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Lo facevate anche voi, da bambini?

Chiudere gli occhi davanti a un pericolo e vedere se spariva.

Magari fosse un vizio che perdessimo con l’età!

Per esempio, a noi italiani all’estero capita spesso di tornare a casa due volte l’anno, per scoprire che tanti amici che ricordavamo mediamente propositivi siano diventati degli amargados: così chiamano, qui dove vivo, le persone afflitte da acidume e scoraggiamento.

Anche se facciamo finta di niente, chiediamo le ultime novità e offriamo caffè a manetta, prima o poi rischiamo di trovarci davanti dei perfetti sconosciuti, con conseguenze mica risibili sulle nostre già precarie identità di traPiantati.

Ovviamente non bisogna ritornare in Italia per scoprire cose che non vorremmo vedere: solo che, contrariamente a ciò che ci siamo lasciati alle spalle, quello che affligge la nostra vita di adesso non possiamo permetterci d’ignorarlo.  

Se la nostra relazione sta andando alle ortiche, non è minimizzando i segnali che arriveremo alla riconciliazione, o a una separazione pacifica. Se l’azienda per cui lavoriamo sta licenziando gente a scaglioni, è inutile fare come me: cercavo sempre qualche spiegazione nell’improduttività altrui, fino al giorno in cui hanno licenziato tutto il mio dipartimento perché “non avevano più soldi per pagarci gli stipendi”.

Forse quello che ci rode è che, rispetto a quando eravamo bambini, sappiamo che tanta merda che ci succede non dipende da noi che in minima parte. E non sto parlando degli scaricabarile per cui il mainagioia quotidiano è sempre colpa di altri, o al massimo della sfiga. Questo tipo di autoinganno ha il pregio di toglierci ogni responsabilità, e il difetto di rovinarci la vita. Mi riferisco piuttosto a una cosa che odio anche solo pronunciare: l’impotenza. L’impossibilità di controllare tutte le nostre cose e deciderne l’esito.

Per fortuna, a parte qualche disgrazia seria da visitina a Lourdes, la maggior parte dei guai non succede quasi mai tutta in una volta. Ci sono i segnali di cui sopra. Cosa ci impedisce di vederli subito, affrontarli subito, accettarli nel dolore che ci provocheranno, invece di rimandarne il superamento all’infinito? La nostra paura.

Ma fateci caso: le paure che non affrontiamo si realizzano quasi sempre.

Forse è arrivato il momento di guardarle in faccia e di avere paura di altro.

Per esempio di noi, che non le guardiamo.

images (9) Una volta, una ragazza che non conoscevo mi ha salvato, con la sua sola esistenza.

È riuscita a far innamorare chi proprio non s’innamorava di me.

Merito suo? Non so. Colpa sua? Macché.

Intanto mi ha salvato la vita, magari in un senso meno tragico di quello letterale. Però mi ha concentrato in qualche mese di purificazione (per non chiamarla “sfogo bestiale”) un dolore che diluivo negli anni. E scusate se è poco!

Poteva essere un trasferimento all’estero, un lavoro che mi portasse lontano. Invece è stata lei, e in qualche modo le sono grata.

Non che abbia fatto molto, eh, intendiamoci, nient’altro che essere lei e, per il solo fatto di esserlo, farlo innamorare.

Per le stesse ragioni per cui quell’altro lì non s’innamorava di me: io ero io, con me non succedeva, e così vanno le cose.

Il problema è che, prima che arrivasse lei, l’ultima parte (quella delle cose che così vanno) non l’accettavo. In realtà non me ne faccio neanche una colpa: ci rode assai, quando siamo impotenti di fronte a quello che vorremmo ma non dipende da noi. Anche perché spesso non dipende da nessuno.

Poi però succede sempre lo stesso, o quasi: tutti i nostri tentativi di quadrare il cerchio, i pomeriggi passati a “lavorare” perché le cose filino, svaniscono nel nulla.

Nel modo più umiliante, magari: noi non esistiamo, ufficialmente, poi arriva lei e lo sanno tutti.

Dicono che l’amore sia così. A me questa cosa non tanto convince: guardo con sospetto ai colpi di fulmine, che spesso svaniscono il tempo di accorgersi che anche l’altro è una persona.

Infatti, i più cazzimmosi tra noi si consolano osservando che i nostri “salvatori” non è che durino assai, al nostro posto.

Intanto, però, questa ragazza mi ha salvato la vita, insegnandomela. Mandando a carte quarantotto tutti i castelli che mi stavo costruendo su qualcosa che, semplicemente, non poteva essere.

E come lei, al mondo, ce ne sono a migliaia, di soluzioni. Tutte le possibili soluzioni impreviste, anche dolorose, di problemi che ora vorremmo risolvere fingendo che dipendano solo da noi, senza calcolare il resto: l’incalcolabile. Che spesso è un futuro imprevedibile che non possiamo considerare una risorsa (“prima o poi succede qualcosa e si risolve tutto”), ma neanche ignorare.

Le cose cambiano, costantemente. L’unica cosa che non cambia, diceva un saggio, è il cambiamento.

E finite le lacrime e le ricostruzioni lente, e rimessi pure i chili che manco Rosanna Lambertucci fa perdere più di una crisi, provo questa strana riconoscenza verso una sconosciuta che non ho mai visto. Le porto la stessa gratitudine illogica che sentiamo verso un mattino senza pioggia, o un bar che faccia il caffè buono, per il solo fatto di trovarsi proprio sul nostro percorso, meglio se in pausa pranzo.

A volte siamo capaci di aiutarci anche quando ci facciamo molto male.

Tutt’è avere la lungimiranza per riconoscerlo e, se proprio ci va bene, per non scordarlo più.