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 “Stessa spiaggia, stesso mare”!

Solo che in spiaggia non ci vado, e no, ancora non ho visto i calanchi. Le città le visito con la metodologia René Ferretti, come sa bene chi mi rincorreva disperato con una cartina in mano, la prima volta che mi sono persa tra i vicoli di Barcellona.

Marsiglia è il secondo anno che la vedo da sola, stavolta in una vacanza fine a se stessa, senza altre tappe né motivi diversi da quello di conoscerla un po’ meglio. Ho già scoperto che – spoiler – non farebbe per me neanche se mi venisse sul serio l’idea di lasciare Barcellona, in cui resto non per passione, ma per inerzia: alla fine sto bene, perché andar via.

Tante cose vanno avanti così, e non capisco tanto chi preferisce la passione alla tranquillità, non in questo momento della mia vita. Se si possono conciliare, bene, se no tranquillità for ever.

Però Marsiglia ha un altro vantaggio: ero qui esattamente un anno fa, nel momento più fatidico della mia vita adulta, zeppo di tutti i cambiamenti possibili, nel bene e nel male.

Quelle vacanze dovevano essere eclettiche e affollate, e si sono rivelate solitarie a metà percorso. Dovevano essere una sorta di quiete prima della tempesta, e invece ecco arrivare fin dall’inizio i primi tuoni: anche in senso letterale, durante il mio piovoso soggiorno a Roma!

Un anno dopo sono qui a raccontarlo, e posso raccontare un’altra cosa: niente di quello che prevedevo per me “da lì a un anno” è successo, nel bene e nel male. Almeno, non è successo come me lo immaginavo. Le svolte risolutive non si sono confermate tali, gli errori commessi non si sono rivelati madornali…

Questo sì: resta in piedi il progetto. La rotta che avevo intrapreso era quella giusta, l’unico problema quando si fanno progetti è accettare che non si possono mai prevedere tutti i fattori in gioco, neanche a essere proprio Mago Mariano.

Nell’acquisto di una casa non si possono prevedere certi intoppi burocratici che, come si dice a Napoli, “ciaccano e ammierecano”, cioè ti complicano questioni che credevi semplicissime, mentre ne risolvono altre che ti assillavano.

In un lavoro complicato come quello di scrivere, non si può fare una diagnosi sulla salute mentale di chi si muove in quel mondo, anche se è facile prevedere che non sarà altissima.

Infine, nelle relazioni di qualsiasi tipo, la fregatura è che, quando c’è una crisi, ogni minima decisione (incontrarsi o meno, parlare prima o dopo, chiedere quei soldi o scordarseli) può avere conseguenze irrevocabili, e allora i piani lasciano il tempo che trovano e si procede sempre un po’ a tentoni. Anche quando si hanno ben chiari i propri desideri, e le cose che siamo disposti o meno a tollerare (che in questi casi, però, slittano sempre verso soglie inaspettate).

Tra eccessi di analisi e banalità assortite, forse l’unica grande soluzione è anche la più ovvia: se abbiamo in testa un percorso che ci convince, seguiamo quello, ma prepariamoci a sorprenderci, nel bene e nel male. Anche i viaggi organizzati al millimetro avranno sempre qualche fattore che sfugga al controllo.

Ma questi sono consigli miei, anche un po’ banali: seguiteli solo se vi “risuonano” nei corpi già abbronzati (come vi schifo!) e sudati almeno quanto il mio.

Altrimenti, se c’è una cosa che ho imparato in quest’anno, è: non seguire i consigli. Non fraintendetemi, ascoltarli è importante, specie se ci fidiamo di chi ce li dà, che magari ha anche assistito da vicino al problema che vuole aiutarci a risolvere. Però una cosa è osservare, e un’altra sentire, anche quando sembra che da soli non riusciamo a cavare un ragno dal buco (e povero ragnetto, meno male!). In questioni personali, la soluzione meno idiota che viene in mente a noi è quasi sempre meglio di una super-intelligente, escogitata da chi non è nei nostri panni.

Non so voi ma d’ora in avanti, almeno gli errori, li voglio fare da sola.

 

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 Ieri in metro ho sentito delle adolescenti di origini dominicane discutere di una loro amica che piangeva, perché si sentiva grassa. Ora, della cucina di Santo Domingo (ma sono diffusi in mezza America Latina) adoro i patacones fritos, che sono in pratica banane trasformate in dischi volanti e servite con salsine varie. Lo so, molto dietetiche.

La ragazza che parlava dell’amica sovrappeso era visibilmente orgogliosa del consiglio che le aveva dato: “Piangere non è la soluzione. Lucha, tía! Lotta per dimagrire”.

Ecco, a me sta storia di “lottare” a cui si riduce ogni sforzo terreno non convince molto.

Intendiamoci, evitare i conflitti nemmeno è la soluzione, ma quest’idea di vita come continua sopraffazione, come braccio di ferro tra forze opposte, vogliamo lasciarla all’homo homini lupus delle interrogazioni al liceo?

Io per la verità, caro Hobbes, ho imparato prima il bastardissimo lupus non est lupum con cui il nonno, mio maestro ufficiale di latino, mi faceva impazzire a 11 anni, prima di rivelarmi che quell’est non era essere, ma mangiare. Il lupo non mangia l’altro lupo. Capito, diffamatori di canidi?

È che secondo me le metafore belliche ci sono un po’ sfuggite di mano. Sta storia pseudodarwiniana della lotta per la sopravvivenza non è un po’ troppo inflazionata, adesso che ci arrivano anche le immagini della guerra com’è davvero?

Alla lotta preferisco il lavoro. E scusate, ci avete fatto una capa tanta, col lavoro che nobilita l’uomo! (La donna più che altro la sottopaga). E francamente il lavoro a cui sono abituata io consiste nel fare la stessa cosa ogni giorno, con livelli crescenti di difficoltà.

So che ha meno appeal di una “lotta”, ma per me la vera sfida è l’impegno costante che porta davvero a qualche risultato.

Scomodare la guerra ogni due passi ha dell’epico, ma questa benedetta epica ci piace così tanto?

Non staremmo più sereni e concentrati sull’obiettivo, e più propensi a farcela, se la piantassimo con l’idea di far schifo e dover “lottare per cambiare”? In molti dei video “prima” e “dopo” di gente che è dimagrita c’è un po’ quest’idea di doversi guadagnare il proprio rispetto e quello altrui. Secondo me è per quest’immagine così severa di se stessi che, a dieta avvenuta e complimenti presi, spesso il “campione” o la campionessa tornano a metter su un bel po’ di chili. Mai quanto prima, per fortuna. Ma figurini che restassero tali ne ho visti pochi, e forse trasformare la loro vita in una palestra ipocalorica non ha pagato sul lungo termine.

Se invece facessimo il nostro lavoro ogni giorno e poi pensassimo a godercene i frutti?

Facciamoci un’epica camomilla e pensiamo (letteralmente) alla salute.

Sperando che la giovane “lottatrice” di cui sopra, che si metterà in camera un poster di Irina Shayk con l’obiettivo impossibile di assomigliarle, non rinunci del tutto ai patacones.

In tal caso mi chiamasse, che dividiamo. Tutto per la causa.

ansia (1)Prendete la vostra amica più ansiogena, il fascio di nervi, proprio. Di solito gli uomini che conosco hanno altri problemi, ma se il più ansiogeno della comitiva è un uomo, prendete lui, non di sopresa che muore. Chiunque prendiate, toglietegli l’ansia. Fatto?

Ora state a vedere.

Non sa che fare! Se l’ansia è una componente fondamentale della nostra vita, senza non ci troviamo, letteralmente. Il mondo che immaginavamo così bello senza tutte le nostre preoccupazioni diventa strano, un posto alieno, non capiamo dove si cominci, neanche per fare una passeggiata.

Se penso continuamente che sono inadeguata e comincio a lavorarci su, e mi trovo qualcuno che mi trovi sempre meravigliosa e fantastica a prescindere da ciò che faccia, non è che sia più felice. Non subito, almeno, nella mia esperienza. È vero, all’inizio c’è il periodo “ma che davero?”, quello in cui scopriamo un mondo alternativo al nostro così cupo e minaccioso. Poi, però, ci rendiamo conto che in questo mondo ci dobbiamo pure abitare, non possiamo restare là sulla soglia a contemplarlo, e allora è come quando andiamo a vivere in un paese straniero. Dobbiamo adeguarci a tutte le nuove norme, o accettarle e decidere se vogliamo seguirle o meno: orari dei pasti, convenzioni sociali, se possiamo toccare le altre persone, quando le salutiamo, o addirittura dobbiamo baciarle al primo incontro.

Sono cose che spiazzano e poi s’imparano. E la parte di noi che vuole tornare indietro è sempre in agguato. Quella che vuole fare le tre di notte davanti al pc, così domani saremo distrutti per portare avanti il progetto che ci spaventa di non riuscire a terminare. Che vuole arrivare semiubriaca alla festa in cui ci stanno aspettando, così magari sabotiamo la storia che potrebbe nascere e amen. Tutti quanti vivono amori disperati, perché proprio noi no? Perché dovremmo essere felici quando possiamo essere normali?

E non dico che dobbiamo smettere di fare i poeti maledetti, se è parte del nostro carattere, dico solo che, se lo facciamo per non affrontare i problemi, per evitarci la paura di fare altro, forse è meglio scendere a compromessi con lo spleen, no?

Ne riparleremo.