Archivio degli articoli con tag: tempo perso

econarcisoC’è questo film, La verità è che non gli piaci abbastanza.

Io dico che non ti caga proprio.

E prima lo accetti, meglio è.

Forse ti piace proprio per quello, ma ne riparleremo.

Intanto non fraintendermi, non significa che la persona in questione non sappia che tu esista, o che pensi che tu possa anche morire. Magari ti vuole pure bene, a modo suo.

Ma non ti caga proprio, non come tu vorresti, e quando si è innamorati c’è un solo modo di cagarci come vorremmo. E non te lo riserva.

Non per colpa sua, peraltro, che ste cose succedono o non succedono. Semmai te lo riservasse un giorno, difficilmente dipenderà da te.

Se avrete una discussione, anche accesa, tu ci rimuginerai su tutta la serata, se sei come me arriverai anche a cacciare due lacrime. Pensi che dall’altra parte ci sia altrettanto interesse? Avrà scordato la cosa in poco tempo, o al massimo ti avrà registrato come grande rompiscatole.

Tanto vale non fare niente, accettare sta cosa e andare avanti. Se proprio te la vuoi raccontare, andare avanti aspettando tempi migliori.

Se vuoi riservarti il dono della sincerità, tanto vale andare avanti per fare spazio a te. A tutte le cose che stai ignorando per concentrarti solo su questa ossessione. A un presente che non lasci scorrere perché sei ancora proiettat@ o nel passato o, a ben vedere, nel condizionale delle cose mai avverate e che forse non si avvereranno mai.

Perché? Perché fai resistenza a questo semplice postulato: “Non ti caga proprio”.

Dici ma no, l’altro giorno mi ha scritto. E magari, se la invito a cena un altro po’, magari se gli salto addosso, col tempo…

Ecco che fai resistenza. Ecco che passi i giorni o parte di essi a tormentarti su un possibile cambiamento, o, peggio, su cosa possa fare tu per provocarlo, mentre nella maggior parte dei casi non puoi farci niente. Ecco, ho scritto “nella maggior parte dei casi” e già pensi, “magari nel mio sì”. No, che ti piaccia o no, non c’è nessun motivo per cui il tuo caso faccia eccezione.

Io ti capisco, figurati. Tu speri ancora. È il lavoro degli innamorati. Sperare. È una delle cose più spontanee della storia umana.

E non sarò certo io a toglierti la speranza. Non ho il cuore di toglierla a me, figurati come pretendo di strappartela.

Dico solo che magari, perché qualsiasi cosa accada (e va bene, anche perché accada eventualmente quello che vorresti tu), devi accettare le cose così come sono, in questo momento.

Che non ti caga proprio. Che mentre fai resistenza a questa semplice verità, ti passano davanti tutte le occasioni e le opportunità (di qualsiasi genere, eh, non parlo solo d’ammore) che potrebbero farti cambiare la situazione, se non nel senso voluto, in uno che ti vada bene.

Allora, smetti di perdere tempo a resistere, dai per scontato quello che è indubitabile, e una volta afferrato questo puoi fare tutto il resto.

Che so, conquistare il mondo.

In quel caso, nun te scorda’ l’amici.

clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.