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Immagine correlata Il momento più avvincente della mia influenza natalizia è stato la notte che non respiravo.

Mi sono svegliata in preda alla tosse per scoprire che avevo anche il naso otturato (non ci facciamo mancare niente). L’unico modo per respirare era alzarmi a sedere sul letto, con le spalle un po’ inclinate.

Ho finito per addormentarmi su una poltrona, con la testa su un bracciolo. Ma prima ho avuto tempo di scoprirmi piuttosto indifferente all’idea di non riuscirci più. A respirare, dico.

Nei fumi del sonno non avevo paura, l’idea era: se riesco a riprendere questa funzione vitale finora così facile, bene. Se no, oh, le regole del gioco erano queste, si diceva. Si tira avanti finché ci sono le condizioni.

Adesso, una serie di amici che hanno lottato (e vinto) con un linfoma organizzeranno una spedizione per venirmi a sputare in faccia. E avrebbero ragione: lungi da me paragonare lo spavento di una notte con la certezza delle analisi, l’orrore delle terapie.

Quello che voglio dire è che da un po’ sono tornata alla convinzione iniziale che l’essenziale sia respirare, il resto bene o male può cambiare, e andar bene lo stesso.

È un po’ più complesso di “basta la salute”: quando ormai ero sfebbrata, ma mantenevo una deliziosa voce alla Barry White, ho discusso di massimi sistemi con un amico di passaggio come me, che a beneficio dei suoi nuovi connazionali andava a caccia di cornetti antisfiga in via dei Tribunali. Lui tuonava contro la globalizzazione, e la facilità con cui oggi si cambia vita: a suo parere non è affatto un vantaggio dei tempi moderni, ma una sorta di confusione “globale”, appunto, in cui passa il messaggio che una scelta valga l’altra.

“Per esempio”, mi diceva, “tu nella metropoli in cui vivi puoi sempre cambiare lavoro, casa, frequentazioni”. Beh, sì, più o meno sì.

E forse è vero che in più di un momento, nell’anno complicato che si è appena chiuso, mi sono preparata all’eventualità di ricominciare daccapo, di cambiare le carte in tavola.

Non credo che una scelta equivalga all’altra, ma diciamo che la mia simpatica asma notturna mi ha ricordato che l’essenziale siamo noi, noi in buone condizioni e nella miglior disposizione d’animo.

Il resto, con un po’ d’impegno, viene. Quasi mai, aggiungo, come ce l’aspettiamo, che il controllo sulle nostre vite è sempre minimo.

Ma viene, se ci solleviamo a sedere, tiriamo un respiro, e aspettiamo che passi.

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moderntimesMi accorsi per caso del display illuminato, e abbandonai in fretta le volte neogotiche della Biblioteca de Catalunya per rifugiarmi in bagno:

– Ho un biglietto per Travaglio e la Ferrari. Vieni?

Ripensai ai fogli lasciati in sala, appunti di catalano, articoli d’opinione letti a bassa voce e commentati in tre minuti d’orologio. E risposi di no, che il giorno dopo avevo l’esame.

Adesso non sarebbe crollato il mondo, come farà sicuramente oggi (e in effetti è già in ritardo, poteva almeno risparmiarmi il terzo giorno di ciclo), ma mi sarebbe piaciuto andarci anche pagando il biglietto, figuriamoci così, all’improvviso e gratis.

Poi avevo ripensato a me stessa nei corridoi del liceo, il giorno dell’esame di maturità, mentre dicevo a mio padre venuto a curiosare che non ero pronta per l’orale, mi ero organizzata male, avevo studiato troppo certi argomenti e meno certi altri. E lui mi aveva confessato che alla vigilia del suo, di esame, aveva avuto la stessa impressione.

Quindi niente, 13 anni dopo pensavo di non voler ripetere lo stesso errore.

È un grande lusso, non ripeterli.

Rendersi conto che a fare le stesse cose, ottieni sempre gli stessi risultati. E allora meglio cambiare.

C’è anche il vantaggio che ormai a quasi 32 anni mi si considera ancora giovane, ma intanto ho l’esperienza delle cantonate precedenti.

No, davvero, quello di trovarsi in una situazione già vissuta e agire diversamente è una bella cosa. Indipendentemente dal risultato.

Perché proprio l’esame del giorno dopo lo feci maluccio, o quella fu la mia impressione, mentre l’orale, di lì a una settimana, mi vide infinitamente più sciolta nonostante fossi uscita la sera prima, per parlare un po’ con un’amica madrelingua.

Ma almeno, rispetto alla 18enne stakanovista che alternava nottate sui libri a svaghi eccessivi, avevo provato a cambiare un po’ il corso della storia.

Non come il lontano venerdì sera in cui un’amica olandese, oggi scrittrice fidanzata con un italoperuviano, allora neoguiri festaiola, mi vide baciare un regazzetto di Bordeaux (città di cui ho provato tutto, tranne il vino). Io ero alticcia, lui aveva 7 anni in meno a me e svariati kg di cazzimma in più, nonostante non fosse il partenopeo dei due.

What are you doing? – mi sussurrò l’amica, ridendo imbarazzata.
Making mistakes. As always.

Quello no, magari, ma certi errori li benedico ancora. È un discorso un po’ scontato, dosoncricchiano, e il peggio è che ci credo. Non rifarei tutto daccapo, ma a volte gli errori cascano a fagiolo.

Andare a vivere da sola a dottorato finito e ingegnarsi per permetterselo. Partecipare a un ridicolo progetto politico e imparare a dire di no.

Prima di prendere un aereo, poi, ho fatto alcuni degli errori più belli della mia vita. La prima volta almeno ho fatto scacco matto a Charlie Chaplin, che il suo amore eterno manco l’aveva mai baciato. L’ultima, invece, ho fatto le cose per bene. Come la Locatelli. Ho detto tutto quello che andava detto, fatto tutto quello che andava fatto, sofferto quello che andava sofferto, sperato quello che andava sperato.

Le cose per bene, insomma.

Vuoi mettere?

(sì, dovevo postare notte prima degli esami)