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Risultati immagini per a game of thrones 7 Nel corso dei miei viaggi ho conosciuto una scrittrice di letteratura per ragazzi.

Il suo primo romanzo, che trattava di adolescenti disadattati, aveva conosciuto un certo successo di pubblico nella sua regione, e mi era piaciuto molto per freschezza e spontaneità. Forse è stato proprio il discreto successo a rendere meno spontaneo e fresco il secondo volume: in quello, i personaggi più amati dai lettori del primo libro si trasformano nei veri protagonisti, fino a diventare modelli di comportamento un po’ scontati. La mia amica mi ha confermato a modo suo che non si può piacere a tutti, e quando ci si prova si rischia di non piacere a nessuno.

Se penso a Trono di Spade, invece, la prima cosa che mi viene in mente sono i cinque volumi che ho letto in un momento molto difficile della mia vita, in cui non riuscivo a sfogliare altro che saghe di letteratura fantasy o giovanile. Speravo che i loro protagonisti vivessero anche per me, e trovassero qualunque cosa stessero cercando (un trono, l’amore, una causa per cui lottare…) al posto mio.

La serie mi è piaciuta molto finché ha seguito il distaccato cinismo dell’autore dei libri. In nome di quello ho perdonato anche le centinaia di pagine sacrificate a un’entità più potente del Dio della Luce: il Grande Pubblico.

Con le ultime stagioni, però, finisce la calcolata arbitrarietà dell’autore fantasy nel distribuire vita e morte, e comincia il diligente lavoro degli sceneggiatori TV: chiusura accelerata delle sottotrame, sopravvivenza garantita per i personaggi “simpatici”, punizioni per gli antipatici… E qualche “colpo di scena” così ovvio che la regia stessa liquida tutto in poche sequenze finali.

Tanto non sono i numerosi nerd amanti dei libri a portare la grana per l’ultima serie, ma i tantissimi spettatori affamati di scene di guerra, di morti edificanti, di belle storie che confermino che “l’amore vince su tutto”.

A me può restare la lezione di fondo: a tutti non si può piacere.

Come per gli eroi un po’ scontati della mia amica scrittrice, forse è un bene che il pubblico veda i suoi personaggi preferiti improvvisamente “riabilitati” con tutti i mezzi possibili e immaginabili, come se senza un improvviso “pedigree” reale non potessero proprio trionfare lo stesso. Forse è un bene che tante bambine vengano battezzate come eroine libere e indipendenti, anche se almeno nei libri somigliano un po’ a delle cheerleader, lontano dal trono.

Tanto la vera storia comincia alla fine di tutto, quando si dissolvono i personaggi che ci rappresentavano e rimaniamo coi nostri “zombie” alle porte, e senza draghi a disposizione per arrostirli.

Ma ognuno ha diritto alla sua fine, a trovare una sua trama ideale, e delle risposte personali ai quesiti che solo le storie ben raccontate sanno porre così a lungo.

Nella fine della saga che mi sono inventata io, non tutti hanno quello che si meritano. Ma ogni personaggio si vede dedicare dai trovatori la sua piccola canzone, magari eseguita in un bordello e non a corte, o sussurrata negli oscuri teatri di nuove cospirazioni.

Ma è la sua canzone, ed è l’unica che conti.

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bastian Quando seguo tante storie, è perché ho perso il filo della mia.

I romanzi che leggo, Netflix… Tutto ultimamente mi rievoca il fantasma della mia remota dipendenza dalle storie altrui, prima di carta, poi di pixel.

Premetto che non m’impasticcavo, ma quando entravo nella mia “cameretta” in paese vedevo tutti quei libri di fronte a me come altrettante porte per universi paralleli, pronti ad aprirsi a comando quando ci fosse stata un’emergenza nell’universo mio.

Come i fantasmi del Natale di uno famoso, questo mondo di storie mi prendeva e mi portava via da una vita che non tanto doveva piacermi. Per cui, invece di pensare a me, finivo per affezionarmi di più a lontane principesse, poi a ragazze perdute lawrenciane, passando per adolescenti con problemi di punteggiatura. L’ho fatto perfino coi cartoni animati, in un’epoca in cui non stava bene guardarli dopo i 13 anni. O, di nascosto a mia madre, con certe telenovelas latine che mi causavano la stessa dipendenza di recenti successi letterari un po’ più arzigogolati.

Tutto pur di non soffermarmi sulla mia, di storia. Perché? Ovvio. Perché la mia storia non ha né capo né coda. L’unica caratteristica che avrei potuto copiare da qualche testo era il narratore in prima persona, e manco onnisciente! E poi, nessuna delle vicende che mi riguardavano finiva una volta per tutte in un’ultima frase poetica. Tutto si smacchiava nei giorni, come una patacca di pizza sulla maglia bianca appena comprata. Roba che a dimenticarmene per un po’ o mi chiedevo che ci facesse ancora là, quella traccia di un incidente remoto, o mi sorprendevo a trovare la stoffa così bianca da scordarmi quasi che qualcosa, un tempo, ne avesse rovinato le pieghe.

Quando lo feci io, il cambio di scenario (andando all’estero), diedi un’altra possibilità alla mia, di storia. Non è necessario, come colpo di  scena. Diciamo che a me ha aiutato.

Mi trovai giocoforza a dare più spazio alla quotidianità da riscrivere ad altre latitudini e da riscoprire, perciò, nell’esercizio quotidiano. Quindi abbandonai un po’ i romanzi, e in un periodo storico pericoloso, per farlo: quello delle tentazioni online, sempre più insistenti, delle storie da scaricare e guardare, ascoltare, leggere dappertutto. Aspettavo solo di assaggiarle, come la lezione di Storia commestibile al gusto granatina di una favola di Rodari. E siccome intanto scoprivo la cucina indo-pakistana, nelle sue curiose varianti inglesi, mi successe un po’ anche questo: di mangiarmela, la Storia, nelle sue contaminazioni speziate.

Insomma, quando inseguo le storie è un po’ che ho perso la mia. E nun me piace, s’adda cagna’.

Infatti sono ottimista. Comincio a recuperare la buona abitudine di portarmi nella mia giornata i protagonisti di quelle altre storie. Di diventare sul serio un po’ loro, di farli entrare nel mio mondo come io entro ogni giorno, da intrusa guardona, nel loro. Allora divento la protagonista post-atomica di qualche romanzo per ragazzi che pure leggo, contenta di aver risvegliato la sua sosia assopita in me. Oppure riconosco in qualche mia vigliaccheria i suoi diretti antagonisti, che pure porto dentro.

Credo che questo sia il modo migliore di affrontare le storie altrui: portarle dentro. Sottopelle, proprio. Ti risolve la giornata.

E poi è più pratico di Kindle.

images (3) Sono troppo orgogliosa di me: sto a metà della mia prima sciarpetta lavorata a maglia e la trama scivola molto più lineare di quelle dei miei arzigogolati romanzi.

Insomma, c’è qualche buchino qua e là, ma non è sempre colpa mia, eh, il rovescio che mi viene male incontra una parte del filo che si biforca e le conseguenze sono visibili.

Soprattutto, manco so’ arrivata a mezza sciarpetta e già tiro su delle conclusioni esistenziali che le maestre del pedalino dovrebbero sbattermi i ferri da calza in testa e dirmi va’ a lavura’.

Però è più forte di me, non posso non pensare a quanto dicessi in passato sul mondo irrazionale, che prima mi invadeva allontanandomi dal salutare nesso causa-effetto che tanto bene fa alla nostra specie.

Perché succede la stessa cosa col lavoro a maglia: hai due ferri, un gomitolo, e per iniziare ripeti meccanicamente i gesti che t’insegnano. Non ci capisci niente, tu fai e vedi che man mano si realizzano cose, stai facendo un disegno di lana (meglio acrilico, lasciamo in pace le pecore) e ancora non ci credi.

Poi capisci. La mossa che fai ogni volta, quella di circondare il ferro destro con un giro di filo, prima d’inanellarlo nelle asoline del sinistro, è quella che manda avanti tutto, è la trama stessa.

E tutto quello che stai facendo è: infilare il ferro nudo in un buchino dell’altro ferro, dare un giro di filo, lasciar scivolare il buchino dal ferro.

Infilo, giro, lascio andare. Infilo, giro, lascio andare.

E quel giro di filo manda avanti il tutto. Promette un futuro al lavoro, resta lì a garantirne la continuità.

Prima ancora di sapere cosa diventerà questo lungo intreccio di stoffa: un calzino? Un guanto senza dita? Un maglione, quando saremo abbastanza bravi da dargli forma?

C’è chi a questo si prepara con un disegno preciso, con progetti già decisi. E chi, come me, si lascia condurre dal filo stesso, che decida lui cosa voglia essere, come le statue rinascimentali nascoste nella pietra insegnavano all’artista come liberarle. Come gli sgangherati protagonisti dei miei libri, che decidono prima di me se uscendo in strada devono incontrare un amico o un imbroglione.

Anche quando non so che piega prenderà il percorso, quando non capisco dove devo andare a parare, l’unica è dare il giro di filo e sospendere il lavoro, riprendendolo quando sarò più riposata.

Ma bisogna darglielo, questo giro, questa promessa di ritornarci su e dirigerlo dove voglio, o restare lì in paziente attesa che mi conduca lui.

Riesco a pensare a poche cose, delle vicende umane, che si svolgano in maniera differente.

Qualcuno potrebbe dirmi che la differenza è una e fondamentale: le trame della vita umana non hanno altro senso che quello che loro attribuiamo, mentre senza un disegno predefinito un ordito a maglia non potrebbe mai esistere.

Può essere, ma è quello che vediamo noi a fare tutta la differenza. È il senso che inventiamo a dare un senso anche a noi, e la cosa funziona, e funziona da un po’, anche se rispetto alla Terra siamo ancora neonati.

Lei tesse questa sua lunga storia di dolore e rinascita, così lunga che i nostri maglioni lasciati in sospeso e i punti croce sbagliati sembrano solo pallidi richiami del fallimento che sempre ci ha portato a nuove mete.

Ma un giro di filo e siamo ancora in gioco.

logo-nissan-med I miei personaggi, intendo. Quelli che m’invento o s’inventano da soli, appena metto la penna su un foglio che magari dovrebbe accogliere appunti di corso.

Tra numeri di telefono senza più padrone e indicazioni di storia letteraria, loro tessono la loro propria trama e sanno prima di me cosa debba succedere, cos’è che debba muoversi perché la loro storia inizi. Questo lo sanno eccome.

Qualcosa deve accadere perché i loro problemi irrisolti trovino il modo di dipanarsi e richiudersi in se stessi, prima di aprirsi come un fiore doloroso che li lascerà “risolti” e con nuove trame da percorrere, ma non questa. Il mio libro finisce dove inizia la loro vita. La mia vita inizia dove finisce la loro.

Chiudendo il quaderno davanti a un professore che crede abbia preso appunti tutto il tempo, chiudendo le vite degli altri per correre fuori a vivere la mia, devo dire che questi “altri” di carta, rimasti in borsa ad aspettare che torni a muoverli, sanno già, forse, come andrà a finire.

Ma non me lo diranno mai.

Allora continuerò a scrivere a terra le corse verso la metropolitana e le pozzanghere da scansare, perché le mie gambe fatte di carne e di sangue non vogliono farsi male, ma non possono evitare tutto il dolore.

Anche io ho bisogno di una trama per avviare la mia vita, solo che è così facile, scansarla.

È facile evitare l’amore per andarci a finire proprio dentro, a capofitto, giocare col tempo come se lui rimanesse sempre lì ad aspettarmi e io restassi sempre bambina a chiedermi che farò da grande.

No, per rispondere devo sporcarmi, incontrare la gente sbagliata, fare errori e pentirmene e riprendere la strada giusta, che non sarà mai tanto giusta come quando avrò girato un po’ a vuoto prima d’inforcarla.

Questo i miei personaggi, beati loro, lo sanno.

E mentre, scrivendo, mi distraggo ad ascoltare un rumore lontano, un’auto che passa, perfino il professore che spiega, me li immagino a guardarsi un istante in attesa di tornare a scannarsi, ingannarsi o volersi bene, così veloci a scambiarsi un rapido cenno d’intesa racchiuso in un baffo di penna, per ricordarsi che già sanno come andrà a finire tutto questo.

Ma non me lo diranno mai.