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Terri said the man she lived with before she lived with Mel loved her so much he tried to kill her. […]

“My God, don’t be silly. That’s not love, and you know it,” Mel said. “I don’t know what you’d call it, but I sure know you wouldn’t call it love”.

“Say what you want to, but I know it was” Terri said.

Raymond Carver, What we talk about when we talk about love

In tutto questo mi sono tolta la macchinetta, e ora affondo i miei denti addomesticati in molti articoli e post sull’amore ai tempi del corona, come ormai è un cliché definire i salti mortali che fanno le coppie per conservarlo nonostante la quarantena, e le persone libere (“sole”, purtroppo, è ancora un insulto) perché “non mettano in quarantena anche la loro vita amorosa”, come martellano le pubblicità invadenti delle app d’incontri. Fatto sta che c’è chi, invece di conoscere qualcuno dall’altra parte di uno schermo, ha lanciato un’occhiatina al balcone del vicino: o magari della vicina.

Ne ho parlato con un’amica che sta approfittando dell’astinenza da “dating” – è anglosassone – per chiedersi con che tipo di uomini esca. Secondo lei, il suo prototipo è il tizio che è rimasto fermo mentalmente all’età dello sviluppo: nel pantheon maschile della comunità straniera di Barcellona, potenzialmente chiunque. I maschi del posto disponibili su Tinder (che a qualcuna ha regalato un compagno di vita, ma che io ho trovato così atroce che non ho mai contattato nessuno, né risposto in chat) storcevano un po’ il naso davanti al suo lavoro, diciamo così, poco consueto (fa la guaritrice). In ogni caso, un tizio le aveva proposto, dopo un solo appuntamento, di passare la quarantena insieme. Ora, non so se era uno di quelli che vivono a “soli” 400 euro in un ripostiglio 2×3, con finestra sul bagno del vicino. Però non mi sorprende che lei abbia deciso che a tutto c’è un limite.

Allora, le ho detto, invece dell’online dating perché non prova il mio metodo? Che poi non è niente di complicato: si tratta di conoscere gente mentre fai quello che ti piace di più.

Premessa: ci ho messo tempo ad accettare che, nella mia vita, bye bye famiglia del Mulino Bianco, unica prospettiva che m’invogliasse a barattare l’adorata solitudine con uno a cui, magari, c’era ancora bisogno di spiegare il concetto di carico mentale. Prima di gettare la spugna, m’ero messa a frequentare circoli strani in cui scoprivo che l’unico tizio che mi piacesse (bel sorriso, un libro all’attivo, una predilezione per i balli di coppia) era pronto a citarmi Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere (che, scusatemi, non vi linko nemmeno) dopo aver scoperto che ero una feminazi. Ma anche arrivederci e a mai più.

A quel punto ho ricordato quello che dicevo a un amico single in tempi insospettabili: io preferirei non cercarmi qualcuno apposta, con quel proposito, visto che, in un appuntamento al buio tra etero, non sarei esattamente la categoria meno discriminata. Più che altro mi dedicherei ad attività che mi piacciono, per esempio scrivere, e conoscerei altre persone nel processo, per amicizia o chissà cos’altro.

Purtroppo, le cose che non dipendono del tutto da noi, e che lo stesso facciamo di tutto per ottenere, sono come le sabbie mobili per l’esploratore delle vignette: quello vuole arrivare al pezzo di foresta equatoriale mostrato dalla cartina, ma, una volta che gli cede letteralmente il terreno sotto i piedi, più si agita nel fango e meno raggiungerà la meta.

Metafore sceme a parte, se c’è un’app che mi ha “aiutato” a trovare qualcuno – cioè, se un’app ha fatto ‘sto guaio – si è trattato di MeetUp: sì, quella che da noi usano quasi solo i grillini. Ed è stato totalmente fortuito che si trattasse di un’app. Certo, è più facile incontrarsi in un gruppo ristretto che, per esempio, perdersi in una marmaglia di gente intervenuta a uno scambio linguistico (come questo che, ironia della sorte, pure ha un gruppo su MeetUp). Ma, come scriveva in un vecchio post l’amico formatore spirituale, facendo quello che ti piace trovi anche le persone a cui accompagnarti. E piano coi “grazie al ca’”, che magari ce ne ricordassimo sempre! Infatti, tornando alla guaritrice delusa da Tinder, le chiedevo: non è meglio partecipare alla diretta di un corso di cucina organizzato da rifugiati, oppure a un dibattito di filosofia, o anche a un’energica lezione di ballo? Così vedi come si comporta la gente in una situazione relativamente più rilassata, rispetto a un tête-à-tête virtuale in cui siete troppo impegnati a fare di tutto per piacervi, per mostrarvi così come siete di solito.

Poi, se ti va, lo contatti in privato per continuare la discussione che avete intrapreso nel dibattito, o anche per commentare un passo di danza difficile! Essere onesti è la chiave, per me, lo sapete: ma, per amiche che cercano una relazione stabile, questa discreta operazione di spionaggio mi sembra diversa dall’esporsi alle brame di sconosciuti educati a credersi “l’uomo che non deve chiedere mai”.

Intendiamoci, sono d’accordo con Rosella Postorino sulla difficoltà d’innamorarsi di qualcuno di cui non si conosca l’odore:

Incrocio le storie di quelli che si sono innamorati dai balconi in quarantena, e penso: ma se manco sanno che odore hanno. Così capisco che in me ogni residuo di romanticismo è stato prosciugato dal locquekdown.

Tuttavia, da feminazi patentata, voglio ben sperare che, come teme anche l’autrice di quest’articolo, il romanticismo sia morto, visto che di solito è lui che ammazza.

Ma di cosa parliamo, quando parliamo d’amore? Con licenza di Carver, a questa domanda sto lavorando con due studiose mica male. L’anima non tanto gemella che MeetUp ha messo sul mio cammino (e che frequentava il gruppo di scrittura di tanto in tanto, anni prima che impazzassero le app) era abituata a lunghi, lunghissimi viaggi a piedi, perlopiù spirituali, in contatto con la natura e con “persone meravigliose” che lo accompagnavano per qualche ora di cammino. Secondo lui questi compagni di viaggio, e queste compagne ovviamente, li aveva conosciuti meglio di chiunque, in quelle poche ore.

Capisco perché lo dica: anche io, nel meraviglioso ostello in cui ho scoperto la multuculturalità, avevo spesso quest’impressione, che fossero potenziali amori o fulminee amicizie. Ricordo una svedese di passaggio, o una modella americana in pensione a trentacinque anni: ustionate dalla Sicilia e stordite dallo scirocco, ci confidavamo cose che almeno le mie interlocutrici ci avrebbero pensato due volte a condividere (io ho la tragica fama di non tenermi un cece in bocca). Però, se si trattenevano più giorni del previsto, scoprivo che tutto quest’affetto istantaneo come il Nescafè non era mica così duraturo: l’incauta mossa di svegliare la svedese per un messaggio che credevo importante mi costava una giusta partaccia, e una forse meno giusta partenza senza neanche dirmi ciao. Oppure notavo – scusate, ero una pivella – che è facilissimo fare bei proclami su come stareste bene insieme, con qualcuno che sai che non rivedrai mai più.

Quel tipo di amore “che ti capisce in un istante” lo conoscevo bene. Quello che mi restava da scoprire, e forse ho scoperto tardi per certi progetti che volevo costruirci su, ha la sfortuna e il vantaggio di essere lento ma costante: “ci si mastica a poco a poco”, come dice il video qui sotto. E allora non c’è più il monaco buddista che sul camino de Santiago ti spiega che forse il tuo destino è quello di girare sempre per il mondo, o la francese che pensava di diventare suora, ma che con te, come l’avrebbe messa Sant’Agostino, ha “aspettato un attimo”: nessuno dei due ha mai dovuto interromperti la sigaretta del mattino (attentato!) per farti sommessamente notare che il wok sul fornello rientrava nei piatti da lavare, anche se nessuno te l’aveva lasciato nel lavandino. Eh, sì: l’amore da “Hai comprato la carta igienica?” (per restare sul pezzo) è scoppiettante in tutt’altro senso. Sospetto che le sue scintille scaldino meno, ma in modo più costante.

Perché, l’avrete capito: il suo segreto è la costanza. Con quello, le persone s’imparano con l’esercizio quotidiano, come i mestieri e le attività preferite. Si può creare virtualmente, quest’esercizio? Forse no, ma in mancanza d’altro è un inizio, un primo contatto: a meno che non ci vada bene un amore virtuale e, oh, tanto meglio per noi! Però, attenzione a non abbracciare la formula che insegnano nelle scuole di scrittura: l’idea per cui, per conoscere davvero qualcuno, devi vedere come si comporta in circostanze eccezionali (una lettura che trovo pessimista e che un giorno analizzerò). Forse per l’amore funziona il contrario: bisogna vedere come una persona agisce nella sua realtà di ogni giorno. E la realtà virtuale, ormai parte della nostra esistenza, mi sembra un gran metatesto in cui riscriviamo a ogni occasione la nostra biografia: lì, forse, il miglior modo di conoscere qualcuno, nelle circostanze di per sé straordinarie in cui ci tocca farlo, è prenderlo alla sprovvista, magari intento ad ascoltare in pigiama un intervento sull’ “importanza della sottomissione all’autorità, per il bene comune”.

E se in merito non ha neanche una piccola obiezione da fare, è già allarme rosso.

 

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Io in una foto d’epoca

C’è questa foto di me con i capelli alla Blondie, e un rossetto che in famiglia se lo ricordano ancora.

Manco a dirlo, quello scatto compie adesso cinque anni, come le altre cose che hanno segnato la mia vita: la crisi, il mancato trasloco e, per ragioni che non sto a spiegare, la morte di Lou Reed.

Poco prima della mia crisi avevo caricato la foto su Badoo, per fare un esperimento. Come si diceva, la persona che frequentavo ai tempi mi trattava più o meno come spazzatura che ogni notte si dimenticasse di buttare. Allora mi ero chiesta: farebbero tutti così?

Il pandemonio che scatenò la foto. Sì, lo so, su Badoo Miss Piggy in costume trova marito. Se metti L’origine del mondo con due fiocchi sopra si intasa il server dalle richieste di uscire.

Comunque allora il mio ego ferito trovava balsamo un po’ dappertutto, figurarsi in questo.

Adesso, dopo il trasloco in ritardo, ho fatto un esperimento uguale e contrario: ho scaricato due app d’incontri, perché mi fanno paura. E “quando una cosa mi fa paura, l’affronto”. Sembra figo a dirsi, ma in realtà è una scemenza: scarico le app, capisco come funzionano e al primo like che ricevo le disinstallo spaventata. Non vi ci mettete pure voi, che già mi ridono in faccia da un po’. E poi ‘sta cosa di scartare la gente, oltre a farmi impressione, l’avevo capita male: in realtà mettevo “mi piace” a tutti.

Il punto è che stavolta ho caricato foto più “pane e puparuole”, come si definirebbero a Napoli. Ci sono io con le rughette che mi sono venute fuori in questi cinque anni, i capelli che mi taglio da sola con risultati disastrosi, e il sorriso che definire imperfetto è mantenersi generosi (maledette macchinette anni ’90!). E quando mi sono accorta che disinstallare l’app non mi faceva cancellare il profilo, ho scoperto che nottetempo avevo ricevuto tipo 77 like, passati a 122 qualche ora dopo.

Fa ridere e piangere, perché apre nuove tassonomie (ho scoperto che esistono “quelle da 500 like al giorno”, e ovviamente il mio centinaio sfigura) e perché alla fine è gente che non mi ha mai vista – a parte, forse, uno che veniva a vedere le partite del Barça nel mio stesso bar, ma dubito mi riconosca.

Mi è piaciuto comunque traslocare anche da Badoo, e congedarmi dalla Blondie che tentavo invano di essere. Secondo i criteri impersonali ma pratici che trasformano le persone in un menù da consultare, vado bene in entrambe le salse.

Forse capita così anche a voi, a tutti.

E alla fine, prescindendo un attimo da pressione estetica e ansia da prestazione, non è affatto un male andar bene in tutte le nostre versioni, come nelle storie a bivi di Topolino. Donna “Blondie”, donna che si taglia i capelli da sola… Tutto va bene, finché funziona.

L’unica cosa seria e urgente a cui badare, è non farsi mai trattare come spazzatura.

Quello ci sfugge spesso di mente.

 

 

 

Eric-Bana-in-Hulk-2003Che cosa fosse Tinder, me l’hanno spiegato un anno fa, in termini molto chiari:

– È una chat per scopare.

Con queste premesse, mi sono molto sorpresa quando l’ex collega universitaria invitata per un caffè ha trasformato l’incontro in un improvviso inseguimento.

– Lo vedi, lo vedi? – continuava a chiedermi, trascinandomi per le viuzze del centro.

– Ma chi? – ansimavo io, dalla colonna finto-gotica dietro cui mi aveva spinta.

– Ma Enric Bana, chi, se no?

Allora, a parte il fatto che non sapevo che l’attore avesse origini catalane, tanto da chiamarsi Enric, non vedevo nessuno che potesse meritarsi quel nome… A meno che non si trattasse di un tipo molto alto, scuro di pelle, che a occhio e croce sembrava molto più latino che australocatalano.

– Ma sì, è messicano – confermava l’amica. – Conosciuto su Tinder. Ma l’ho chiamato lo stesso Enric, per ridere. Ci sono andata una volta e [sorriso enigmatico] sono stata proprio bene.

Così bene da costringermi a tampinare il personaggio per mezzo Barrio Gotico, correndo tipo Ispettore Clouseau per c. Santa Ana, fino a spuntare in Portal de l’Àngel (e lì la mia accompagnatrice – 007 si era fatta preoccupatissima, perché avrebbe potuto perderlo tra la folla) e imboccare la strada del bar 4 Gats.

Alla fine, il Nostro Uomo si era fermato davanti a un’avvenente fanciulla, presumibilmente una connazionale, che aspettava fuori a un baretto piuttosto anonimo. Mentre l’amica già si preparava a urtarlo per caso ed esclamare “Oh, anche tu qui?”, era rimasta di ghiaccio nel vedere il prestante inseguito baciare la sconosciuta.

– Allora, questo caffè? – avevo provato a ricordare, riprendendo fiato.

Lei aveva riesumato un sorriso da film in bianco e nero, mi aveva lanciato un’occhiata distratta e, girando le spalle alla coppia, aveva buttato lì:

– Ma da un’altra parte. Questa zona è così turistica…

Adesso leggo un articolo in inglese sull’Huffington Post (lo so, mea culpa) su Tinder e le aspettative delle donne in merito.

Mi fa arrabbiare la presunzione dell’autrice che gli uomini che usino questa chat cerchino solo sesso e le donne, in fondo, “qualcosa in più”. Anche perché ho scoperto che qualche amico hipster di quelli “non ho facebook” si fosse fatto un falso profilo solo per collegarsi a Tinder, con la speranza di trovarci l’anima gemella.

Ma ripenso alla mia amica e a quella corsa disperata per vedere un suo amante occasionale baciare un’altra donna. Che magari è pure la ragazza “ufficiale”, mi dico, ricordando la rilevanza, nella nostra epoca, del baciarsi o non baciarsi in pubblico a seconda del tipo di relazione.

Allora mi chiedo: perché pretendiamo, da Tinder o da qualsiasi altra roba che ci capiti, qualcosa di diverso da quello che ci offre?

Non capisco bene perché cerchiamo sempre dove non possiamo trovare e poi ci lamentiamo.

In realtà il sospetto continua a rodermi: perché in realtà non vogliamo trovarlo.

Oppure vogliamo, ma è un desiderio generico che non siamo disposti ad alimentare con un impegno concreto, come quelle cose che se ci “capitano”, ok, se dobbiamo procurarcele noi, anche no.

In ogni caso, è un piano perfetto.

L’ambiguità, dico. Fare i vaghi sulle nostre intenzioni, nascondere dietro a un “poi si vede” l’effettiva riluttanza a impegnarci a star bene. L’ambiguità è la più bella delle risorse, l’unica che sai con certezza che non ti porterà da nessuna parte.

Lo so, le esigenze nascono col tempo, uno che andava bene per una scopata improvvisamente sembra proprio un tipo caruccio per altro. In ogni caso, appena si manifesta il desiderio, non converrebbe esplicitarlo invece di restare lì delusi dallo scoprire che le cose con quella persona sono esattamente come le abbiamo costruite all’inizio?

Avrete capito a questo punto che non ce l’ho con Tinder, ma con una tendenza generale: quella di complicarci tanto la vita da cercare dove non troveremo, e chiamarlo delusione.

Forse perché è più facile così, con quello che vogliamo, che ottenerlo davvero e lanciarsi nel più difficile degli inseguimenti: mantenerlo, conservarlo così com’è, coltivandolo un po’ ogni giorno.

Anche lì, però, c’è un trucco: basta accettare di poter fallire. Metterlo in conto ed essere disposti ad ammettere che non è la fine del mondo.

Una parola, lo so. Ma, una volta fatto questo, non c’è incontro al buio che tenga.

Ed E(n)ric Bana se ne torna alla sua brava chat, salvo baciare sconosciute nel quartiere più turistico della città.