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Foto di Francesco Gentico dalla pagina Facebook di Open Arms Italia

Ricordo quando ho rigirato a un amico sardo l’invito a una conferenza storica su Alghero (un pallino di certi indipendentisti di qua), ma ero anche la presidentessa di AltraItalia. Mezz’ora dopo ero taggata in un post su Facebook con la domanda: perché a parlare di Alghero invitano “gli altritaliani”, e non le associazioni sarde? In realtà l’invito mi era stato trasmesso dal mio gruppo di ricerca, l’associazione non c’entrava niente.

Ricordo anche quando, stavolta con AI, abbiamo organizzato una serata per il terremoto del centro-Italia (“e allora i terremotati???!1!!!”): un amministratore di una pagina molto seguita ha portato una bottiglia di liquore per contribuire al servizio bar. Commenti a manetta: possibile che una roba con migliaia di utenti se la sia cavata con una bottiglina? In realtà vari membri erano arrivati alla spicciolata con offerte diverse, anche pecuniarie, e il liquore era stato regalato a titolo personale.

Ma è più facile saltare a conclusioni. Lo so, lo faccio.

E lo vedo: è più gratificante, di fronte alla mancanza cronica d’informazioni che possiamo avere nella vita, vedere nessi che non ci sono, girarci in testa un film di cui siamo registi, comparse e spettatori, di solito passivi.

Sta capitando, a fronte della drammatica emergenza di queste ore, sulla pagina di Open Arms: gente che strilla da una tastiera. “Perché non li avete portati in Spagna?!”. “Perché il vostro medico diceva che stavano inguaiati e per l’equipe di Lampedusa hanno al massimo un’otite?”. Là non ci vuole niente a scavare un po’ e ricostruire: non si trattava del “loro medico”, cioè il primo referto non era di Open Arms, ma dei medici dell’Ordine di Malta; il medico responsabile del Poliambulatorio non era sull’isola e la polizia lo vuole sentire quando torna. Quanto alla Spagna: Sánchez non li vuole. Prima dell’articolo apologetico di oggi su Repubblica, quest’informazione su San Sánchez non tanto è passata nel nostro povero paese che ha bisogno di eroi, ma il compañero non è più quello che… “L’Aquarius ce lo teniamo noi“. Adesso ci sono il PP e i fasci di Vox, e la paura di perdere voti: per tre volte dal suo entourage è stato negato un abboccamento con Oscar Camps di Open Arms. Prima della svolta a Minorca, l’offerta di prendere “solo parte delle persone a bordo” era arrivata tipo quattro giorni fa, senza risolvere, come intuirete, la situazione.

Qualcuno mi dirà: ma che gliene frega a quelli che vomitano odio su Facebook. Sono rimasti fregati dalla crisi, dalla vita, condannati al precariato eterno per loro e/o i loro figli. Le promesse fatte loro dall’infanzia, che l’abbiano trascorsa ai tempi del boom o a quelli del pane e Nutella, sono state spazzate via da un sistema economico di merda. Allora è venuto uno, ha detto che la soluzione in tutto questo erano i migranti, e…

E, come si diceva, è facile saltare a conclusioni.

Continuo a pensare che dare un messaggio positivo sia la chiave per sperare di vincere qualcosa, invece di fare leva su paure che, poi, cambiano spesso.

Intanto mi hanno consigliato questo gruppo: l’idea è sgamare bufale e confutarle. Da quel che leggo mi pare interessante, ed è un’operazione che si può fare anche senza hashtag.

Vi lascio con questo articolo di Miquel Molina su La Vanguardia, che vi traduco perché ha una proposta interessante sul concetto di buonismo:

Non fu prima del 2017 che la Real Academia Española accettò il termine buonismo, definito come “atteggiamento di chi davanti ai conflitti sminuisce la loro gravità, cede con benevolenza o agisce con eccessiva tolleranza”. Si certificava così l’uso dispregiativo di una parola coniata da colonnisti conservatori e destinata a riprendere la sinistra e le ONG.

Ha fatto allusione a quella il politico di destra Matteo Salvini, ministro italiano degli Interni, nel suo tweet di risposta alla “sindaca buonista di Barcellona”. La sindaca, Ada Colau, aveva tuittato poco prima su “la crudeltà” che comportava mantenere alla deriva per due settimane 134 migranti a bordo dell’Open Arms (ieri si è dato il permesso di sbarcare a 27 minori). Salvini si è affrettato a polemizzare con la sindaca barcellonese perché ha visto l’opportunità di accentuare il suo profilo autoritario. È lo stesso profilo che lo ha portato a vietare lo sbarco senza dare ascolto ai giudici né alla UE, e malgrado la situazione a bordo sia diventata insostenibile. Al di là di quello che pensi ciascuno sulla politica pro-immigrazione dei comuni di sinistra – accusati di creare aspettative infondate – persone di tutte le posizioni politiche esigono che si metta fine al tormento vissuto sulla nave. Il clamore non proviene solo dalla sinistra. Però Salvini cerca di fidelizzare soprattutto i suoi elettori più estremisti. 

Quelli che usano il termine buonista come arma brandiscono come antonimi le parole rigore, disciplina o fermezza. Ne hanno il diritto. Ma bisognerebbe pensare a un altro modo di dire il contrario di buonista: magari bisognerebbe iniziare a parlare del buonismo di Trump con i suprematisti bianchi, del buonismo dei mandanti dell’Est con gli omofobi, o del buonismo di Salvini con quelli che credono che chiudere gli occhi davanti al dramma dell’Open Arms aiuti a vivere in un paese migliore. 

 

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teardropLa prima notizia che so di me risale al 23 novembre dell’80. Per la serie, il buongiorno si vede dal mattino.

Ed è un silenzio.

Mia madre era accorsa nella campagna di fronte casa con tutta la famiglia, alle prime avvisaglie di terremoto, e mettendosi la mano sulla pancia, che mi avrebbe contenuta per altri 3 mesi, non mi sentiva più. Secondo me mi stavo incazzando tipo il sabato sera quando vivevo a Joaquim Costa, una delle vie più affollate del Raval, e quasi quasi lanciavo anch’io il secchio d’acqua sporca ai turisti ubriachi.

Vatti a fidare, dovevo pensare. Fino a cinque minuti fa il patto era che questa qui fuori che beve tutta sta camomilla si muoveva, e la terra restava ferma. Mo’ la terra trema e questa corre.

Dovevo essere molto indignata. O un po’ spaventata, più probabile.

Sarà per questo che una parte di me lì è rimasta, accucciata da qualche parte della mia, di pancia, e si esprime solo se ti ci metti d’impegno (con terribili borborigmi, se è il caso). Quando non so bene che fare… no, non vado dove mi porta il cuore, banalotti, ma mi siedo da una parte e cerco di sentire la ciaccara spaventata che non si muove da allora. Le dico oh, manifestati, esprimiti. Che vogliamo fare?

Oggi, per esempio, non la sentivo. Sarà che avevo la nausea e un appuntamento importante con l’editore del libro, e il quadretto più allettante che mi si prospettava ero io che gli vomitavo addosso sporcando anche le lettere dei soldati, che le stampe costano pure care e non mi anticipano una ceppa.

Allora, sulla porta del bagno, ho capito che sarebbe stato il momento decisivo. Piede a destra, faccio la doccia e banzai. Piede a sinistra, mi schiaffo sull’amaca e mi piango addosso, cercando eventualmente di centrare la gatta bastarda in caso di conati.

Un momento, davvero.

Per fortuna, quello giusto (la ciaccara è cresciuta negli anni ’80, che vi aspettavate, pubblicità intelligenti?).

Asciugandomi col telo gigante, ancor prima di presentarmi all’appuntamento con mezz’ora d’anticipo (scusi ma non mi sento bene, possiamo parlare adesso?) mi sono detta che con un po’ di pazienza mia madre mi avrebbe sentita, anche dopo il peggio terremoto.

Spaventata, incapace di capire cosa stesse succedendo, e perché proprio a lei.

Ma sempre lì.

(Una ninna-nanna)

(Un’altra)