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Immagine Pinochio2 1940.jpg. Già vi ho spiegato che lo scorso 8 marzo, a Barcellona, c’erano anche i miei. Quello che non vi ho detto è che me li sono portati a uno scambio linguistico.

Se la sono cavata più che bene! A un certo punto dovevamo dire “due verità e una bugia” sulla nostra vita, e mia madre ha dichiarato:

  1. Sono pensionata.
  2. Ho due figli.
  3. Mi piace cucinare.

Quando è toccato indovinare la bugia, i presenti hanno scelto o la prima o la seconda frase. Perché una donna del Sud dell’età di mia madre non può mai avere “solo” due figli, e deve per forza vivere per i fornelli.

Invece era la terza.

Però pensateci: se avessimo dovuto vincerci un premio (e non si vinceva niente) quanti di noi avrebbero puntato sulla terza frase, come bugia? È quello che fanno i pregiudizi: magari statisticamente indovini, ma puoi mai ridurre le persone a statistica?

La generazione di mia madre dev’essere stata anche tra le prime a sentire l’esigenza di “essere autonoma”, ma, siccome mamma mi considera una janarella (cioè una strega, il che è vero), vi confesserò una cosa: sospetto che al paesello, per tante “signore bene”, era démodé fare le casalinghe, e poi una donna delle pulizie costava una sciocchezza. Quindi, tutte a fare mestieri che permettessero di smontare in tempo per preparare il pranzo.

Il mio sembra un altro mondo, e forse lo è, nel bene e nel male.

Ieri al pub quiz (per completare il quadro della mia vita mondana), una coppia di francesi venuti a Barcellona per la maratona mi ha chiesto “chi [diavolo] volesse imparare l’italiano”. Ho risposto: fidanzate d’italiani e aziende comprate dall’Italia. La casistica è più ampia, ma era per capirci.

Dunque non mi sorprendo se un’agenzia interinale mi scrive a metà febbraio che “comincia adesso a organizzare i corsi di quest’anno“.

Poi magari ti licenziano per prima, dopo anni e anni di lavoro, sempre che ti abbiano messo a contratto. Un’insegnante d’inglese con nazionalità italiana voleva inserirmi non so in che scuola, ma storcendo il naso aveva spiegato: “Sono massimo 18, 20 l’ora, eh”. Lucky you, love, quando io arrivo a 15 netti è mezza festa! A meno che non apra la partita IVA (e buona fortuna con la quota mensile!), o non faccia il leggendario “master palloso” in insegnamento, gradevole (dicono) quanto una colica renale, ma utile per accedere a posizioni meglio remunerate.

Lo so: ce li ho anche io, gli amici che in Italia hanno insegnato gratis dalle suore per fare curriculum, o hanno lottato con graduatorie “ballerine”, per usare un eufemismo.

Il fenomeno più curioso me l’hanno fatto notare i miei alunni in una lezione sull’imperativo (consigli sulla salute, cos’): tra i principali fattori d’ansia mettevano non tanto le cose da fare, ma il tempo e i soldi.

Il tempo perché, se ti va a monte la tabella di marcia, tutto quello che pensi è “come arrivare al prossimo impegno in maniera indolore”: così non ti concentri su quello che stai facendo in quel momento.

E i soldi, udite udite, perché credi sempre di necessitarne di più, e invece ti danno più grattacapi di quanto dovrebbero.

Come? L’argomento è troppo affascinante, quindi ne riparliamo venerdì.

Oh, ognuno ha una sua idea di affascinante, va bene?

 

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Risultati immagini per stakanov Comincia con una scemenza: il regalino di fine anno alla maestra, l’addio al nubilato di nostra sorella. Non parliamo, poi, di qualche piano “dopolavoro” coi colleghi, o di un piccolo progetto di volontariato. Diamo la nostra disponibilità con riluttanza, ma anche con la fiducia che ci costerà poco e niente in termini di tempo ed energie: esattamente quello che prevede l’innocuo progetto iniziale.

E invece a organizzare ci si mette lui: Stakanòff. Così “napoletanizziamo” in famiglia il nome del leggendario lavoratore sovietico. Anche se lo S. di turno non è per forza un uomo, né dev’essere ucraino: è la persona più energica del gruppo, quella volitiva che, scava scava, scopriamo essere anche quella con tanto tempo a disposizione, o denaro da spendere. Alla prima riunione tra volontari sottolinea la necessità di “fare le cose per bene”. Le date tutti ragione, e più o meno le suggerite, per un misto di gentilezza e pigriza, che ha carta bianca. Vi prende in parola.

Allora il regalino alla maestra diventa una gondola in murano da andare a prendere direttamente a Venezia, che “di questi tempi chissà in che condizioni arriva per posta”; l’addio al nubilato finisce per prevedere biglietti aerei sui 200 euro e una sorta di rapimento della sposa, con tanto di spiegazioni da dare a un brigadiere poco convinto.

Non vi dico, poi, i progetti di volontariato: magari vi trovavate al bar quando S. ha buttato lì il discorso di “darsi da fare”, senza consultare entità più esperte, e una settimana dopo state impiegando due ore della vostra domenica a imbottire trenta panini. Li andate a consegnare sotto la pioggia a riluttanti senzatetto, e questi vi confessano di essere stanchi di quella roba sempre uguale: “Non è che avresti del riso?”. Tratto da una storia vera.

Insomma, offrite il proverbiale dito a qualche lavoratore indeFesso, e quello si prende tutto il braccio. Perché oh, “lui si sbatte per tutti quanti”. E se si sbatte lui, o lei, “il minimo che possiamo fare è dare il nostro piccolo contributo“.

Ci sono due problemi:

  1. il piccolo contributo non è affatto piccolo, è tutto quello che potevamo offrire;
  2.  il progetto non è nostro. Sarà bello e ci avrà anche convinto, ma non svolgiamo che una piccola parte dei piani pensati per noi da qualcun altro. Che grazie al ca’ che si sbatte di più, ha fatto tutto lui!

La vita è piena di progetti che iniziano in un modo e finiscono in un altro, e fin qui pace: il problema sorge quando questo finale inaspettato ci costa il doppio delle energie previste, con la metà della soddisfazione.

Allora che fare? Mollare tutto? Dipende: se a organizzare eravamo in tanti, la nostra ritirata crea problemi agli altri, e poi ci risulta difficile dimenticare che ci eravamo presi un impegno.

Ovviamente, se siamo del tutto contrari alla piega che hanno preso le cose, chiamiamocene fuori senza pensarci troppo.

Ma se ci interessava comunque questa riffa, questa serata di beneficenza, questa biblioteca di quartiere da portare avanti con le nostre forze, diamo il via alle trattative! In tre mosse.

  1. Protestiamo pure, fornendo prove e facendo esempi concreti di quanto siano cambiati i piani.
  2. Affrontiamo con serenità eventuali ricatti morali del Superorganizzatore o della Madre Teresa, che si confesseranno i primi delusi e finanche “truffati” da qualcosa in cui hanno “investito tanto”.
  3. Facciamo proposte: suggeriamo di coinvolgere più gente, di cambiare i turni di lavoro ecc. Qualsiasi soluzione possibile, mettiamola sul tavolo.

La quarta non la metto in lista, ma non è da sottovalutare: ricordiamoci che non siamo soli. Nove su dieci, quando con le migliori intenzioni ci rubano tempo ed energie il malcontento è comune. Non tutti hanno lo stesso coraggio di manifestarlo, per cui senza brigare consultiamo onestamente i compagni di sventura: non si tratta di “allearsi contro qualcuno”, ma essere il più onesti possibile, con noi e con l’altro.

Non siamo tenuti a rispondere di tutto quello che non funziona, possiamo solo fare ammenda per la nostra parte. Dopo questo “mea culpa” dovremmo sentire l’obbligo verso noi stessi di usare il nostro tempo come più ci fa bene.

Prima o poi capiremo che solo così potremo far bene anche agli altri.

E allora non dovremo più evitare certe trappole: saranno quelle a evitare noi.

 

 

L'immagine può contenere: sMS

Mirabile riassunto de La parlata Igniorante

Ok, settembre è famoso per i buoni propositi gettati alle ortiche. Forse però il problema non è la qualità dei progetti, ma come li portiamo avanti: se non troviamo un minuto per caricare la lavatrice, figuratevi quanto spesso andremo in palestra con l’abbonamento annuale!

Pensiamoci: il rientro perché è traumatico? Secondo me, perché abbiamo perso la nostra routine, come ci succede in vacanza. Solo che al ritorno, al contrario di quanto accade in vacanza, ci sentiamo estranei in casa nostra. Con i pro e i contro della situazione.

E qui casca l’asino! (Ma no, porello). Invece di ristabilire le abitudini di sempre, dovremmo approfittare del nostro estraniamento per crearne di nuove, prima che la convenienza ceda il passo alla pigrizia.

E invece ecco cosa ho riscontrato in questi giorni di riadattamento alla quotidianità:

  1. Ci risiamo! Butto tempo come se me ne avanzasse. Vi inquadro la situazione: ieri, dalle 10 alle 12, mi sono occupata unicamente di un lavoro di revisione del testo, al PC, senza accesso ai social. Missione compiuta, e il tempo, come succede spesso quando si lavora, non passava mai. Dalle 12 in poi ho fatto tre cose diverse: preparare una lezione con l’aiuto di Google, smorzare un dibattito nella pagina che modero, rispondere a un WhatsApp. Come niente, si sono fatte le 12.59. Non è stata tanto la pluralità di attività, quanto la dispersività dei social. Che non demonizzerò mai perché li trovo una grande risorsa, ma che purtroppo non sono facili da gestire come altre cose. Semplicemente, nel computo ci sono stati almeno 29 minuti di troppo che avrei potuto spendere diversamente: dopo mangiato, quando sono dovuta uscire a lavorare, mi sono accorta di non avere tempo per la cyclette.
  2. In gabbia da soli. Non so voi, ma io appena tornata a casa dalle vacanze sperimento una sensazione un po’ megalomane: quella di avere a disposizione tutto lo spazio possibile. Di guardare la città come se fosse tutta per me, ripercorrerne le strade fingendo di non conoscere il mio indirizzo, come se potessi ricostruirmi la mia vita dalla sera alla mattina. Però, dopo la prima settimana torno a ingabbiarmi da sola negli spazi di sempre, secondo i tempi di sempre. Anche quando vengono meno le motivazioni logiche dietro questa routine.

Insomma, che fare? Approfittare della situazione! Per esempio:

  • Il mio ragazzo è a un convegno? Potrei approfittarne per fare cose che l’organizzazione del tempo insieme rende più rare.
  • I corsi ancora non sono iniziati a pieno regime? C’è un negozietto che potrebbe avere saldi interessanti, anche se a dieci fermate di metro.
  • Mi è venuto meno un appuntamento della giornata? Potrei sperimentare quel baretto che serve una bevanda che mi piace.

Le cose che facciamo in automatico, le abbiamo cominciate così perché avevano un senso. Col tempo i meccanismi quotidiani assumono vita propria anche quando perdono la loro utilità.

È il momento di ristabilire un nesso tra le cose che facciamo e il loro reale proposito. Il nostro.

Il mio è stare bene, senza grattugiare troppo le gonadi al prossimo.

Spero che il vostro sia altrettanto piacevole.

 

Risultati immagini per mary poppin cleaning up In spagnolo e in catalano si dice “andare di culo” (“voy de culo”, “vaig de cul”) espressione emblematica di come ci sentiamo quando dovremmo stare già da cinque minuti nel posto in cui ci aspettano, o tra un minuto busseranno alla porta e casa nostra sembra quella post-tornado di Dorothy.

Non so voi ma, nonostante i miei amici siano abituati al mio proverbiale caos, quando tutto ciò mi succede entro in una pericolosa fase di apnea, di conseguenza non ragiono e, dulcis in fundo, scopro che le mie mani hanno perso ogni prensilità.

Ecco un assaggio di quello che un’imbranata come me, dunque, mette in atto per scongiurare disastri in corner.

  1. Prima di tutto… I movimenti giusti! Una volta ho ascoltato due persone in stazione parlare di un’amica che “non è che sia veloce, fa solo i movimenti giusti”. Mi si è aperto un mondo, l’ho preso come gioco: intanto che vado in cucina a prendermi la maionese, perché non mi porto dietro la tazzina vuota e la lavo pure? E già che ci sono, mentre passo in corridoio non posso fare una puntatina in credenza a prendere un asciugamani pulito per il bagno? Preso bene e in maniera non ossessiva diventa una sfida divertente, un’ottimizzazione di tempo e movimenti che mi permette di dedicare energie a quello che m’interessa davvero. E non avete idea di quanti minuti si risparmino!
  2. Metto il couscous nella vaporiera! No, davvero, avete cucinato meno del previsto? Avete veramente 15 minuti per mangiare? In vaporiera il couscous cuoce praticamente all’istante! Non fraintendetemi, di solito per prepararlo ci metto le tre ore della mamma del mio vecchio panettiere, ma quando il tempo stringe, signora Rashida, pensate a cosa chiamate pizza voi e lasciatemi sta’.
  3. Legumi secchi? Sì, anch’io mi scordo di metterli a bagno! Ok, se manca comunque qualche ora al pranzo li verso in acqua fredda, li porto a ebollizione per circa cinque minuti e poi spengo la fiamma, lasciandoli così almeno tre ore. Attenzione: cottura non ottimale, ma se il vostro pranzo dipendeva da quello, se po’ fa’.
  4. Buonanotte al secchio! A furia di cucinare per gli amici ci resta solo mezz’ora per rassettare? Prendiamo i secchi puliti e le bacinelle per i panni, riempiamoli di tutte le cianfrusaglie che non ci serviranno per la serata e dimentichiamoli per una notte in una stanza in cui entreremo solo noi. Di buono c’è anche che avremo tutta sta roba accumulata nello stesso posto, quando finalmente ci decideremo a metterla in ordine!
  5. Cocktail di candeggina! Siccome la mia incapacità cronica con le faccende domestiche sfiora la leggenda, mi sono sentita molto furba quando ho capito che a diluire acqua e candeggina direttamente in uno spruzzino risparmiavo tempo e soldi. Ideale per far sparire quelle macchie gialle in bagno e cucina che sembrano impronte aliene.
  6. Lavo il bagno con la doccia! Questo si può ribattezzare “metodo S.“, iniziale della coinquilina che mi ha inflitto questo sistema: questa folle saliva sulla vasca armata della manopola della doccia e irrorava l’intero bagno, mentre io nelle vicinanze raccoglievo l’acqua che cadeva. Ovviamente lo userei solo per le emergenze. Inoltre, spruzzando prima il composto di cui al punto 5, ci permette di restarcene almeno per qualche giorno lontani da scope e strofinacci.

A presto con un elenco di cose che faccio quando ho dieci nanosecondi per prepararmi a uscire.

Oh, se volete ritorno ai post seri!

Ah, mi pareva.

Brick-sculpture-2Mi sto svegliando molto presto, in questi giorni, e le prime parole che vomito sulla carta delle pagine del mattino sono spesso piene d’ansia.

Ma di una consapevolezza nuova, anche: le cose vanno. Bene, male? Vanno.

Forse sto imparando ad andare a ritmo.

Ho capito il senso di una grande banalità (applicarlo è un’altra cosa, ma intanto…). Di quelle che ci sembrano ovvie, ma non le mettiamo mai in pratica. La storia di tirare avanti con quello che abbiamo, invece di aspettare ciò che vogliamo. Invece di attendere che si verifichi la “condizione ottimale” con cui saremmo felici. E no, non è vero che lo saremmo, nella maggior parte dei casi. È una scusa per non agire o semplicemente per non essere, dirsi che “se avessimo quella promozione”, “se lei finalmente mi amasse”… Se è così, è che qualcosa dentro di noi si è inceppato e cerca scuse per non andare avanti.

E invece, secondo quanto mi suggeriscono i miei ansiogeni ma ragionevoli pensieri del mattino, si tratta di prendere a due mani ciò che si ha, e con quello costruire cose.

Prima di farlo, almeno nel mio caso, i giorni è come se non esistessero. È come se fossero quelle macchine in corsa viste da un cavalcavia o da una collina, che non fai in tempo a vedere che modello siano e leggere la targa che sono già sfrecciate via.

È come se i miei giorni fossero stati, per lungo tempo, una corsa senza fine verso un momento solo, quell’attimo di paradiso che avrebbe giustificato tutta l’esistenza, con l’avverarsi di questa cosa che non dipendesse da me.

E invece no. Una volta che si accetta che bisogna partire da quello che si ha, e da lì costruire, procurandosi i materiali solo quando sappiamo quali sono le fondamenta, anche quando il progetto non è chiaro, e man mano che costruiamo scopriamo cosa stiamo facendo… Una volta che si fa tutto questo, i giorni diventano solidi come pietre. Come mattoni. Diventano ciò che dovrebbero essere. Una lunga fila di momenti in cui abbiamo vissuto pienamente tutto quello che eravamo.

E abbiamo pregustato tutto ciò che siamo capaci di essere.

Che non è poco.

A me sta storia di vivere nel presente rompe un po’, perché non lo faccio mai. Ho una fantasia galoppante e adoro fare progetti, continuamente. Soprattutto, adoro realizzarli.

Ma, appunto, che i progetti siano uno stimolo ad andare avanti e non una scusa per stare fermi, in attesa che arrivi quell’ingrediente, quel componente che ci manca per metterli in marcia.

Che il nostro attendere, che di per sé non è male né ci impedisce, se lo prendiamo bene, di sperare, non ci serva a farci scudo dalla vita, questa cosa che crediamo più pericolosa di quanto non sia, e che comunque ci lascia senza scampo. Tanto vale.

Tanto vale conoscere la materia dei giorni.