donne e uomini infelici e insicuri, che è stato pure il mio mestiere per tanto tempo, ma a un patto: non usarli mai più come scusa per non vivere..

Solo così saprò scrollarmeli di dosso con una spallata.