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Il ragazzo ghanese prende il microfono e dichiara in italiano che “la sorella” ha già detto tutto su razzismo e persone nere, ma già che c’è le chiede se conosce un suo compaesano che si è ribellato a tutto questo: Kunta Kinte, ha presente?

L’attivista di Black Lives Matter, che ha chiamato il figlio Lion e ha legittimato il giamaicano come lingua accademica, sorride prima alla traduttrice e poi al ragazzo: sì, qualche volta l’ha sentito nominare…

E niente, a Torino non mi ero neanche portata il caricatore del computer, per farvi capire come va in questi giorni.

Da qui la settimana di pausa del blog, che siccome avete una vita non avrete neanche notato. Di buono c’è che ho avuto qualche giorno in più per digerire questa nuova toccata e fuga in una città che mi piace sempre di più ogni volta che ci vado.

Stavolta mi ha regalato il brivido molto “fisico” della cioccolata di Grezzo, non più solo romana, quello meno eccitante di scoprire le tracce della gentrificazione (sì, c’entra un po’ anche Grezzo), e la curiosità di decifrare la lingua franca dei conterrOnei più anziani, quando ridono in siciliano-pugliese-torinese dalle parti di Porta Palazzo.

Lì vicino c’è anche una realtà fantastica come lo Spazio Popolare Neruda, dove ho avuto il piacere di conoscere Non una di meno (mi commuovete, ragazze) e questa reverenda statunitense di origine giamaicana che ha spiegato che, se non vengono tenuti in conto i loro immaginari, i loro problemi, i loro figli che non sopravvivono a povertà&polizia, non è un femminismo per nere. E infatti alcune di loro, seguaci di Alice Walker, parlano di Womanism. Ok, ci sono le figure a cui mi aggrappavo in quell’oceano d’informazioni nuove, volti familiari del mio antico master come bell hooks o Angela Davis: Black Feminists, fiere di esserlo. Ma Ms Griffith ha specificato che “for us to own it”, perché lo facciamo davvero nostro, il movimento dev’essere inclusivo e rispettoso delle differenze, non bastano due attiviste nere messe lì per contentino, mentre le bianche della Women’s March si fanno i selfie con gli stessi agenti che minacciano vite afroamericane.

Insomma, dopo l’incontro sono andata a cena già sazia: di parole più salutari rispetto al cinismo che mi stava prendendo in questi ultimi tempi, e che benedico nei suoi risvolti più pratici, come quello di trovare soluzioni rapide ai problemi. Però so che non può nutrirmi per sempre.

Mi resta l’idea di “own it”, farlo nostro, che mi consola anche degli arrivederci del caso.

Quelli a Torino, agli amici emigrati là, al solito concorso a cui partecipo invano tutti gli anni, e al vincitore dell’anno scorso, che invece di farsi offrire il caffè ha offerto a me acqua e suggerimenti preziosi, come il suo libro di memorie familiari.

Ho salutato anche gli scorci, l’aria rarefatta che a volte brucia sulla pelle e altre fa rabbrividire dal freddo, e perfino qualche bellezza in bicicletta, o a piedi, che mi sarebbe piaciuto avere più tempo di ammirare.

Ma appunto, per “fare mio” tutto questo ho deciso di non cascarci: non è Torino o non solo, non è quella conferenza, quel morso di farinata, quel ciuffo di ricci che mi sarebbe piaciuto sfiorare, per saggiarne la consistenza. È la sensazione che devo portarmi sempre dietro: un misto di curiosità, fiducia, e perché no, di gioia, che imparo o riscopro ogni volta che questa città mi lascia con la voglia di riappropriarmi di tutto.

Perfino di me.

Risultati immagini per un giorno tutto questo salone del libro

Nel romanzo Robinson, di Vicenç Pagès Jordà, uno sfigato asociale di mezza età decide di seguire il consiglio di un capo sioux e passare una settimana al mese lontano dalla sua routine quotidiana, solo e senza mezzi di sostentamento. Meta prescelta: la casa dei suoi ignari vicini, appena partiti per le vacanze.

Ho fatto qualcosa del genere (solitudine e mezzi a parte), andando a Torino per il Salone del Libro. Ufficialmente era per un concorso, che non ho vinto, ma era anche per farmi i fatti degli amici che avrei trovato lì. E pure un po’ i miei, perché, viste da lontano, le subdole manovre per darmi più alla scrittura che alla ricerca di “mezzi di sostentamento” si sono risolte mentre ingollavo la terza focaccina all’olio dal buffet dell’albergo (per la gioia della cameriera).

Ecco le altre cose che ricorderò del viaggio:

  • il turista con gli occhi a mandorla che in aeroporto a Barcellona, proprio mentre m’interrogavo sulla sua nazionalità, ha fatto un inchino alla tipa che lo perquisiva;
  • i lunghi istanti in cui, uscendo dall’aeroporto di Torino, mi sono detta: “Ehi, capisco la lingua locale!”.
  • la macchinetta in metro che, all’improvviso, mi ha scritto in tedesco “biglietti esauriti” – e la salvatrice che mi ha fatto passare col biglietto suo;
  • l’attesa, col libro da firmare, di una scrittrice che ho conosciuto ventenne in stazione, una ragazza con le scarpe sportive sotto la gonna, e la constatazione improvvisa che, tredici anni dopo, quell’accostamento curioso l’avevo fatto io;
  • la foto che mi hanno scattato mentre, seduta, leggevo lo stesso libro esposto sulla tavola imbandita che lo “offriva” al pubblico (il mio racconto era nella sezione contorni, ma io cominciavo dall’antipasto);
  • lo stoicismo dell’amica che nonostante gli impegni mi ha fatto scoprire che esiste la ribollita vegetale (anche se sono partita senza provarla), e col marito mi ha fatto riprovare gli angioletti salati di Starita;
  • il mio aereo che precipitava.

In realtà faceva l’esatto contrario: riprendeva quota proprio mentre saremmo dovuti atterrare a Barcellona. Ma una cosa così fa paura lo stesso, specie nella brezzolina che spesso allieta il mare catalano. La pista d’atterraggio era occupata, e ammazzavamo l’attesa con virate non proprio rassicuranti. Allora ho capito la cosa più importante.

Che no, non è “tutte le cose si equivalgono perché basta ‘a salute”: vivere alla giornata a tutti i costi resta un’idea discutibile. Però a volte sacrifichiamo un presente niente male alla paura di un futuro nero. Da lì sopra sapevo che, se fossi mai atterrata, avrei continuato a cercare svolte economiche e tempo per scrivere. Ma sapevo anche che non sarebbe servito a niente, se avessi perso il punto della situazione, che secondo i miei calcoli è: esserci sul serio, finché ci sono.

Poi niente, siamo atterrati e sono tornata a fare la fila per la navetta, con la borsa ben stretta a me.

Ma tanto, stavolta, il portafogli era coperto dai libri.