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tagliateglilatesta Ok, lo ammetto per chi mi sfotte e mi chiama piccola Buddha. Incazzarsi è facilissimo.

Basta sentirsi in un loop, ritrovarsi in una situazione in cui il nostro potere decisionale non gioca che un terzo della partita (tutte, in pratica) e non digerire l’impotenza.

Basta scoprire che il progetto a cui avevamo lavorato come pazzi non corrisponde alle nostre aspettative (e appartenendo queste alla fantasia e i risultati alla realtà, è un’altra cosa che succede sempre).

Insomma, la risposta più facile a tutto questo è incazzarsi, di brutto. E sapete come. A parte lo scatto d’ira singolo, che non può ripetersi troppo se no ci viene un infarto secco, esiste la rabbia sorda che monta piano piano. Come la  marea a Barceloneta, dopo che è passata una crociera: giunge a riva quella schiumetta radioattiva, piena di lattine e bottiglie con l’etichetta stinta.

Sì, l’avete riconosciuta. È la rabbia latente che porta la gente a fare commenti acidi su facebook, o a perdere di vista l’argomento su cui interviene e parlare solo di sé, del suo problema, delle sue paure, vomitando sugli altri la facile frustrazione dei giorni andati male.

Be’, niente di più facile, capita anche a me e più spesso di quanto vorrei.

Mi accorgo che mi sta succedendo quando comincio quel sarcasmo da due soldi, quell’amarezza costante sempre diretta a qualcun altro, un amico in ritardo o un’alunna difficile… Qualcun altro che, in definitiva, non è mai il problema.

Il vero problema è l’associazione che sonnecchia, ma me la prendo col singolo membro che non ha procurato l’altoparlante (esempio a caso, in realtà ne abbiamo ben due!). O l’irriducibile differenza di gusti con le persone che amo. O la constatazione che le ore di lavoro extra mi dimezzano, di fatto, entrate già magre.

E lo so, l’ideale sarebbe passare all’azione. Cercare di risvegliare l’associazione o accettarne il letargo per fare altro. Inventarsi un lavoro più fantasioso e remunerato. Crearmi un’agenda personale che complementi il vivi e lascia vivere che già adotto con chi amo. Esempio: se tu hai una serata partita/rutto libero, io vado a mangiarmi una pizza (altro esempio a caso, nella mia vita maschi alfa non pervenuti, per fortuna).

Ma no, a volte vogliamo solo sfogare, permetterci la battuta acida verso la cazzara che non ha portato il vino per la cena aziendale, le smorfie ai turisti lenti che scambiano i cunicoli della metro per il lungomare di Napoli.

Insomma, lo sfogo ci sta. Ma sul lungo termine, ci fa bene? Anche perché, si diceva, spesso a guidarlo è la paura generata dall’impotenza. O devo rassegnarmi al fatto che il tizio che mi diceva “gli immigrati vogliono ammazzarci tutti e lei sta qui a sottilizzare” sia semplicemente un idiota (possibile, eh).

Insomma, ecco la nostra amica paura, quella di non riuscire a venire a capo della situazione, solo perché non la controlliamo tutta. E fateci caso, questa paura è come le sabbie mobili. Più ce ne facciamo prendere, più difficilmente ne usciamo.

Dopo lo sfogo iniziale, quindi, proviamo a riacquistare fiducia in noi stessi. A capire che non fa niente se arriviamo un po’ tardi o se qualcuno ci insulta per strada: non siamo inadeguati noi, insulterebbero uguale un altro passante. A capire che la soluzione in tasca è un optional, quello che abbiamo di serie è la capacità di affrontare la situazione.

Ne riparleremo.

tachipirina-quando-e-come-usarla1 Ultimamente sono un po’ stressata.

Roba che dopo la prima lezione serale come prof., ho telefonato a mio padre, medico, per dettare le mie ultime volontà, e lui ha cominciato a sfottermi: “Ma se non hai niente, prenditi una Tachipirina e vai a letto”. Va detto che mio padre ormai lo chiamiamo El Taqui e che, curando bimbi leucemici, è poco incline a farsi commuovere da una trentenne col mal di testa e le orecchie che fischiano.

Allora, preso il fantomatico paracetamol, che qua la Tachipirina non c’è, devo curarmi da me.

Lo farò con una confessione: è successo di nuovo. Sono diventata le cose che faccio.

È una condizione che si verifica quando abbiamo centomila impegni, o crediamo di averne, e allora ci annulliamo completamente in quelli, senza curarci del nostro benessere fisico, delle ore di sonno, o anche della necessità, che improvvisamente ci sembra superflua, di prenderci un momento di respiro, un pomeriggio di svago.

Allora, non so se vi capita, cominciano i frazionamenti: cioè, inizio a dividermi il tempo in funzione dei primi tre impegni urgenti che ho nelle prossime tre ore. Esempio: “Mentre mi lavo i denti ne approfitto per prepararmi la lezione di domani, dopodomani, e una bozza mentale della tesina da consegnare la settimana prossima”. Ma quanto ci metti, chiederete, a lavarti i denti? Oh, ci tengo all’igiene, io!

Risultato? Che in classe chiedo i congiuntivi a chi si sta ancora impiccando sul passato prossimo, la bozza della tesina la tengo intonsa da una settimana e il mio ragazzo, leggendo l’unico racconto che ho rimaneggiato in mesi, mi fa: “Ma il personaggio a pagina 30 da dov’è uscito?”. E mi accorgo che non lo so. Se sti dettagli non li sapeva la Woolf il capolavoro usciva lo stesso, se sfuggono a me annamo proprio bene.

Finché ieri non mi sono presa i miei dieci minuti per fare mindfulness (ma va bene qualsiasi cosa vi serva a tornare un po’ in voi dopo una giornata alienante, tranne certe droghe) e mi sono resa conto che approfittavo anche di quei momenti di calma per farmi venire idee su come spiegare gli aggettivi qualificativi!

“Allucinata”, per esempio. Perché, e lì l’ho visualizzato bene, era come se stessi scorrendo via da me in mille rivoli distratti e fondendomi con le cose che dovessi fare, prendendo la loro forma. E facendole male.

Se quelle energie fossero tornate a me, a fondersi con me, se fossi stata io nelle cose che faccio invece che io, le cose che faccio, sarebbe andato tutto meglio.

Perché il paradosso è questo: se ci lasciamo prendere dall’ansia e ci annulliamo nelle incombenze quotidiane, le portiamo a termine anche male. Il paradosso delle sabbie mobili: più ti agiti e più affondi.

Per far bene le cose, diceva un’amica psicologa, dobbiamo rilassarci il giusto, conservare il minimo di tensione che ci spinga a dare un buon rendimento e la giusta calma per ottenerlo davvero.

Altrimenti, mi spiace per papà, ma non c’è Tachipirina che tenga.