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Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)

Io pensavo che sarebbe stato lo sciopero. Scherzavo, ma fino a un certo punto. In azienda avevano il licenziamento facile, e comunque non c’era bisogno di una Content Writer italiana, gli italiani erano pessimi clienti. E poi mentre ero allo sciopero generale c’era stato un lavoro urgente per me. L’avevano passato a Lucilla, del Servizio Clienti.

Sì, se dovevano licenziarmi, l’avrebbero fatto per quello.

E invece no.

Il lavoro mi piaceva. Scrivevo, finalmente, anche se descrizioni di appartamenti e traduzioni dall’inglese. L’ufficio sembrava la succursale dell’ONU. Una volta ho sentito due colleghi, un olandese e un francese, parlarsi in portoghese perfetto. Doppia nazionalità. Era quasi la norma, lì.

Ma ultimamente mi pesava un po’. Il passaggio al part-time e al nuovo dipartimento, la gente licenziata su due piedi (ti chiama il manager, torni, baci tutti e via), ordini e contrordini su cosa scrivere e come.

E poi… Ma non posso raccontare tutto, qui, venite a prendervi un caffè e vi spiego perché quel giorno ero andata al lavoro con l’idea che sarebbe cominciato un periodo difficile. E la certezza che l’avrei superato.

Se guardo fisso davanti a me rivivo tutto. Eccomi al lavoro, quasi puntuale. Apro l’Excel, scorro gli appartamenti a cui dare un nome. Sono aumentati, mentre scioperavo. Quelli di Berlino sono sempre i più difficili, tocca consultare Petra. Xisca ha un bel vestito. Marie litiga al telefono col maestro del figlio. Alan racconta un aneddoto su quando era maestro. Andy arriva alle 11, nascondendomi un po’ Alan. Bianca non c’è. Perché? Boh, ieri non stava bene, rispondono.

Sarà per questo.

E poi viene il manager “creativo”, quello delle riunioni sui social media.

Venite su per una riunione?, chiede. Solo noi di Content.

Prendo l’agenda, la penna e il bicchierone d’acqua, dal distributore all’ingresso. Quella del piano di sopra sa di fango.

Ma la riunione è al terzo, e non ho la giacca. Lì farà fresco anche in un giorno così. È sempre vuoto…

No. Stavolta no.

C’è il manager biondo. Quello che assume. E licenzia.

Ci fa sedere nella stanza spoglia, intorno alla tavola rotonda. Ci guarda poco.

– Ragazzi, vi devo dire una cosa…

Ce ne dice tante. Bancarotta. Dimezzare il personale per sopravvivere. Ristrutturazione.

– … e quindi, per salvare l’azienda, dobbiamo fare a meno di voi.

Tutti?

Tutti.

E subito. La giornata è pagata. Massima liquidazione. Giorni di ferie compresi. Sta a noi decidere se andarcene a fine turno o all’istante. Nessuno ci biasimerà.

Guardo tutti. Guardo davanti a me.

Quindi non esistiamo più. Come gruppo, dico. Abbiamo lavorato insieme quasi un anno. E da oggi non esistiamo più.

Ma non ascolto, davvero.

Guardo davanti a me. E penso soprattutto a una cosa, e mi sento un po’ in colpa per pensarla.

Sollievo.

Questo penso, guardando davanti a me.

Niente nuova fase difficile, niente appartamenti da battezzare e descrivere. Peccato. Nostalgia. Ma anche sollievo.

Poi il manager biondo passa alla stanza accanto, e comincia la processione. Ci chiama uno a uno, per firmare i documenti. Spiega tutto per bene, è gentile. E allenato. Questa è la tua copia, firma ogni foglio, se vuoi puoi scrivere che ti riservi di parlare col tuo avvocato.

Sono la prima e chiedo di Bianca, pur sapendo. No, lei resta. Meno male.

I documenti sono in spagnolo. Senza accorgercene abbandoniamo anche noi l’inglese aziendale.

E nel suo spagnolo aspro il biondo mi dice che per me ha un affetto speciale. Che suo padre era prof. all’università e ammira quel mondo, e che dopo avermi assunta era salito entusiasta a parlare di me. Me l’hanno raccontato, rispondo. Non so che dire. Sembra sincero. Forse un giorno manderanno via anche lui.

Esco. L’altro manager è ancora là. Cerca di confortarci, forse ci controlla. Sembra una seduta di alcolisti anonimi. Molto silenzio e qualche parola su come ci sentiamo. Già, come.

Marie e Alan sono calmi.

Petra quasi piange.

Xisca sorride, come sempre.

Andy, davanti a me, si offre di scrivere un report sull’azienda. Ci ha lavorato più di tutti.

Io voglio solo andarmene.

Scendiamo a raccogliere le nostre cose.

Bianca c’è, stavolta. E piange.

I biscotti li lascio lì, sono secchi. Spengo il PC. Il documento delle descrizioni, quasi 200 pagine, non si chiude subito.

Salva modifiche?

No.

Vado anch’io ad abbracciare Bianca. La capisco. Quando toccò a me restare piansi un po’ in bagno. Ora so che stai meglio quando te ne vai.

I “superstiti”, infatti, ci guardano timidi. Andrea mi bacia prima la guancia destra, come se fossimo in Italia.

Marcos mi abbraccia.

Dennis è più rapido di quanto vorrebbe, non dobbiamo dare nell’occhio, gli altri sono nervosi, sanno che tocca a loro: alla fine un’e-mail è circolata. Non saprò mai se l’ho ignorata o la posta non funziona, come sostiene Marie.

Niente nomi, comunque. Solo il numero dei licenziati.

19.

Ovviamente mangiamo insieme.

Lontano, nel Born. Nel posto dei calçots. In realtà non li abbiamo mai mangiati, lì, i calçots, perché quand’eravamo passati a prenotare, prima Andy e poi io, era chiuso. Ora no.

Aggiungiamo sedie. Petra non viene, ha “del lavoro da fare”. Bianca adesso sorride un po’. Ordiniamo.

Poi fondiamo una nuova compagnia, che affonderà “quella di Bianca”.

Poi critichiamo le politiche aziendali e le razioni scarse.

Alan mi spreme la maionese dal tubo semivuoto. Gli diciamo del biglietto di addio, comprato quando l’avevano licenziato e poi ci avevano ripensato. Ride. Li invito tutti sul mio balcone, dopo Pasqua, per la consegna.

Dopo Pasqua.

Marie se ne va per prima, per prendere il figlio a scuola.

Io li lascio sotto l’ufficio, non voglio risalire.

Li abbraccio tutti. È un addio affollato, ci sono anche quelli scesi per la pausa pranzo, che non hanno fame.

Chiedo ad Alan se mi restituisce il libro. Mi dice di sì.

Andy si meraviglia della stretta, la Champions non è finita. Dice see you soon, come a scuola.

Sorrido e vado via.

Poi torno indietro perché ho dimenticato Xisca.

Come se non ci vedessimo più, scherza lei.

Sorrido di nuovo, e vado davvero.